Life: Covid-19 il ritorno della morte…

Per molti di noi il Coronavirus è il primo incontro collettivo con la morte, un’iniezione di paura che minaccia il quotidiano e svela criticità esistenziali che pensavamo di aver seppellito sotto il mito del progresso continuo… “Che tu possa vivere in tempi interessanti”. Dice un antico augurio cinese, che formulato oggi sembra risuonare come un’antica maledizione cinese che colpisce tutti quanti. Già perché la Pandemia di Covid-19 (nata in Cina) è senza dubbio, l’evento più interessante degli ultimi vent’anni. Sia sul piano sociale, geopolitico, economico, ma anche rispetto al fondo di tutte le cose che fanno la quotidianità della nostra vita. A determinare l’intensità e il carattere invalidante di questa paura possono concorrere fattori di personalità, eventi di vita, traumi, il contesto socio-culturale in cui si vive, la fase del ciclo vitale che si sta attraversando. La paura della morte si manifesta con maggiore intensità nel periodo adolescenziale e nella mezza e tarda età. Gli adolescenti sono spaventati e allo stesso tempo attratti dalla morte, la avvicinano e al contempo la esorcizzazione attraverso il gusto per l’horror, il macabro, o i comportamenti rischiosi. Il tema della morte in genere si attenua nella fase centrale della vita in cui si è concentrati sul lavoro o sul formare una famiglia (eccetto il momento della gravidanza, che può riacutizzare la paura di morire di parto) per poi riaffacciarsi verso i 40 anni, quando la maggior parte degli obiettivi sono stati raggiunti, e nell’età di mezzo, in cui i segni dell’invecchiamento e cambiamenti fisiologici come la menopausa o l’andropausa possono portare prepotentemente in primo piano il pensiero della fine della vita. La paura di morire è inoltre più frequente in chi soffre di ansia, ipocondria e depressione e può costituire uno dei sintomi di questi disturbi. Il nostro contesto socio-culturale non favorisce un approccio sereno alla morte. La pluralità dei valori, la mancanza di punti di riferimento univoci, la centralità dell’individuo, l’affievolirsi del senso di appartenenza contribuiscono a rendere più temibile la prospettiva della morte. La paura della morte è anche più diffusa nelle parti del mondo in cui le condizioni di vita sono migliori e l’età media di sopravvivenza è più lunga. Vecchiaia e morte vengono rimosse, negate, si tenta di nascondere dal corpo i segni del tempo e dalla nostra vista e dalla vita quotidiana la morte delle persone care. Della morte non si deve parlare, se qualcuno la nomina riceve immediatamente occhiate di riprovazione, gesti di scongiuro e l’invito a cambiare alla svelta argomento. Se della morte non si può parlare, se non la si può neanche pensare, restiamo sguarniti di strumenti per mentalizzarla e così la rendiamo ancora più angosciosa. E’ il virus sicuramente un formidabile assalto esistenziale che travolge i confini della nostra identità di occidentali moderni. Il virus rappresenta, per i millennial e la generazione Z, ciò che sono stati il terrorismo politico e la guerra mondiale per le generazioni precedenti. Questo nostro primo incontro collettivo con la morte – nonostante che i dati finali mostreranno una letalità della malattia tutto sommato contenuta – rappresenta uno shock che appare tanto più profondo quanto la nostra tarda modernità, con il suo generale scientismo e un ipocrita pacifismo, che perpetuano un superstizioso scongiuro, finalizzato ad esorcizzare proprio la morte. O, nei termini di Jean Baudrillard, che è stato un sociologo, filosofo, politologo, accademico e saggista: “un sistema che vive dell’esclusione della morte, che ha eretto a ideale l’azzeramento della morte, la zero-morte”. Eppure il Coronavirus non è un’entità aliena, indecifrabile: ci ricorda soltanto la verità più antica del mondo, cioè che moriremo. Spesso da vecchi, ma a volte anche da giovani per malattia o per caso: sia per violenza, che intrico dell’evoluzione umana, quel che sia. Non solo: la morte ci definisce in contrasto col resto dell’universo. “Gli uomini mortali che la triste morte attende” per Tolkien, per Borges siamo gli unici animali a morire davvero, perché gli unici che sanno di dover morire. Oscurato questo nucleo di identità, lo spazio del dicibile si impoverisce; dunque, prima che si attuasse la quarantena fisica, il tentativo di applicare al virus una quarantena psicologica: l’aperitivo di Zingaretti, la narrazione di una storia che riguarderebbe solo gli anziani, o magari i cinesi che “mangiano topi vivi”. Comunque gli altri, perché la nostra morte personale – quella che “ci accompagna dal mattino alla sera” – non abbiamo più strumenti non tanto per affrontarla, ma anche solo per pensarla. Qui sta la pretesa (forse) di un nuovo e moderno Mefistofele: il nostro tempo ci offre tutta la scienza necessaria a ritardare la morte, tutto il piacere che serve a riempire l’attesa; ma, quando infine il ‘Mietitore’ arriva, ecco che: “restiamo abbandonati, nudi, senza spiegazioni”. Scrive così Martin Heidegger che è stato il filosofo tedesco, considerato il maggior esponente dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico. Nello scrivere di un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma dei Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. […] Questo movimento di diversione dalla morte, coprendola domina a tal punto la quotidianità che, nell’essere-assieme, i parenti più prossimi vanno sovente ripetendo al morente che egli sfuggirà certamente alla morte e potrà far ritorno alla tranquilla quotidianità del mondo di cui si prendeva cura. In realtà ciò non vale solo per il morente ma altrettanto per i consolanti. […] Ed è significativo come proprio la morte, rimossa, sia diventata il problema intrattabile della modernità”. Cercando leggendo le ragioni di ciò, e consultando anche a riguardo gli scritti degli apostoli,  si legge prima lettera ai Tessalonicesi di Paolo la rassicurazione dei fedeli promettendo loro che, il giorno della venuta di Cristo, sarà annullata la differenza fra vivi e morti; Sergio Quinzio, un teologo, aforista ed esegeta biblico italiano, tra i più originali del XX secolo, invece, registra che “dopo duemila anni i morti non sono risuscitati, e lo spazio per la fede è mostruosamente diminuito”. Innegabile, l’affermazione del teologo ligure, e angosciante: perché anche i surrogati novecenteschi della fede sono infine falliti. Tace il grido paradossale dei legionari spagnoli, “viva la muerte!”; naufraga, nella Russia degli oligarchi, il tentativo sovietico di creare l’uomo del futuro, capace di dominare “l’isterica paura della morte che offusca la ragione”, con le parole di Trotsky. Mentre, Philippe Ariès, nella sua “Storia della morte in Occidente”, descrive icasticamente il contrasto fra la morte medievale e quella moderna. La prima evento collettivo, “addomesticato”, con il morente che si trova al centro di un rituale di commiato a cui partecipano anche estranei e bambini; la seconda divenuta tabù, una faccenda circoscritta alla tecnica sanitaria, che coincide con l’interruzione delle cure… sta il fatto che dal quel che si legge, la morte da coronasvirus è ancor più angosciante. Perché implica la solitudine (non ci sono i nostri cari a salutarci) e il venir meno dello stesso rito della morte con affrettati funerali senza alcuna cerimonia… La paura di morire può essere un utile campanello d’allarme che ci segnala che non stiamo vivendo in modo autentico. Le persone che hanno più paura di morire sono quelle che vivono meno pienamente la loro esistenza, reprimono e non esprimono parti di sé. Anche se l’idea di dover morire ci atterrisce, questa consapevolezza può però diventare il motore di una vita più significativa e piena e la spinta ad attuare cambiamenti desiderati ma sempre rimandati…  Mentre siamo intenti nel vivere le cose per noi significative, è più difficile essere spaventati dalla morte. Della morte ci spaventano l’ignoto, la perdita dei legami e di tutto ciò che abbiamo costruito, la perdita del controllo sulla nostra vita. Pensare la morte è necessario per esserne meno spaventati. Pensarla significa accettarla, rinunciare al controllo totale sulla nostra vita e concentrare le energie su quello che è in nostro potere, come uno stile di vita salutare. Anche riflettere su cosa c’è dopo la morte, esplorare quanto le diverse culture, le diverse fedi religiose, le dottrine filosofiche e la scienza hanno detto sul tema, ci aiuta ad avere una nostra visione che aiuta a fare i conti con la morte e l’angoscia dell’annullamento. Se la paura è che non resti niente dopo di noi, impegnarci a coltivare le relazioni affettive, a contribuire a una causa comune in innumerevoli modi, dal fare volontariato al piantare un albero, ci permettono di sentire che resterà una traccia di noi…  La quarantena e il Coronavirus passano, le criticità esistenziali che hanno evocato restano. Se osservo, la nube di paura che sovrasta l’Italia, nel guazzabuglio dei sentimenti c’è anche un certo senso dell’assurdo. “La paura è un lusso della felicità”, scrive in un suo romanzo dedicato ai migranti africani, Giuseppe Catozzella, scrittore che 2014 ha pubblicato con Feltrinelli il romanzo “Non dirmi che hai paura”, vincitore del Premio Strega Giovani. Ed è anche vero che, come proclama Steven Pinker, professore di psicologia all’Università di Harvard: “la società occidentale odierna è la più ricca e sicura di sempre”. Ma, la morte, adesso incarnata dal Covid-19, minaccia proprio questa felicità materiale. Che porta l’Uomo pur di vivere, vivere, vivere! A vivere in qualunque modo, ma vivere!…  ma, in questo momento della storia siamo poverissimi. E il paradosso rimane insanabile, e non possiamo fare altro che guardarlo emergere da attentati ed epidemie,  e magari scriverne…

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