Life: Joker e il Mondo in fiamme…

Da diverse settimane le rivolte popolari infiammano le piazze di città diverse e appartenenti a paesi assai distanti tra loro: da Santiago del Cile a Beirut, da Hong Kong a Baghdad migliaia di persone manifestano il loro dissenso verso una classe dirigente percepita come corrotta e distante, avanzando rivendicazioni sul piano politico, economico e sociale. Cosa spinge le masse a scendere in piazza oggi? E’ possibile individuare delle analogie tra le diverse piazze della protesta? Quali scenari si aprono per i paesi interessati? Bisogna: “cambiare le regole del gioco”. Lo dice e lo ripete da tempo Papa Francesco, ma non è solo lui. Allude a una “partita” che in tutto il mondo sta producendo e alimentando disuguaglianze sempre più insopportabili, all’origine delle violenze e delle tensioni sociali, cui assistiamo in questo periodo, causa di guerre civili e conflitti nel quadrante mediorientale e dell’America Latina. “Basta con ‘earning first’”(prima il guadagno), lo dicono oggi, anche i top manager statunitensi di Amazon, JP Morgan, General Motors e numerosi altri colossi finanziari. Anche loro, dunque si sono accorti che il neoliberismo senza controllo, il “turbocapitalismo” ha fatto il suo tempo e che la globalizzazione assieme al progresso tecnologico hanno ridisegnato male la geografia della redistribuzione della ricchezza. Le disuguaglianze economiche negli ultimi 20-30 anni sono cresciute in modo imprevedibile. Oggi l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99%. In altre parole: 8 super miliardari hanno una ricchezza pari a quella della metà più povera della popolazione mondiale, circa 3,6 miliardi di persone. In tutto questo s’inseriscono il mercato delle armi, il quale ha tutto l’interesse a mantenere accesi i focolai di guerra e le tensioni sociali, ma anche l’Organizzazione Mondiale del Commercio, organismo criticato per la sua indifferenza rispetto le violazioni dei diritti e tolleranza verso il basso costo del lavoro. L’economista statunitense e premio Nobel, Joseph Stiglitz, ci ricorda che le disparità sociali sfibrano le economie, sfaldano la coesione sociale, minacciano la democrazia e mortificano gruppi sociali, etnie, appartenenze a religioni, fomentando razzismi… Tutto ciò assume sempre più un aspetto paradossale, determinato com’è, dal confliggere tra le varie classi sociali vecchie e nuove, che faticano a veder soddisfatte le loro necessità primarie dalle politiche economiche e sociali espresse dall’attuale quadro geopolitico determinatosi con la globalizzazione e dal venir meno del ruolo di mediazione delle istituzioni internazionali ormai obsolete. C’è una fotografia, scattata a Hong Kong, qualche settimana fa, in cui le fiamme divampano dalle scale che portano in metropolitana. Poco sopra c’è la locandina di Joker, il film di Todd Phillips vincitore del Leone d’oro a Venezia. E ce n’è un’altra, molto simile, scattata in Cile, in cui il volto di Joaquin Phoenix e la scritta “Sonríe y pon tu mejor cara” (“Sorridi e indossa la tua faccia migliore”) fanno da sottofondo ai giovani che protestano per le vie del Paese. E poi c’è il filmato, sempre in Cile, di un manifestante vestito dal nemico numero uno di Gotham City che balla davanti a un blindato dell’esercito. Ha la stessa maschera inquietante che si è vista tra le fiamme di Beirut durante le proteste di questi giorni ed è stata immortalata da Alain El Khoury.  Negli ultimi post sul Blog mi ero già occupato accennandone all’interno di qualche testo di questa strisciante e paradossale interpretazione data alla “rivolta” dei diseredati del mondo. In Italia è stato Beppe Grillo a bucare lo schermo appropriandosi del volto di Joker. Lo ha sbattuto davanti a settemila militanti pentastellati inneggiando al caos come “migliore forma di democrazia”. Già allora nei vari commenti è stato detto quanto fosse pericoloso soffiare sulla violenza, soprattutto se a farlo è un comico che ora indossa i panni del politico. Lentamente quell’immaginario del clown, che lotta contro il sistema per fare a pezzi le élite e spodestare l’establishment, sta permeando nei media e nelle piazze. E così lo ritroviamo, poco alla volta, tra le proteste che infiammano città che si trovano a svariate migliaia di chilometri di distanza. Da Hong Kong a Santiago del Cile, passando per il Libano: rivolte che scoppiano per motivi differenti ma che hanno il potere di portare e mobilitare i giovani contro i governi che li opprimono. Casi isolati a cui, però, i media stanno dando (giustamente) una forte risonanza. In un recente articolo apparso sul Giornale, Gian Micalessin ha visto un’eco degli scontri che nel 2011 avevano agitato il Nord Africa e il vicino Oriente. Oggi sappiamo che dietro alle Primavere arabe c’è stato un disegno ben preciso che ha portato alla caduta di diversi governi aprendo la strada all’instabilità, al terrorismo islamico e alla grande immigrazione di massa. Ovviamente non le si può paragonare con quanto sta accadendo sul finire di questo anno. Eppure c’è qualcosa di drammatico nel vedere i meme, che su Twitter recitano “Dear Joker, Lebanon needs you” (“Caro Joker, il Libano ha bisogno di te”), o le scritte sui muri di Santiago che gridano “We are all clowns” (“Siamo tutti pagliacci”). Secondo Sari Hanafi dell’American University di Beirut, sentito nelle scorse ore dall’Huffington Post France, portare la maschera del cattivo di Batman “sottolinea la necessità di dare un ‘segno distintivo’ al movimento, come per i gilet gialli in Francia”. Su Tpi Luca Telese ha scritto che in molti Paesi sta saltando “il tappo del consenso rappresentativo” e che le rivolte stanno avvampando “oltre i confini della protesta contenibile con i parametri ordinari della pubblica sicurezza”. “Domani – ha poi pronosticato – potrebbe succedere ovunque nei luoghi dove i margini degli esclusi si sollevano, deflagrano e si ribellano”. Ad accendere la miccia può essere l’aumento del trasporto pubblico, come in Cile, o la tassa su WhatsApp, come in Libano. È sufficiente, dunque, sintetizzare queste proteste come un’inevitabile rivolta contro un potere che si fa opprimente? E che, proprio come nel film di Phillips, schiaccia gli emarginati e i più deboli? O per capirle è necessario andare a guardare più a fondo? Non ci si può fermare allo slogan “Worse than Gotham, welcome in Hong Kong” (“Peggio di Gotham, benvenuti a Hong Kong”). Perché, nel lungo scorrere di post caricati su Twitter, il volto di Joker ha iniziato a infiltrarsi anche tra i giovani che negli Stati Uniti protestano contro il presidente Donald Trump. Molto spesso la violenza che può dilagare fomentando una piazza inferocita è un’arma più potente di una qualsiasi guerra. Attraverso il caos molti riescono a ottenere quello che democraticamente non riuscirebbero a raggiungere mai… questo è dunque il rischio? Non solo, più pericoloso è giustificare la rivolta con “la follia” sublimandovi le ragioni economico sociali che ne sono le vere ragioni… finendo per svalutarle…

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