PD: perché non siano solo parole…

Per evitare che tutto ciò che riguarda il rinnovamento o meglio la rifondazione del Pd non siano solo parole… è bene dare uno sguardo a quali sono i punti di forza e di debolezza del Pd di Zingaretti. Può contare su figure di primo piano come Bonaccini e aver rivolto lo sguardo di nuovo a sinistra sta portando i suoi frutti… Ma non c’è dubbio che questo partito stia volando ancora troppo basso. Deve sicuramente avere più coraggio per ciò che riguarda i contenuti della sua politica e soprattutto rinnovare la classe dirigente per eliminare i “signori delle tessere” e i “burocrati di partito”. Orbene, per rinnovarsi: quanto si deve aprire il Pd e verso chi? Purtroppo inizia a prendere quota un dibattito, che rischia d’esser futile. Stiamo ai fatti, alcuni positivi altri no. Fra quelli positivi c’è la capacità di resistenza di questo partito, che ha preso colpi terribili, grazie a Matteo Renzi & C., ma non è mai veramente morto, anche se è stato lì lì per andarsene. Questa partito ha oggi un Segretario che nei commenti riservati viene descritto come uomo di poco coraggio, troppo prudente ma che ha sicuramente un volto rassicurante, non usa parole di guerra, gestisce al meglio la conflittualità interna e anche quella esterna. In più in questo partito ci sono alcune risorse (dirigenti di buonissimo livello) cosa che non hanno alcun altro partito. Prendete il caso Stefano Bonaccini. Era difficile battere uno come lui e di Bonaccini nel Pd ce ne più d’uno. Veniamo alle cose negative. Questo partito sta visibilmente attuando una svolta che guarda a sinistra (ma non può acclamarlo) nel senso di lasciare definitivamente una linea totalmente liberista, subordinata solo alle ragioni economiche del globalismo e dei mercati, che spesso dimenticano i diritti umani e quelli sociali. Uno sguardo a sinistra per tornare a guardare alla società e respingere il crescere di diseguaglianze e povertà diffuse. Le difficoltà stanno in un sistema economico mondiale ormai senza regole, che esalta le particolarità e solo il profitto e divide ancora una volta le persone per ceto e reddito… Ma le difficoltà sono anche più semplicemente in un partito democratico, che da anni si regge su una struttura organizzativa, che è preda, in molte regioni, dei così detti “signori delle tessere”. E oggi, chi avesse in mente di iscriversi e di dare una mano non saprebbe come fare e soprattutto perché farlo. Questo partito manca tuttora di un “quid” che ne definisca la mission, vola basso mentre il momento è di quelli che richiede una visione forte per attrarre voti di cittadini impauriti e delusi. Il Pd deve tornare stabilmente tra la gente e anche e soprattutto tornare nei quartieri popolari che ha abbandonato negli ultimi lustri. Questo partito ha una classe dirigente in cui ci sono molti Bonaccini, ma comandano soprattutto un elite di burocrati. Aprirsi alla società e alle sue nuove istanze è dunque il minino atto che il Pd deve compiere per mettersi la crisi di consensi alle spalle. Deve prendere decisioni serie. Alcune di carattere ideale. Il Pd è oggi il partito più di sinistra e contemporaneamente più di governo che abbiamo in Italia. Il che vuol dire che quando è al governo deve fare cose di sinistra ma avendo attenzione anche ad altri ambiti di una società articolata e complessa, dove le ragioni e le esigenze di più soggetti devono trovare un giusto equilibrio. Così come cerca di fare Roberto Gualtieri il Ministro dell’economia guardando prioritariamente alle buste paga dei lavoratori dipendenti e non solo alle ragioni di una economia selvaggia, che si regge anziché su innovazione e investimenti in nuovi settori economici, sull’evasione contributiva e fiscale, cercando nello sfruttamento del lavoro precario e/o discontinuo a basso costo, margini di profitto incontrollabili. L’idea che sia il partito dei ricchi, che sono i benvenuti, è stata l’accusa che più gli ha nuociuto. Un partito dell’elite economica e non più popolare e interclassista. Il Pd deve tornare  tra la gente perché proprio: Bonaccini, Elly Schlein, le Sardine hanno dimostrato che andare nei posti dove il conflitto con la destra era più acuto (mentre il Pd, tranne eccezioni eroiche), si era rintanato all’interno delle proprie sedi, è una cosa che paga rimettendo nelle urne consenso e credibilità per la sua azione politica e di buon governo. Il problema del Pd non è di diventare un campo largo aperto indefinito ma di sapere quali sono i limiti del campo, e quale gioco si pratica in quel campo. Ad esempio, se vuole diventare il portabandiera della lotta alla disuguaglianza, com’è emerso dalla tre giorni organizzata a Bologna lo scorso novembre in modo che per i prossimi anni “sia tutta un’altra storia”, non deve rimanere invischiato dalle ricette neoliberiste, che con sprezzo del ridicolo, ancora molti al suo interno richiamano! Questo è uno dei problemi che il Pd deve risolvere prima di andare “oltre” se stesso. Per questo, per rimettere in circolo idee e definire programmi, incontri come quello di Bologna dovrebbero ripetersi a cadenza regolare. Così si realizza l’apertura a contributi esterni, non inserendo qualche new entry nell’organigramma… E infine, un partito nuovo come chiede Zingaretti necessita anche di una diversa concezione della vita interna dove l’interazione tra le persone e le scelte collettive rimpiazzino la fiera delle vanità esaltata dalle primarie. Oggi sono scomparsi i momenti di confronto interni, ridotti a passerelle per lo streaming e i media. Come si può discutere seriamente in direzioni nazionali che durano mezza giornata? Senza nemmeno un straccio di pubblicazione per fare circolare idee? Per quanto possa apparire retrò, sono i congressi, a ogni livello, i luoghi dove dibattere programmi e controllare gli organi dirigenti: appuntamenti “normali”, a scadenza fissa, annuale, come nei partiti britannici, senza che si ammantino di una aura da evento epocale: e quanto più questi appuntamenti sono aperti a contributi esterni, tanto più viene fertilizzato il terreno politico-culturale. Un partito riesce a essere inclusivo solo se adotta regole precise e coinvolgenti per la propria vita interna, per discutere e decidere. Anche così si fronteggia il populismo antipartitico e la fascinazione del capo solo al comando. Infine il Pd deve selezionare una nuova classe dirigente. Non fa niente se non saranno tutti in grado di parlare subito bene in tivù. L’importante è che siano freschi, veri figli del nostro popolo. Questo Pd che vuole rinascere deve dotarsi di una cultura aperta ma fondata su criteri di interpretazione della storia e della realtà che siano del tutto autonomi dalla muffa ‘cerchiobottista’ che lo ha avvelenato e che ancora l’avvelena. Il Pd ha bisogno di un’anima. Per far questo serve sciogliere il partito e rifondarlo? Probabilmente sì… e allora: perché non siano solo parole… lo si faccia. Con un congresso vero costituente verso il civismo, e patti con i movimenti, le Sardine certo, ma anche una rete di associazioni, sindaci, amministratori.  E per quel che riguarda il Governo il punto è di collocare le cose da fare in una missione chiara di questa maggioranza. Per tornare in sintonia col paese che ha sempre più bisogni materiali, oltre che di senso… perché se si è vinto bene in Emilia Romagna c’è la sconfitta pesante in Calabria che ci dice di un’Italia sempre più divisa tra nord e sud, generi e generazioni, città e campagne”. Le priorità per il Pd dovrebbero essere: parità di retribuzione tra donne e uomini, salario minimo, innalzamento dell’obbligo scolastico, una radicale riforma fiscale, correre con gli investimenti green. E praticamente subito il superamento dei decreti Salvini e battersi per lo ius culturae. Chi pensa che basti galleggiare sulle disgrazie grilline o sull’inciampo di Salvini si illude. Uno scatto in avanti serve adesso. La situazione dice chiaramente di smetterla con la rincorsa al centro (o verso una sinistra antica). Alcuni nel Pd (Cuperlo, Orlando e altri ancora) hanno cercato di dirlo in questi ultimi anni, il punto è come ci si rapporta al tema dei temi in tutta Europa ovvero: la lotta alle disuguaglianze e alla povertà. Inseguire un centro che alla fine, guardando bene, non c’è (oggi la radicalizzazione su ogni tema domina e fa consenso) porta a fare una versione moderata della destra. Il Pd ci ha provato in passato con esiti disastrosi. Quel che non serve è togliere la parola “partito” dalla sigla. Quella parola è comunque una garanzia. Il Pd deve molto ancora oggi a Romano Prodi, ad Arturo Parisi e Walter Veltroni, ma i loro insegnamenti le loro teorie figlie del Novecento, vanno attualizzate per rispondere  ad una società che è cambiata e ancora sta cambiando e cambierà ancora. Lo sguardo va allungato su cosa sarà e come sarà l’Italia da qui ai prossimi 20/30 anni, in ragione della ricostruzione di una identità popolare (non populista) che faccia perno sulla solidarietà sociale e su politiche di integrazione in un Mondo in grande trasformazione e attraversato da tensioni e movimenti che spesso mettono in discussione le ragioni stesse e l’insieme dei caratteri essenziali e distintivi della specie umana. L’ultimo errore che il Pd deve evitare è quello di immaginarsi come un semplice contenitore unico… Oggi si sono palesate enorme differenze tra tanti nuovi soggetti sociali, che sono scesi in campo, alla ricerca di rappresentanza politica. Il Pd deve quindi ripensarsi come un soggetto politico nuovo che opera per federare queste realtà sociali. Senza pensare ad una egemonia maggioritaria. E se fra questi possibili alleati ve ne sarà qualcuno più vicino alla sensibilità di una sinistra moderna o avrà più successo fra i cittadini, questo sarà sicuramente l’alleato da preferire, rispettandone l’autonomia ( vedi le Sardine). Ciò va fatto doverosamente nella chiarezza perché questa premia sempre. Basta quindi coi barocchismi e il politichese! Con le formule di compromesso, per parlare “ai moderati” (ma dove sono di questi tempi …i moderati?). Il Pd non deve cercare di accontentare tutti, con l’effetto alla fine di non convincere nessuno. Nel Pd le posizioni su lavoro, selezione della classe dirigente, economia, immigrazione, ambiente, politiche di genere devono essere chiare e – bisogna dirlo – devono essere diverse rispetto al recente passato istituzionale del centrosinistra italiano. Ma c’è di più: devono coincidere con ciò che un elettorato sempre più ampio, che si era ritirato tra il voto “per dovere” e l’astensione “per disincanto”, aspetta di ascoltare ormai da anni… e che sono il vero ‘nuovo tratto identitario’ ideale di un forte schieramento riformista e democratico. L’integrità e il merito sono – molto rare in questa fase storica – ma vanno tenute assieme in un’unica visione di società, inclusiva e innovativa, ma soprattutto facendo prevalere l’adesione a quel modello alle proprie scelte personali. Si può immaginare anzi ben comprendere, quanto tutto questo possa essere difficile e faticoso e per alcuni aspetti anche doloroso. Tenere a bada il proprio individualismo e il proprio egoismo, per tenere conto che esistono anche i diritti di tanti altri… Ma oggi si deve dire con altrettanta chiarezza, che questa scelta, è necessaria per conservare alla Politica l’identificazione con principi sociali e diritti umani, rimessi totalmente in discussione dalle Destre nell’economia e nella società. E’ una scelta di civiltà necessaria e politicamente corretta. Competenza, chiarezza, integrità.  Sono componenti di una ricetta che dice: “non c’è niente di radicale… nel pretendere chiarezza morale nell’azione politica”. Altrimenti la politica a che e a chi serve? Certo nel frattempo c’è anche da chiedersi che cosa fare di Renzi, Carlo Calenda, Di Maio  e Salvini e di tutta la rumorosa bella compagnia che li accompagna? Per carità che : “venghino pure avanti” anche loro. Ci mancherebbe altro. Vogliono comandare? Dividendo l’Italia e gli Italiani o addirittura il Mondo… in nome di un’identità egemonica e maggioritaria imposta a tutti? Costruita sulla Paura e l’Odio? All’insegna che non c’è nulla di nuovo all’orizzonte se non gli ‘orrori’ del passato, che hanno colpito il mondo con fenomeni di brutale disumanità (guerre, persecuzioni, violenza diffusa) e peggio ancora negando che tutto ciò sia mai accaduto? Tutti hanno diritto di provare e anche di …sognare, sapendo però che i loro sogni hanno rappresentato per molti popoli della terra, il nostro compreso, nel passato ma anche in questi ultimi anni dei veri e propri incubi…

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