Governo: il PD porta la croce senza ottenere nulla in cambio, ma forse se ne sta accorgendo…

Ho avuto modi di accennarlo in precedenti post qui sul Blog, di come il Pd, portasse sulle spalle con senso assoluto di responsabilità e fino al sacrificio l’intero Governo… rinunciando ad ogni anelito identitario, pur di favorire la tenuta dell’alleanza coi 5stelle, loro sì, incapaci di ogni sacrificio identitario… e spesso privi di ogni reale competenza a risolvere i problemi affrontandoli nel merito… sempre qualche “grida” di troppo per far sapere al popolo che il Movimento vive e combatte solo e sopprattuto per se stesso. Infatti, la storia di questo anno di governo con la maggioranza giallorossa di 5stelle & PD mostra: Zingaretti e Franceschini ‘innamorati’ di Conte e dei cinquestelle tanto da dimenticarsi le leggi fatte dagli stessi con Salvini. Mentre gli adulti guidati da Gentiloni evitano la catastrofe nazionale e Orfini resta l’unico che si fa sentire. Ma come è possibile che i liberal e i riformisti del Pd siano finiti a braccetto di Vito Crimi? Abbiamo di fatto assistito alla misteriosa scomparsa dell’ala riformista del Partito democratico… A volte bastano poche parole per sprofondare nel ridicolo: Nicola Zingaretti ha detto che Giuseppe Conte, l’ex vice del vicepremier Matteo Salvini diventato a suo dire «il punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti» senza aver cambiato nemmeno uno dei provvedimenti che Zingaretti stesso e i suoi parlamentari definivano «fascisti», «liberticidi» e «vergognosi», ora addirittura «sta guidando l’alleanza dei democratici», sempre con Casalino del Grande Fratello e senza aver cambiato idea sui decreti sicurezza, sulla legge spazzacorrotti, sulla quota cento, sul reddito di cittadinanza, sul professore del Mississippi Mimmo Parisi e la sua app che doveva servire, secondo quanto sbandierato dal medesimo Parisi e dal suo sponsor Gigino Di Maio, a «incrociare i dati tra domanda e offerta di lavoro» per il reddito di cittadinanza. Ma c’è dell’altro… dagli ammiccamenti ai cinesi, al no al Mes, fino facendo cambiare opinione proprio a Zingaretti circa duecento giorni dopo la roboante promessa del segretario del Pd di cambiare i decreti sicurezza approvati durante il primo tempo del governo Conte. Intanto Dario Franceschini, il quale alle parole su Conte di Zingaretti ha aggiunto che sostiene da tempo che «l’intesa di governo tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle debba sfociare in un’alleanza permanente». Perfetto. La trasformazione del Partito democratico in un corollario dei Cinque stelle sembrava ormai irreversibile, avendo rinunciato fin dal primo giorno a esercitare una qualche forma di egemonia culturale sui grillini, come aveva invece fatto con abilità Salvini, il quale a questo punto può vantarsi di esserci riuscito, sia pure di sponda, anche col Pd. Certo c’è la notevole eccezione del trio composto da Paolo Gentiloni a Bruxelles e da Roberto Gualtieri e Enzo Amendola a Roma, grazie al lavoro dei quali restiamo agganciati all’Europa e non siamo ancora diventati vassalli della Cina o della Russia, carissimi a Conte e Di Maio, o sprofondati in un Venezuela senza il petrolio come piacerebbe a Di Battista. Per il resto, silenzio assoluto. Oppure vetero gauchismo statalista con Andrea Orlando, Peppe Provenzano e lo stesso Zingaretti. Oppure Francesco Boccia, a proposito del quale ci sarebbe da appellarsi al quinto emendamento della Costituzione americana. Oppure contumelie se altri esponenti della maggioranza, gli odiati renziani, si permettono non solo di criticare le baggianate grilline e la confusione di Conte, ma addirittura di proporre un’iniziativa, una legge, un emendamento che possa giustificare la loro presenza al governo da progressisti e non da complici delle scelte gialloverdi di Giuseppe Conte. L’anomalia era diventato come già accennato, Matteo Orfini, il quale non ha mai smesso di opporsi ai decreti sicurezza e al cedimento strutturale innanzi alla demagogia populista. Su Twitter, tra l’altro, qualche giorno fa Orfini ha svelato che la direzione del Pd non si riunisce da mesi, nemmeno virtualmente, nemmeno nel pieno della più grave crisi sanitaria, economica e sociale della storia repubblicana: a proposito, qualcuno ha mai avuto più notizie della nuova presidente del Pd Valentina Cuppi? Ma la cosa davvero sconcertante è che con il coronavirus sia scattato anche il lockdown intellettuale dell’ala cosiddetta riformista del partito, l’area progressista fino all’altro ieri culturalmente e pugnacemente antigrillina, ora umiliata e prosternata ai piedi dell’alleanza democratica permanente con Vito Crimi che fa da paravento all’ex Capo politico del Movimento Giggino Di Maio. Da qualche giorno sembra che Zingaretti & Compagni comincino a capire grazie ai sondaggi che questa strategia accomodante con Conte e 5stelle non ha e non sta funzionando. Iniziano quindi le prime critiche al premier, a partire dall’annuncio sugli Stati Generali dell’Economia, deciso solitariamente dal Premier senza dir nulla a  a Franceschini… e men che meno a Gualtieri, ma questo è solo l’aggravante di questi tempi post-virus, al momento di alternative a un quadro politico sempre meno convincente non se ne vedono ancora… “Mentre conducevano via Gesù, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù” (dal Vangelo secondo Luca 23, 26). Più prosaicamente, il ruolo di portatore della croce, in politica, alla lunga non è detto che paghi. Anzi. Accade talvolta che il Cireneo di turno si ribelli alla sua condizione, stanco di recare il peso del sacrificio, magari da solo, finendo con l’avvantaggiare altri; e tanto più se a questo sforzo subentra l’angoscia che sia tutto vano. È chiaro che si sta parlando del Partito democratico, come del Cireneo che porta la croce senza riconoscimenti in cambio, anzi: un recentissimo sondaggio di Swg ha scosso il Nazareno perché segnala un’inversione di tendenza con un meno 0,7 in una settimana che fa andare il partito di Nicola Zingaretti sotto quota 20%, la soglia psicologica che segna la differenza fra una discreta salute e una incipiente malattia. E sembra che il dato sarà confermato anche nella prossima rilevazione: insomma, già appare come una tendenza. Un altro sondaggio, questa volta di YouTrend per SkyTg24, dice che il Pd correrebbe un rischio mortale se Giuseppe Conte scendesse in campo con una sua lista, che si collocherebbe più o meno sullo stesso piano dei 5stelle o di FdI della Meloni (14%), talchè, proprio come il maresciallo de Soubise che portò a schiantare i francesi contro i prussiani di Federico II, Zingaretti & C. avrebbero lavorato per il Re di Prussia, ossia l’avvocato del popolo. E senza minimamente incassare il dividendo del Calvario attuale scalato in nome della guerra al Covid e della ricostruzione economica del Paese. Ma recare le stimmate sulle mani nella cruda logica della politica non serve, se non a qualche successiva menzione nei libri di scuola. I dirigenti del Pd, che un po’ di palestra politica l’hanno fatta, tutto questo lo sanno benissimo. E capiscono che, sia il 18 oppure 21 per cento, rappresentano la dura realtà: che il Pd non riprende il volo, non può ambire, con questi numeri, a rifondare una coalizione vincente sotto le sue insegne. E per un partito che ha nel suo DNA i cromosomi dell’egemonia questo equivale, appunto, a portare la croce e basta, a essere ineluttabilmente subalterni, cioè sconfitti dalla Storia. Ecco perché in questo clima di agitazione tutti i capi del partito stanno intervenendo a raffica, più o meno pubblicamente, per chiedere un cambio di rotta, non solo a Giuseppe Conte ma, dietro di lui, allo stesso leader del Pd. E da parte sua Zingaretti, che ben conosce umori e movimenti nel suo partito, ha in effetti cominciato a dare segni di insofferenza… L’ultimo segnale è come sé già detto, l’irritazione a scoppio ritardato per l’annuncio contiano degli Stati generali dell’economia, senza che ci sia stato un coinvolgimento dei partiti di maggioranza e quindi nemmeno del PD. Conte “cavaliere solitario” è giunto al bivio dell’economia, così lo definisce Stefano Folli nel suo commento su La Repubblica, finisce quindi sotto il fuoco amico. I democratici processano infatti il premier Giuseppe Conte e lo fanno soprattutto i ministri Gualtieri e Franceschini. La sua colpa? Non aver condiviso gli ultimi annunci, in particolare la convocazione degli Stati generali sulla crisi originata dal coronavirus. Palazzo Chigi il Premier Conte è “in freddo” anche con Colao che ha presentato le sue proposte per la ricostruzione ottenendo in cambio la quasi indifferenza del premier. Nel piano la lotta alla burocrazia, la digitalizzazione della pubblica amministrazione, la riforma del welfare e uno sconto penale per le aziende in caso di Covid tra i dipendenti. Zingaretti, con il ministro Roberto Gualtieri e il capo delegazione Franceschini, hanno cominciato a chiedere spiegazioni a Palazzo Chigi. Il primo è stato l’articolo di Zingaretti sul Sole 24 Ore in cui reclamava l’utilizzo del Mes senza ulteriori indugi che va inevitabilmente a cozzare con la contrarietà dei grillini e la cautela del premier ed è dunque l’apertura di un fronte e di una battaglia che il capo dem giudica decisiva perché capisce che il Paese ribolle in attesa di soldi veri e subito – quelli del Recovery fund arriveranno chissà quando – ed ecco allora perché servono i miliardi del Mes. Ora. Il paradosso è che il pezzo d’Italia che schiuma rabbia è portata istintivamente a guardare a una destra tendenzialmente sfascista quando non esplicitamente eversiva, sia pure con i connotati trash di un Pappalardo; e un altro pezzo sostiene Giuseppe e i suoi fratelli: alcuni ministri in particolare, come Roberto Gualtieri, Enzo Amendola, Lorenzo Guerini, “carte buone” che però non sono spendibili al tavolo verde del consenso. I quali anche per il loro profilo molto istituzionale non vengono percepiti come “il Pd”. Che resta sullo sfondo, come nelle fotografie venute male, c’è e non c’è, dice e non dice, fa e non fa, e soprattutto si muove poco o nulla terrorizzato dal rompere qualche cristalleria o di fare troppo rumore. Immobilizzato sin qui dall’emergenza, il dibattito interno ora può riprendere e dare un primo sfogo alle inquietudini, ai dubbi, al mal di pancia, soprattutto all’ansia di voler capire dove si sta andando. Ma è un dibattito non ordinato e senza una sede propria. Dalla sinistra di Andrea Orlando a certi discorsi non pubblici di Area riformista, dal nervosismo di Goffredo Bettini («Serve uno scatto») alle parole di Sala o Gori o Nardella fino all’aperta presa di posizione di un battitore libero come Tommaso Nannicini è tutto un domandarsi se non sia vicino il momento di dare una sterzata alla linea, sin qui – dicono ormai in molti – troppo subalterna al premier e ai grillini. Ma anche chi considera inevitabile quest’alleanza, cioè nella stessa maggioranza di Zingaretti, si pone il problema di come interpretarla, di come forzare un quadro politico sempre meno convincente e sempre più slabbrato, di come preparare almeno nelle intenzioni una prospettiva diversa. Il che rimanda ancora una volta alla domanda se valga la pena portare la croce come Cireneo e fino a quando?

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