Idee per la Buona Politica

 

(parte seconda)

…altre idee e proposte per una buona politica:

“Noi sudditi di poteri sempre più lontani”

È corrente, in questo periodo, la spiacevole sensazione di essere dei sudditi, ma molto poco governati (…) non ci sono in giro protagonisti abbastanza forti. I soggetti politici (i partiti, ma non solo) si rifugiano in una mediocre autoreferenzialità, accodandosi a una logica di governo legittimata prevalentemente da fenomeni e decisioni che si svolgono altrove. Il “popolo”, formalmente ancora titolare di ogni democratica sovranità, finisce per sottostare a poteri sempre più alti e lontani. Non sorprende che si vada affermando una struttura del potere, sia internazionale che nazionale, che tende a slittare in alto, mentre i circuiti intermedi (europei e nazionali, politici o istituzionali) restano in una configurazione ambigua: si presentano cioè come un insieme di “gironi” sovrapposti uno sotto l’altro in orizzontale, senza che si attui una significativa comunicazione fra loro.
(…) Una volta era la politica che sapeva gestire la connessione verticale dei vari «gironi». Oggi nessuno sa più fare il “lavoro in verticale” e i singoli circuiti intermedi sono abbandonati a se stessi. Chi non ha voglia di adattarsi a un futuro di pura sudditanza ai pochi apicali regolatori delle costellazioni farebbe allora bene se anzitutto si liberasse della ormai asfissiante orizzontalità che regna nei vari gironi di potere intermedio; se esplorasse gli spazi di un recupero di un lavoro (anche politico) in verticale. Ma esso non è ancora nell’ orizzonte di attenzione delle nostre classi dirigenti, da decenni prevalentemente relazionali e orizzontali. La politica deve fondarsi sulla centralità della persona, da Machiavelli a Croce: “autonomia della politica dalla morale” ovvero, la prevalenza del principio di realtà sul moralismo, delle dure repliche della storia sul dover essere.
(…) La differenza fra affrontare “il mondo come è” dell’uomo politico e quello del tecnico che si muove secondo gli schemi del “mondo come dovrebbe essere”. L’uomo politico si preoccupa delle conseguenze delle proprie azioni a breve termine, mentre il tecnico bada a tener fede, agli schematismi della teoria economica e agli imperativi moralistici alla cui realizzazione crede di essere stato preposto dalla collettività, se non proprio come “inviato da Dio”.
(..) E’ saggio chiedersi se il difetto non stia nell’Ordinamento giuridico e nel sistema politico usciti dalla pur meritoria Costituente del 1947, quando il mondo non era propriamente quello di adesso. La crescita non la si produce per decreto, ma allargando i confini entro i quali si concretano l’autonomia e le capacità creative della società civile. Lo statalismo, qui, non è la soluzione, ma il problema. Si metta, dunque, mano alla riforma dello Stato partendo dalla revisione del suo Ordinamento giuridico, ripristinando lo Stato di diritto, oggi latente, nel segno dell’individualismo metodologico, cioè del primato della centralità e dell’autonomia della Persona.
(…) Gli italiani hanno mostrato di non credere più alle promesse, ma di volere fatti, fatti, fatti all’insegna di un’espansione delle loro libertà.

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“Per i politici – Decalogo del buon politico”

1. La politica arruola ottimi artigiani e pessimi mestieranti. Non sempre sono nobili i motivi che orientano la preferenza dei cittadini a fare parte dell’uno o dell’altro gruppo. 2. La menzogna finisce smascherata e, sempre immorale, è dannosa più di quanto si presuma utile. 3. Dir di no costa ma è utile. A richieste onerose per la comunità il no, pur doloroso, oltre che doveroso, è utile. 4. Non ti circondare di adulatori. L’adulazione fa male perché eccita la vanità e altera la percezione della realtà. 5. Vinci la tentazione di ignorare la legge col pretesto del vantaggio politico. 6. Non pensare di essere indispensabile e guardati da chi t’illude dandoti a vedere di crederlo. 7. L’attaccamento al denaro spinge a trascurare i propri doveri; è dunque impedimento all’impegno in politica.8. Non abbondare in discorsi ampi e programmatici; pure gli uomini politici realizzano meno di quanto credono e in tempi più lunghi di quel che sperano. Lascia la parola ai fatti. 9. La folla applaude e protesta: non inorgoglirti se applaudito e non affliggerti se osteggiato. 10. Il miglior modo per chiudere la giornata, anche per l’uomo politico è l’esame di coscienza.
La buona politica quindi come rimedio all’antipolitica, è la sfida che abbiamo davanti. In questa crisi, si sente tanto la mancanza di una classe dirigente che sia di nuovo capace di bene comune. C’è un fenomeno tutto interno alla classe dirigente, non solo italiana, su cui non si riflette abbastanza. È la teoria della “selezione avversa”, introdotta dal premio Nobel per l’Economia George Akerlof nel 1970. Quest’economista americano dimostrò che in molte situazioni reali il mercato non premia i migliori né il merito ma, se lasciato a se stesso, tende ad attrarre e selezionare i peggiori o, nelle sue parole, i lemons (i “bidoni”): in un mondo reale un’istituzione o un’organizzazione attrae un tipo di persone o un altro in base ai segnali che essa emette.
Qualsiasi organizzazione nel selezionare il suo personale deve fare molta attenzione ai segnali che dà, perché il primo strumento di selezione è il segnale stesso. Quando allora una società ci rappresenta quotidianamente una classe dirigente politica caratterizzata da privilegi, inevitabilmente tende ad attrarre verso la politica individui interessati, più della media, a quei privilegi e, conseguentemente, poco motivati dal bene comune. Se oggi la politica vuole rinnovarsi, ed essere all’altezza delle nuove sfide, deve iniziare a dare segnali diversi, soprattutto ai giovani. Serve una liberazione delle forze innovative della società e dell’economia civile, chiamando la fitta rete di associazioni e movimenti, di cui è ricco il nostro Paese, ad un nuovo protagonismo. il capitale più importante è costituito dalle persone e dai loro “carismi” (doni). E noi non usciremo bene da questa crisi senza un nuovo protagonismo del civile, e delle sue persone.
Serve buona politica come arte di governare, con il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte “dolorose, impopolari”. Si può paragonare la guida di un Paese all’esperienza quotidiana di chi dirige una azienda. Usciamo dalla cultura prevalente del dire rispetto al fare: abbiamo bisogno di classi dirigenti preparate.
Si tratta di un manifesto liberale a più mani, per un Paese che liberale non è mai stato. Una serie di saggi su temi legati da un filo rosso: sempre, lo Stato è il sovrano, spesso assoluto, e il cittadino è il suddito. Sudditi è un viaggio in un’Italia in cui lo Stato è rimasto ancora il Sovrano e i Cittadini sono rimasti, appunto, Sudditi. In cui si è perso quello che Cavour chiamava il “senso della libertà”. Per uscire dalla crisi, quella di oggi ma anche quella di ieri, gli italiani devono tornare a essere Cittadini.

politica

Mai su un rapporto di parità. Una costante storica della politica e dell’amministrazione pubblica italiane, sostenuta, appunto, dall’idea che lo Stato e chi lo occupa (i partiti e i funzionari) la sappia sempre più lunga sul bene dei cittadini, e per questo sia legittimato a limitarne le libertà.

Dobbiamo tornare a dividerci, anche su basi ideali. Non è vero che tutto è uguale. Il mondo è diviso tra coloro che ritengono di sapere meglio di me qual è il mio bene e coloro che ritengono che la scelta vada lasciata a ogni individuo.

Questa deve diventare una discriminante ideologica. Vuole creare uno spazio, un po’ culturale e un po’ politico, nel quale i liberali italiani possano ritrovarsi. Ed essere influenti. Gli sembra il momento giusto: il rapporto tra Stato e cittadini è probabilmente il maggiore punto di frizione innescato dalla crisi. Solo con un ripensamento profondo del rapporto fra Stato e cittadino, solo comprendendo che non è il cittadino che deve essere al servizio della macchina pubblica ma è quest’ultima che deve semmai attenersi a pochi, semplici compiti espressamente delegati dalla società, potremo sperare di uscire a testa alta da una crisi che per l’Italia precede la crisi dell’euro – e che ha dimensioni davvero tipiche e peculiari del nostro Paese.

“Nuove forme di partecipazione: Manifesto per un soggetto politico nuovo”

Troppe volte la partecipazione ha assunto il volto dello ‘sfogatoio’(…). Il Laboratorio Napoli “Per una Costituente dei beni comuni” prevede sedici consulte divise per macro-aree che si interfacciano con i singoli assessorati attraverso il ruolo dei facilitatori (…). Un altro esempio di partecipazione è il referendum on line.
(…) Un altro ancora viene chiamato PARTY (partecipazione attiva riunendo tavoli interagenti). E’ un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology). Tra le forme di democrazia partecipativa, quella di Porto Alegre in Brasile è una delle più convincenti: la partecipazione è calendarizzata, prevede un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione, (…) perché è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale per qualsiasi democrazia.
Occorre riportare il cittadino al centro della vita pubblica della nostra nazione. Il fare politica impegna tremendamente: la politica come vocazione e come professione. Il politico di professione è un centauro, è doppio.
(…) Occorre aprire un cantiere per la costruzione di un fronte liberale e democratico intorno a pochi e chiari obiettivi (…) il ritiro di politici ormai troppo vecchi per calcare ulteriormente la scena del governo nazionale, fornisce la possibilità di ricomporre un ampio fronte politico e culturale intorno a un progetto per il paese capace di dare rappresentanza a milioni di cittadini che non credono che la risposta ai problemi dell’Italia si trovi riesumando ricette vecchie e usurate.
(…)Manca in Italia una forza politica che abbia il coraggio di interpretare, e rivendicare, la globalizzazione per quello che in effetti è: un grande progetto di espansione dei valori e delle economie dell’Occidente, con effetti benefici sul resto del mondo. Giacimenti alimentati da cittadini che hanno capacità di ogni genere, dal tempo alla conoscenza alle competenze professionali, dalle esperienze alle reti di relazioni, e che devono essere lasciati liberi di esprimere fino in fondo il proprio potenziale.

(…) È urgente attivare risorse e pensiero contro la visione declinista: da troppo tempo la politica ha smesso di mobilitare le passioni e le idee. L’Italia non è condannata solo a difendersi dalle incognite del futuro ma possa e debba valorizzare le proprie potenzialità tanto e più degli altri grandi paesi europei. Per proporre un progetto vincente e credibile, quelle forze dovranno costruire, con reciproco rispetto e apertura, un messaggio e un programma convincente, capace di raccogliere consensi oltre gli steccati tradizionali degli schieramenti della seconda Repubblica e le nostalgie delle Prima.
(…) “Maratona Italia”, una lunga gara di resistenza dove tante persone partecipano, dove arrivare è la cosa importante. Dobbiamo allenarci alla responsabilità, alla condivisione degli obiettivi, dei successi, delle sconfitte e delle colpe, al dialogo all’ottimismo, alla coerenza, politica, civile, sociale, al rispetto. Per correre una maratona verso il futuro bisogna però anche essere capaci di costruire la nostra muscolatura politica ed istituzionale, spesso debolina assai. Dobbiamo riuscire a ritrovare concentrazione culturale, spessore morale, entusiasmo collettivo.
(…) Una vera terza Repubblica nascerà quando cesserà l’obiettivo della sopravvivenza di gruppi di potere, e si sforzeranno di adattarsi alla realtà del paese da rappresentare. Per fare questo, sono necessarie: la partecipazione individuale dei cittadini e quella collettiva di gruppi e associazioni che devono poter mantenere la loro identità. Promuovere leadership vere, legittimate da un consenso democratico e una vera competizione delle idee e degli interessi.

Un’organizzazione fatta di manager, docenti universitari, imprenditori, professionisti del settore pubblico e privato che hanno un’età compresa tra i 35 e i 45 anni. Per una un’iniziativa innovativa, che chiama a raccolta la generazione-chiave per il presente e per il futuro prossimo dell’Italia Hanno redatto un Manifesto: “Una scossa per riaccendere l’Italia e gli italiani”.

(…) Alla classe politica sono clamorosamente mancate, finora, visioni ed energie per rilanciare il Paese. L’Italia ha già consumato la sua rendita: nessuna scelta strategica, nessuna riforma coraggiosa. Eravamo un Paese che coltivava leadership. Oggi siamo un Paese che si consuma nelle followership. Il nostro Paese è stato la vittima della “trappola del consenso”.
(…) Dobbiamo accendere i riflettori sul ceto medio, in particolare sui lavoratori dipendenti del settore privato e di quello pubblico. Sono loro la risorsa-chiave per il rilancio dei nostri consumi e delle nostre aspettative verso il futuro. Oggi la middle class italiana è impoverita e sfiduciata, si sente tartassata e “tradita”, cerca e non trova una vera rappresentanza politica dei propri interessi.
(…) Dobbiamo diffondere la cultura della misurazione, perché la valutazione delle nostre azioni sia oggettiva, trasparente e soprattutto concreta.
(…) Il nostro Paese ha bisogno di una scossa d’ambizione e d’orgoglio, di innovare e di pensare in grande, di costruire qualcosa che non c’era, di esempi credibili – di persone oneste e di italiani che abbiano voglia di battersi per lasciare ai figli più speranze che debiti.

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“Lettera ai sindaci”

(…) Non basta parlare solo di primarie e ricambio generazionale. Che c’è bisogno di altro. È tempo di cambiare. Gli amministratori locali, in questi giorni, sono i veri protagonisti della tenuta del Paese. Possiamo far bene o possiamo sbagliare: ma noi ci siamo. Può sembrare una provocazione, lo so, ma i veri tecnici siamo noi. La tecnica non è il contrario della politica: la tecnica è uno strumento a servizio della politica. C’è la casta di chi sta rinchiuso nei palazzi dell’amministrazione centrale e c’è l’anticasta di chi tutti i giorni incontra cittadini, parla, ascolta. Non è il tempo delle verità prestabilite e non abbiamo bisogno di soloni che ci indichino la via. L’innovazione profonda, non il sistema dell’usato sicuro. (…) Noi vogliamo restituire un orizzonte all’Italia, un Paese pieno di talenti e opportunità.
“Ne abbiamo dette di tutti i colori – Riformare la politica e le istituzioni”
Anche le organizzazioni degli interessi (dai sindacati alle organizzazioni imprenditoriali) devono tornare a concentrarsi sulla loro funzione più propria: difendere i diritti dei loro associati.

“La buona politica e la società civile”

Aristotele: “compito della politica soprattutto il creare amicizia tra cittadini, cioè legame sociale. La virtù politica è propria di coloro che amano stare “con” le altre persone, non “sopra”, nemmeno “accanto” o, peggio, “altrove”.
(…) Quando si sente dire che occorre promuovere il rinnovamento della classe dirigente e bisogna “allevare” nuove leve politiche, il linguaggio tradisce l’orizzonte culturale: quel ricambio che tutti a parole dicono necessario ma che, secondo l’idea dell’allevamento, è perpetuazione dello status quo che produce cloni.
(…) La società civile è l’insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l’utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune.
(…) C’è più sapienza pratica lì che in tanti studi accademici, libri, dossier .

la speranza nella cultura

Ora mi sembra di poter dire che: non vi è alcun dubbio che la “politica” attuale  debba cambiare in direzione di una “buona politica” che amministri correttamente la “cosa pubblica” a beneficio dei cittadini, offrendo loro opportunità di una buona vita, regolando e distribuendo la ricchezza derivante dal lavoro… in modo equo, e avendo attenzione sopratutto a coloro che corrono il rischio di essere vittime dell’esclusione sociale…

Un cambiamento della politica che guardi alla persona e ai suoi bisogni individuali e collettivi… e ne regoli attraverso le istituzioni il vivere civile… Occorre sicuramente cambiare “verso” le persone e i cittadini. Leggendo… quanto fin qui riportato in quanto scritto e discusso da coloro che la politica l’hanno fatta e ancora la fanno… il primo cambiamento, mi permetto umilmente suggerire, riguarda proprio il linguaggio della politica si, “il politichese” non aiuta alla trasparenza dei contenuti della politica e dei suoi indirizzi… con questo linguaggio non si fa “buona politica”.    Inoltre, il cambiamento non può essere solo sollecitato a parole ma va declinato in azioni concrete e riconoscibili dagli elettori… basta promesse, è ora di  fatti concreti che diminuiscano le situazioni di disagio delle persone, evitando una invocazione frenetica del cambiamento… ma senza alcuna azione concreta e veramente visibile… le riforme servano se migliorano le condizioni dei cittadini… se le peggiorano si chiamano “contro riforme”. Le riforme devono avere un respiro lungo… una riforma all’anno su sempre le stesse questioni… sono dettate da problemi di “cassa” e non da idee e proposte di miglioramento della società e delle condizioni delle persone.

Altrimenti …in questa “frenesia” di affermare un cambiamento totale della politica, le idee e proposte, perdendo ogni “buon senso”  e qualsiasi misura… sembrano idee e proposte “deliranti” …con buona pace della “buona politica”  e producono solo ulteriore disincanto di noi poveri cittadini verso la politica.

E’ sempre tempo di Coaching!

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Commenti

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