WELFARE: …esiste ancora lo stato sociale?

La metto così, ma precisando che la domanda non vuole essere né retorica né meno che meno provocatoria.
Le considerazioni che mi fanno porre la domanda, sono molte e muovono da un fatto ormai incontrovertibile.

Nel corso di poco meno di un secolo, si è assistito ad una trasformazione epocale dei sistemi di welfare. Passando da un modello per secoli connotato da un situazione che vedeva la cura e l’assistenza considerate questioni fondamentalmente privatistiche (familiari), ad un modello caratterizzato da una forte presenza dello Stato.

Questa fase avanzata in modo tutt’altro che lineare è durata circa cinquanta-sessanta anni, caratterizzando la modernizzazione della società e delle sue istituzioni.
In altre parole caratterizzando fortemente la democrazia degli Stati d’Europa all’indomani dell’ultimo conflitto mondiale, nella presa di coscienza che una equa distribuzione delle risorse fosse un elemento cruciale di ogni società democratica.
Dopo gli anni ottanta questo modello è stato via via sostituito da una nuova configurazione, infatti, il ruolo dello Stato e degli Enti pubblici, è sembrato via via sfumare e spegnersi. Mentre andava diffondendosi l’idea che tra le cose da fare assolutamente, per salvare il Paese e la sua crescita economica, fosse ormai necessario smantellare in grande parte il sistema pubblico di welfare.
Quindi, in un momento storico come l’attuale, in cui le sperequazioni sociali aumentano e le diseguaglianze stanno diventando intollerabili, il quesito diventa di scottante attualità… e può essere declinato anche così: “Lo Stato riuscirà a conservare il suo ruolo cruciale per controbilanciare le crescenti ingiustizie e per rendere effettivi i diritti di tutti i cittadini?”

sondaggi-renzi-ipsos-4Veniamo …al fatto. Per l’ennesima volta, la discussione sulle pensioni è ripartita, più forte che mai, tutti parlano e fanno proposte, alcune anche interessanti (le abbiamo postate nelle scorse settimane su questo blog), ma l’impressione è che il dibattito sia preda della demagogia che regna ormai sovrana nella politica come nelle istituzioni così come anche nella così detta “…Società Civile”. E alla fine, in questa grande confusione è sempre più difficile fare chiarezza e semplificare una matassa complicata e che si complica  di più ogni giorno che passa.

Eppure qualche punto fermo ci dovrà pure essere?! Partirei da una considerazione che riguarda la riforma del 2011 quella del Governo Monti.

Fu fatta (con il consenso di tutti partiti, sindacati, aziende… e quasi tutte le varie associazioni sociali e di rappresentanza del nostro Paese) perché l’Italia era vicina a un totale “collasso economico” quale risultato della crisi finanziaria mondiale…   e la questione ci veniva altresì imposta dai vincoli che abbiamo con l’Europa. Fu fatta quindi per evitare la “catastrofe” e tentare di riguadagnare un certo credito internazionale che avevamo perduto.

A questo punto mi pare di poter dire con forza dell’inutilità di una discussione, che se da un lato rinfaccia ‘colpe’ generazionali dall’altro chiede genericamente comportamenti di responsabilità sempre agli stessi… Non serve quindi a nulla… continuare a discutere all’infinito così: come fanno invece le varie forze politiche e sociali, di chi sia la ‘colpa’ dell’accaduto e di chi debba avere la responsabilità della soluzione (sobbarcarsi i costi) del problema pensionistico italiano.welfare-650x400
Partiamo dal fatto che quella riforma alla fine ci ha permesso soprattutto un risparmio di spesa significativo (30 miliardi l’anno). Che l’allungamento dell’età pensionabile ha già determinato in questo inizio d’anno una richiesta di assegni pensionistici pari a meno 34% di quelle chieste nel 2015.
D’altronde sull’allungamento degli anni necessari per andare in pensione, siamo in buona compagnia. Infatti, col forte invecchiamento della popolazione, tutti i Paesi Ocse hanno scelto la strada dell’innalzamento dell’età pensionabile, più anni di lavoro, meno di pensione.
Ora la così chiamata  “riforma Fornero”, al netto del problema degli ‘esodati’ che va risolto, una volta per tutte e per tutti coloro che sono in questa situazione… può essere sicuramente migliorata. Ma come?

La flessibilità in uscita. Nessun dubbio… sul piano dell’efficienza e della libertà delle scelte, all’interno di un certo range, una persona dovrebbe essere libera di decidere quando andare in pensione, naturalmente con una correzione attuariale della pensione. Ma non si può far finta di non sapere che in termini strutturali questa strada vuol dire però tornare indietro dalla riforma del 2011, infatti un provvedimento generalizzato di uscita anticipata sarebbe costoso e danneggerebbe le giovani generazioni. Ma d’altro canto qualcosa deve esser fatto, ad esempio per i lavori usuranti, dove lasciare un vincolo a 66 anni per andare in pensione …appare alquanto difficile; oppure  certo prevedendo forme di part-time a fine carriera lavorativa.
Di questo dobbiamo esserne tutti convinti. Non si può pensare di continuare a far lavorare un lavoratore in cima ad una gru a 67 anni e meno che meno a 70 anni.  Qui l’usura è evidente e riguarda l’incolumità psico-fisica delle persone che lavorano. Ma lo stesso ragionamento eviterei di farlo per un insegnante di qualsiasi materia della scuola media o superiore… che insegna 28 ore la settimana e con le altre ore in cui resta comunque a disposizione non raggiunge le 40 ore settimanali. Né tanto meno forzerei i termini della discussione chiedendo di eliminare il calcolo contributivo e il ritorno alle pensioni di anzianità…
Partiamo dai dati di fatto non dalla demagogia!  mafalda
Ora, sapendo che le condizioni precarie della nostra finanza pubblica non permettono nel breve una modifica strutturale di questo approccio per poter rimandare in pensione tutti quanti intorno a 60 anni come era prima. C’è poco da fare… non è possibile! Chi fa proposte demagogiche (governo e/o opposizione, sindacati e associazioni varie di categoria) dovrebbero saper indicare a priori dove sono le coperture finanziarie con cui far fronte a questa eventuale …controriforma, tenendo conto della dimensione del nostro debito pubblico.

Ci si deve però anche chiedere quali ‘coorti di individui’ potrebbero accettare un’uscita anticipata volontaria con una forte penalizzazione e le implicazioni in termini di equità: …escono solo i più “ricchi”, che hanno altri redditi familiari e/o patrimoniali?
Il secondo problema, ma solo per ordine d’esposizione: è la dissociazione oggi sempre più esistente tra pensioni e mercato del lavoro. Il sistema a ripartizione, dove gli attivi pagano per i pensionati, nasceva in tempi in cui esistevano carriere regolari per 40 anni e oltre.

Queste oggi non esistono più, forse ancora solo per il pubblico impiego, per cui l’aumento dell’età pensionabile a 66 anni e oltre si scontra con le espulsioni dal mercato del lavoro prima o dopo i 60 anni. Ecco spiegato così il perché degli Esodati. Forse, occorrerebbe porsi non il problema del “famigerato articolo 18″, ma quello di una “regoletta” che se ad un lavoratore mancano 5 anni alla pensione e ha almeno un decennio di anzianità nella stessa azienda… non può essere licenziato, salvo fatti gravi e motivabili.  E se l’azienda chiude per fallimento… bisogna trovare un “ammortizzatore sociale” adeguato per portarlo senza drammi umani e sociali all’acquisizione dell’età pensionistica stabilita. O, la libertà d’impresa… deve essere tale… da prevedere l’annullamento di ogni vincolo sociale quando …magari l’azienda ha fruito per anni di trattamenti e agevolazioni varie: flessibilità contrattuali e non; ma anche di risparmi contributivi e/o economici a sostegno dell’occupazione?!  Davvero tutto quel che non risponde più al solo criterio del massimo profitto… può e deve essere caricato in termini di costi sociali sulla collettività?! Ma… Santa Confindustria…
Terzo, la discussione si concentra sempre e solo sul reperimento delle risorse per permettere la flessibilità in uscita, cioè sul tipo di penalizzazioni da attuare su chi esce prima. Il 3 oppure il 5 o l’8 per cento?

Ora, una correzione attuariale studiata bene sulle pensioni anticipate nel lungo periodo, è vero, non produce effetti, cioè non aumenta il debito pensionistico aggregato — anche se ci vogliono almeno 20 anni — ma nel breve li ha e chi propone la flessibilità fa fatica ad ammetterlo. Per metterla in termini più semplici possibili, una pensione di 1.000 euro se anticipata sarebbe ridotta a 900 euro e l’onere pensionistico nel lungo periodo sarebbe invariato. Nel breve periodo però, c’è una bella differenza, perché l’anticipo anche se solo di un anno di 900 euro, costringe a trovare le coperture da subito, un anno prima, con effetti ovvi sulla spesa e sul disavanzo.

La distribuzione nel tempo dell’onere pensionistico complessivo è molto importante. UeLa Commissione europea sarebbe disposta ad accettare riforme che diventano neutrali dopo 20 anni ma che nel breve aumentano la spesa? E che succede se un governo tra x anni rivedesse la strada intrapresa? Si tasserebbero le pensioni anticipate permesse oggi?
Quarto, siamo sicuri che un’uscita anticipata avrebbe effetti sull’occupazione …quella giovanile? Qui… la questione cruciale è se ci sia sostituibilità tra pensionandi e giovani nel mercato del lavoro. I dati di cui siamo in possesso, purtroppo, evidenziano una bassa sostituibilità, con l’eccezione delle qualifiche meno elevate (con buona pace per Tito Boeri Presidente INPS).
L’unica soluzione… diciamolo una volta per tutte… sta quindi solo nel fatto che aumenti la crescita economica e l’occupazione. I giovani non devono chiedersi …se avranno o meno la pensione e di quanto sarà? La risposta è già certa… va ben oltre gli effetti del Jobs Act. I giovani devono chiedere lavoro e questo deve essere adeguatamente retribuito. Senza lavoro e senza adeguati salari… tra quarantanni …non ci saranno pensioni adeguate per vivere con dignità!  Non serve mandare in pensione prima tutti  i lavoratori.
Quinto. Constatata l’impossibilità di un ricalcolo contributivo per tutti, l’unica strada da esplorare è solo quella di togliere sicuramente i “vitalizi” ai politici (altrimenti dove va a finire quel criterio di equità …sul quale si basa molta della polemica che ci sia una corrispondenza tra contribuzione versata e pensione percepita. Perché questo dovrebbe valere solo per i lavoratori dipendenti e non per i politici e altre categorie lavorative: Professionisti vari, Artigiani, Commercianti, Agricoltori, ecc. ecc.).

Certo ci sta anche di chiarelettere_intoccabili (2)richiedere un ulteriore contributo sulle pensioni al di là di una certa soglia per creare un meccanismo di solidarietà per le pensioni più basse. Ma sapendo, fuori di ogni argomento demagogico …che è una strada difficile e molto delicata. Ad esempio: Colpiamo anche le pensioni di chi è uscito con meno di 20 anni di contributi? Colpiamo le pensioni di reversibilità? Sapendo che è vero che vengono pagate a lungo visto l’aumento dell’aspettativa di vita… ma che già in partenza le pensioni di reversibilità scontano una sostanziale franchigia del 40%. Colpiamo pure le pensioni d’oro… o meglio quelle di “platino” sapendo che però dato il numero di queste… non vi sarà un effetto economico… ma sicuramente di esempio sociale… rispetto più che al concetto di bene comune al concetto del “…troppo, stroppia!”   È  forse questa l’unica soluzione per evitare poi la scure della Corte Costituzionale: un meccanismo di solidarità all’interno del sistema pensionistico, i pensionati più benestanti aiutano quelli più indigenti, una pensione di base previdenziale finanziata con un tale prelievo e se necessario integrata dalla fiscalità generale. Possono essere immaginate diverse modulazioni ma resta da definire un piccolo particolare: dove fissiamo l’asticella? Quali sono veramente le pensioni più elevate? Intorno ai 1.500 o sopra i 3.000 euro? E la differenza nel gettito fiscale che si produrrà …resta neutro o produrrà nuove tasse? Parliamo di lordi o netti? Il limite deve dare un gettito adeguato per finanziare il meccanismo di integrazione e quindi deve essere tra i 5 e i 10 miliardi annui almeno. Tutto facile in teoria, peccato che il prelievo …e i politici lo devono sapere, senza fare demagogia e annunciare interventi redistributivi  che poi cadano nel nulla… dovrà essere sopportabile soprattutto sul piano sociale e non tanto e solo compatibile ai loro …conti elettorali.

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