Tornare umani per governare il futuro: un vero congresso per ridare senso al Partito Democratico…

La sede più adatta a queste parole sarebbe quella di un vero congresso. Non un passaggio formale, non una conta interna, non una liturgia convocata per ratificare equilibri già decisi, ma un congresso politico nel senso pieno del termine: aperto, profondo, esigente, capace di misurarsi con la crisi della democrazia, con la trasformazione del capitalismo, con la solitudine sociale, con il ritorno delle destre nazionaliste e con la perdita di fiducia nelle istituzioni. La situazione politica generale non chiede al Partito Democratico un semplice aggiustamento di linea: chiede un rinnovamento epocale. Perché non siamo qui per cercare una formula organizzativa o comunicativa capace, da sola, di risolvere i nostri problemi, né per consumare l’ennesima discussione sulla leadership. Siamo qui per affrontare una domanda che riguarda la nostra stessa ragione d’essere: come può il Partito Democratico tornare a essere una comunità viva, larga, credibile? Come può tornare a parlare al Paese, a rappresentare chi oggi non si sente rappresentato, a costruire un’alternativa alla destra che non sia soltanto possibile, ma necessaria? Il punto è che il mondo attorno a noi non è più quello in cui il PD è nato. La globalizzazione ha mostrato le sue fratture, la guerra è tornata a segnare il cuore dell’Europa, le disuguaglianze si sono consolidate, il lavoro si è frammentato, la sanità pubblica è sotto pressione, la scuola fatica a essere ascensore sociale, la transizione ecologica rischia di apparire come un costo per i più deboli se non viene governata con giustizia. Nel frattempo, una parte del Paese vive nella paura: paura del futuro, della povertà, dell’insicurezza, dell’abbandono, dell’irrilevanza. Se la politica democratica non sa dare forma a queste paure trasformandole in diritti, protezioni e speranza, altri le useranno per costruire rancore, chiusura e consenso autoritario. Da tempo avvertiamo, con inquietudine, l’impotenza delle parole. Parole consumate, parole respinte, parole che sembrano non riuscire più a raggiungere la vita concreta delle persone. Molte appartengono a un secolo che non c’è più. Ma una parola, oggi più che mai, deve tornare al centro della nostra politica: l’umanità. Non umanità come ornamento retorico. Non umanità come consolazione. Umanità come bussola pubblica. Come scelta di campo. Come misura della civiltà. Dignità della persona, libertà, giustizia, progresso: questo significa rimettere l’essere umano al centro in un tempo in cui la tecnica corre più veloce della politica. Pensiamo all’editing genetico e, in particolare, alle tecniche CRISPR-Cas9, che consentono di intervenire sul DNA con una precisione impensabile fino a pochi anni fa, aprendo possibilità straordinarie nella cura di malattie rare, patologie monogeniche e tumori, nonché nella medicina personalizzata. Ma proprio perché toccano la materia stessa della vita, pongono interrogativi politici radicali: chi decide il confine tra terapia e potenziamento? Chi garantisce che queste cure non diventino un privilegio per pochi? Come impedire che la possibilità di curare una malattia si trasformi domani nella pretesa di selezionare caratteristiche desiderabili? E chi tutela le generazioni future quando le modifiche possono riguardare la linea germinale e diventare trasmissibili? La bioetica ci ricorda che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è automaticamente giusto, e che la libertà scientifica ha bisogno di responsabilità, trasparenza, controllo pubblico e giustizia nell’accesso. Pensiamo poi all’intelligenza artificiale. Non è soltanto una nuova tecnologia: è una nuova infrastruttura del potere. Entra nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nella pubblica amministrazione, nel lavoro, nella sicurezza, nella formazione del consenso. Può aiutare a diagnosticare le malattie in anticipo, a rendere più efficienti i servizi pubblici, a sostenere la ricerca scientifica e a liberare il tempo umano da compiti ripetitivi. Ma può anche concentrare ricchezza e conoscenza in poche grandi piattaforme, sostituire il lavoro senza redistribuire benefici, produrre discriminazioni algoritmiche, sorveglianza, manipolazione dell’informazione, profilazione politica e decisioni opache. Qui il punto non è essere tecnofili o tecnofobi. Il punto è decidere se l’innovazione sarà governata democraticamente o lasciata alla sola logica del mercato, della sicurezza o della potenza geopolitica. Per questo servono riferimenti culturali all’altezza. Un libro utile oggi è “Intelligenze”. Etica e politica dell’IA di Mario De Caro e Benedetta Giovanola, perché evita sia il catastrofismo sia l’entusiasmo ingenuo e pone la questione decisiva: l’intelligenza artificiale non riguarda solo le macchine, ma anche il modo in cui cambiano i diritti, la responsabilità, l’autonomia individuale, il lavoro e la qualità della democrazia. Accanto a questo un altro libro: “Riscrivere l’umanità. La rivoluzione CRISPR e la nuova era dell’editing genetico”. di Kevin Davies. Il dibattito sull’editing genetico richiama documenti bioetici, come quelli dedicati a CRISPR-Cas9, nei quali emerge con chiarezza la distinzione tra la ricerca sulle cellule somatiche, potenzialmente terapeutica, e gli interventi sulla linea germinale, che pongono problemi più profondi perché possono incidere sulle generazioni future. Il punto comune è evidente: quando la tecnica entra nella vita e nella decisione pubblica, la politica non può arrivare dopo. Deve arrivare prima, costruendo criteri, limiti, garanzie e finalità condivise. Qui si apre anche il terreno della politica liberale, nel senso più alto e non riduttivo del termine. “La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo”. Di John J. Mearsheimer. Una politica liberale non è la resa dello Stato al mercato, né l’idea che ogni innovazione debba essere accettata solo perché economicamente conveniente. È, al contrario, la difesa della libertà della persona contro ogni potere eccessivo: il potere dello Stato quando sorveglia, il potere del mercato quando monopolizza, il potere della tecnica quando decide senza responsabilità, il potere della maggioranza quando schiaccia i diritti delle minoranze. Per questo una politica liberal-democratica deve tenere insieme libertà di ricerca e principio di precauzione, innovazione e giustizia sociale, concorrenza e tutela dei beni comuni, sviluppo e diritti fondamentali. Deve impedire che l’editing genetico diventi eugenetica di mercato e che l’intelligenza artificiale diventi il governo invisibile delle vite. Deve garantire l’accesso equo alle cure, la trasparenza degli algoritmi, il controllo umano sulle decisioni essenziali, la protezione dei dati personali, il pluralismo dell’informazione e la redistribuzione dei benefici generati dall’innovazione. Questa è una frontiera decisiva anche per il Partito Democratico. Se vogliamo essere la forza di governo del futuro, non possiamo limitarci a difendere il welfare del Novecento, pur indispensabile. Dobbiamo costruire un nuovo patto tra scienza, democrazia e giustizia. Un patto che dica sì alla ricerca, sì all’innovazione, sì alla libertà d’impresa e alla creatività scientifica, ma all’interno di una cornice pubblica capace di orientare la tecnica verso l’umano. La domanda politica del nostro tempo non è se fermare il progresso. È chi lo governa, per chi lavora, chi ne paga i costi, chi ne riceve i benefici, quali diritti protegge e quali disuguaglianze rischia di approfondire. È su questa frontiera che una sinistra democratica e liberale può ritrovare una missione storica: non frenare il futuro, ma renderlo umano, giusto e democratico. Anche il mondo ci chiede questa responsabilità. La democrazia liberale non può illudersi di cambiare la storia con sole buone intenzioni. Ma non può neppure rassegnarsi al cinismo della forza, alla logica dei blocchi, alla rinuncia alla pace. Tornare all’umano non è dunque uno slogan sentimentale. È un dovere politico. È il modo in cui una forza progressista tiene insieme libertà e giustizia, sicurezza e convivenza, realismo e speranza. In un tempo di individualismo esasperato, di passioni fredde e interessi caldi, serve un nuovo umanesimo democratico: capace di riaprire l’ascolto, la relazione con gli altri, il lavoro dignitoso, la cura delle persone, la giustizia sociale, l’ambiente, il dialogo tra le culture e il diritto al futuro. Il neoliberismo ha scavato solitudini, disuguaglianze e paure. Su quali paure sono cresciuti i populismi e i nazionalismi conservatori, oggi forze di governo in Italia e in molti altri Paesi. Come spezziamo questa tenaglia? Claudio Magris, scrivendo di “utopia e disincanto”, ci offre una chiave preziosa. L’utopia non è una fuga dalla realtà: è il coraggio di immaginare un mondo diverso e di non rassegnarsi all’esistente. Il disincanto impedisce che quella speranza diventi retorica, illusione, promessa vuota. Ecco ciò che serve alla sinistra e al PD: speranza senza ingenuità, lucidità senza freddezza, radicalità sociale senza irresponsabilità, cultura di governo senza resa all’esistente. Perché la nostalgia non è una strategia. Ma nemmeno il cinismo può diventare una politica. Da questa idea di umanità discende un compito preciso. Il PD non può accontentarsi di correggere il linguaggio. Non può pensare che basti cambiare la leadership, spostare l’equilibrio, sommare sigle e tattiche. Deve tornare a essere casa politica. Deve ricostruire un legame sociale riconoscibile. Deve trasformare i valori in battaglie, le battaglie in risultati, i risultati in fiducia. Ma per farlo deve anche avere il coraggio di ripensarsi: nel modo in cui decide, seleziona la classe dirigente, ascolta i territori, costruisce il programma, tiene insieme cultura riformista e radicalità sociale. Un partito democratico del nostro tempo non può essere soltanto una macchina elettorale intermittente; deve essere un’infrastruttura civile permanente, capace di formare, connettere, proteggere, proporre e governare. Negli ultimi anni il PD ha perso milioni di voti. E rischia di diventare un partito perdente per abitudine. Siamo stati attaccati dagli avversari, certo. Ma siamo stati anche logorati dal fuoco amico, dalle diffidenze reciproche, dalle correnti vissute come piccoli recinti invece che come luoghi di pensiero. Troppo spesso la discussione interna non nasce da un confronto limpido sulle idee, sulle priorità sociali, sulla direzione del Paese. Nasce da calcoli di posizionamento, da carriere personali, da equilibri di corrente. Ma diciamolo con franchezza: se ogni scelta viene misurata solo in base a chi sale e chi scende, il partito smette di essere una comunità politica e diventa un campo di manovra. Così consumiamo energie contro noi stessi. Disorientiamo gli iscritti. Allontaniamo gli elettori. E diamo l’impressione che il nostro problema principale non sia cambiare l’Italia, ma trovare un posto nel prossimo assetto di potere. Questa strada va chiusa. E va chiusa adesso. Da qui dobbiamo ripartire. Dal rapporto tra iscritti ed eletti. Dal ruolo dei circoli. Dalla centralità della base. Dall’ascolto della società. Dai bisogni dei poveri, dei precari, dei lavoratori, dei malati e dei giovani. Dobbiamo tornare dove la democrazia si consuma ogni giorno: nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle periferie, nelle case in cui si fatica ad arrivare alla fine del mese. Dov’è finito l’emisfero sinistro del cervello del PD, quello che ragiona su meno disuguaglianze e più diritti? Un’alternativa di centrosinistra deve fondarsi su un’alleanza progressista e riformista. Ma soprattutto deve fondarsi su un programma chiaro, verificabile, riconoscibile: sanità pubblica, lavoro dignitoso, salario minimo, transizione ecologica giusta, istruzione, casa, riduzione delle disuguaglianze, uguaglianza di genere e diritti civili. Non servono cento promesse. Servono poche battaglie nazionali, limpide, popolari, costruite nei territori con il Parlamento, i circoli, i sindacati, le associazioni e i cittadini. Io ne vedo almeno cinque. Primo: lavoro dignitoso e contrasto alla precarietà. Secondo: sanità pubblica universalistica. Terzo: politiche per i giovani e il diritto di restare. Quarto: transizione ecologica e climatica giusta. Quinto: istruzione come motore di eguaglianza. Queste non sono caselle di un programma. Sono la nostra idea di Paese. Sono il confine tra rassegnazione e cambiamento. Sono il modo in cui diciamo da che parte vogliamo stare. Ma la credibilità si misura anche in base alle risorse. Non esistono diritti senza risorse. E non esiste una buona finanza pubblica senza diritti. Per questo dobbiamo tenere insieme giustizia sociale, responsabilità fiscale e sviluppo sostenibile: lotta strutturale all’evasione fiscale, revisione delle spese fiscali ingiuste, riordino della spesa improduttiva, tassazione più equa delle grandi rendite e dei patrimoni più elevati, senza colpire il risparmio ordinario e la prima casa. Le risorse recuperate devono andare alla sanità, alla scuola, alla casa, al lavoro stabile, alla riduzione del cuneo fiscale e al taglio dell’IRPEF sui redditi medio-bassi. Serve un vero contratto programmatico. Con obiettivi. Con coperture. Con tempi. Con verifiche indipendenti. Non miracoli nei primi cento giorni, ma un cronoprogramma quinquennale serio. Perché governare non significa promettere tutto a tutti. Governare significa scegliere. E scegliere, per noi, significa stare dalla parte di chi ha meno potere, meno voce, meno protezione. Questo significa chiedere ai cittadini un voto ponderato, non emotivo. Un voto fondato sulla Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali, sull’equità fiscale dell’articolo 53, sulla partecipazione democratica. La nascita del PD è stata uno degli atti più innovativi della politica italiana ed europea degli ultimi decenni. Ma oggi dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che il tempo è cambiato. E quando cambia il tempo, non basta amministrare l’esistente: bisogna aprire una nuova strada. Per questo il richiamo a un congresso vero non nasce da nostalgia statutaria, ma dalla consapevolezza che la crisi è troppo profonda per essere affrontata con strumenti ordinari. Serve un congresso che discuta il mondo prima degli organigrammi, il Paese prima delle correnti, i bisogni sociali prima degli equilibri interni. Serve un congresso che rimetta in fila identità, programma, alleanze, organizzazione, classe dirigente e radicamento popolare. Basta discutere solo dei nomi dei segretari da cambiare. Serve una discussione vera. Serve un congresso vero: un congresso a tema, capace di affrontare l’identità, il programma, la rappresentanza e l’organizzazione. Dobbiamo tornare umani. Dobbiamo ricostruire legami sociali. Dobbiamo parlare con il lavoro, con i sindacati, con le periferie, con i giovani. Dobbiamo opporci con fermezza e correttezza al governo Meloni. Ma soprattutto dobbiamo tornare a essere una speranza credibile per chi non si rassegna. Per chi lavora e resta povero. Per chi studia e teme di dover partire. Per chi cura e non viene curato. Per chi vive nelle periferie e chiede dignità. Per chi crede ancora che la politica possa cambiare la vita delle persone. Solo così il PD potrà riconquistare credibilità e fiducia. Solo così potremo tornare utili al Paese. Solo così potremo dire, senza retorica né paura, che tornare umani è il primo passo per tornare a vincere. Buon lavoro, buona fortuna e buona vita a tutte e a tutti noi…

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