I robot “ruberanno” tre milioni di posti di lavoro in Italia…

Il lavoro ha ancora un futuro?

Più di un report di vari Istituti di Ricerca nazionale o internazionali spiegano come ci sia questo rischio nel Mondo e in particolare per l’Italia. Ma c’è chi sostiene che non bisogna aver timore in quanto rispetto ai posti persi, se ne creeranno molti di più e i giovani devono farsi trovare preparati.  Sono quindi in molti a fare i conti, cercando di capire quanto la rivoluzione industriale in atto, la quarta, quella dei robot, potrà minacciare i posti di lavoro finora occupati dagli uomini.  Ecco la domanda delle domande: “il lavoro umano ha ancora un futuro?” alla quale ormai da qualche tempo, tutti cercano di rispondere. Le risposte hanno tutte un certo tenore e un’identica considerazione in premessa: “Tutto dipenderà da come si affronta il cambiamento in corso!”   Aggiungendo: “Rispetto a ciò per il mercato del lavoro italiano non sarà una passeggiata”.  Infatti,  nei prossimi 15 anni si calcola che  verranno meno più di tre milioni di occupati nei settori tradizionali e fino a 4,3 nello scenario più pessimista.  Sarà quindi possibile: “…crearne altrettanti in quelli innovativi? E c’è da crederci?” Una ricerca dello Studio Ambrosetti, partendo dalla manifattura e dal commercio ci dice che: “Perderanno rispettivamente 840 mila e 600 mila unità”, nel giro di quindici anni le attività immobiliari – che oggi impiegano più di due milioni e mezzo di italiani – perderanno trecentomila addetti, l’agricoltura e la pesca più di duecentomila”. E la perdita dell’occupazione sarà rapida: “130 mila all’anno nei primi cinque, 290 mila negli ultimi cinque”. E i rischi maggiori saranno per le nuove generazioni.  “Il rischio di sostituzione è del 20 per cento per i lavoratori fra i 20 e i 24 anni, del 16 per cento fra i 25 e i 29, del 13 per cento fra i 60 e i 64 anni”. Questi i numeri che ci portano a chiederci: E’ possibile evitare che i robot ci rubino lavoro?  Sempre secondo la citata ricerca sarebbe sufficiente mettere in campo: “iniziative capaci di creare 42 mila posti all’anno nei prossimi cinque”, Occorre però puntare sui settori che oggi impiegano più di ogni altro: “alta tecnologia, scienze della vita, ricerca di base”.  Lo Studio Ambrosetti quindi prosegue raccontando che: “…per ogni nuovo posto in un settore avanzato se ne creano altri 2,1 nell’indotto: e quindi quarantamila posti l’anno nei settori chiave fanno  per l’appunto tre milioni di nuovi occupati nei prossimi 15 anni portando a saldo zero la perdita dei posti di lavoro vecchi che saranno rimpiazzati da quelli nuovi”.  Tenendo conto che rispetto a ciò  riverbera l’importanza di un titolo di studio adeguato. Infatti, quello che emerge è abbastanza scontato: “in futuro più le qualifiche acquisite saranno basse, più sarà alta la possibilità di restare disoccupati”. Mentre: “chi avrà in tasca una specializzazione universitaria adeguata rischia appena l’un per cento di probabilità di perdere il posto; al contrario, per chi non ha almeno una laurea o avrà lauree non specialistiche, il rischio sale al 17 per cento: si tratta di ben 17 milioni di italiani”,  così c’è scritto nel citato report. Di chi sarà quindi il futuro del lavoro? “Il futuro – dice sempre la ricerca in questione: è per chi svolge mansioni complesse, con una forte componente intellettuale e non facilmente sostituibili dalle macchine. I settori che rischiano meno sono i servizi per la salute e la comunicazione. Quindi, il futuro del lavoro è nelle qualità umane, quelle che le macchine non potranno mai sostituire: creatività, innovazione, capacità di relazione. La credenza che i robot rubino il lavoro, è appunto una credenza.  Non è vero per niente che il destino delle società avanzate sia segnato”.  Fanno eco a queste tesi anche anche numerosi editorialisti dei principali giornali economici: “La credenza che automazione e intelligenza artificiale distrugga più posti di lavori di quanti ne creino è per l’appunto una credenza, non una legge generale dell’economia”.  Cosa lo dimostrerebbe? Secondo più commentatori, che questa paura è tutta italiana è nasce da una situazione particolare, quella di un Paese che ha perso molti posti di lavoro, ma non certo a causa dei robot… Mentre: “Dieci anni di instabilità economica e di spettacolari progressi tecnologici non hanno impedito a ben 21 Paesi avanzati sui 35 elencati dalla ricerca Ambrosetti, di aumentare i propri tassi di occupazione, che spesso erano già molto elevati nel 2007.  L’Italia comunque è e resta: Il vagone di coda di una situazione economica Europea che nella crisi è comunque cresciuta annualmente di circa un punto, un punto e mezzo di Pil in più del nostro. E anche oggi, che il nostro Pil ha accelerato la sua corsa all’insù… ci vede comunque più lenti per via di un debito pubblico enorme e grandi ritardi nella ricerca e nelle innovazioni. Se le questioni sono queste: penso francamente che il futuro del lavoro nel nostro Paese continui ad essere più che incerto!

 

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