1. Il mondo dei giovani: chi sono? Che cosa cercano?

(parte prima)

Sempre più spesso mi viene chiesto da genitori che incontro nella quotidianità e/o nell’ambito della mia attività (alcuni sono coachee che stanno facendo con me un percorso di life coaching e che spesso mi parlano dei loro figli) di essere aiutati a comprendere meglio il profilo dei giovani d’oggi da un punto di vista sociologico e possibilmente psicologico.  Sottolineandomi come è sempre più difficile aver a che fare con loro.  Parlerò quindi dei giovani a partire della mia esperienza di coach, ma anche di padre di due fanciulle entrambe in età post-adolescenziale e faccio subito una premessa. Bisogna sempre fare molta attenzione, quando si parla di giovani, a non passare subito alle generalizzazioni: quindi, in base alle vostre realtà potrete confermare o meno nonché completare, quanto qui scrivo. Tuttavia, al giorno d’oggi, al netto del rischio di generalizzare, non si può evitare di constatare dei tratti comuni nella sociologia e nella psicologia dei giovani addirittura nel mondo intero.  Il peso del modello economico del liberalismo, della globalizzazione, dei cambiamenti nella coppia e nella famiglia, delle rappresentazioni della sessualità, l’impatto della musica, della televisione, del cinema e di Internet influenzano e unificano considerevolmente la mentalità giovanile di quasi tutti i paesi…  Chi sono?  I giovani che c’interessano qui, sono quelli compresi nella fascia tra i 18 e i 30 anni, si trovano quindi nell’età post-adolescenziale e vogliono diventare psicologicamente autonomi cercando di affermare il proprio io.  I giovani manifestano diverse fragilità pur restando aperti, disponibili e generosi. Non sono più prigionieri delle ideologie, come le generazioni precedenti.  Aspirano a rapporti autentici e sono in cerca della verità, ma non trovandoli nella realtà, sperano di scoprirli dentro di sé.  Un simile atteggiamento li predispone a ripiegarsi sulle proprie sensazioni e sull’individualismo, mettendo al proprio servizio i legami sociali e il senso dell’interesse generale. Anche se il contesto sociale non li aiuta a sviluppare una vera e propria dimensione spirituale, sono pronti a impegnarsi per alcune grandi cause.  Per essere più precisi, ognuno di loro ha bisogno di essere se stesso e di prendere le distanze dall’educazione ricevuta e dalle pressioni sociali. I giovani in questione possono essere abbastanza inseriti socialmente nel campo degli studi o in un’attività professionale, oppure possono trovarsi in situazioni professionali o personali assai precarie: disoccupazione, instabilità psicologica, comportamenti indiscriminati e numerosi problemi della vita.  Esprimono spesso il desiderio di acquistare fiducia in se stessi, vogliono liberarsi dei dubbi sull’esistenza e delle paure di fronte all’idea di un impegno affettivo. A volte chiedono l’aiuto dei genitori, pur provando un certo disagio nei loro confronti. La maggior parte continua a vivere con i genitori (1), mentre altri, che sono andati a vivere da soli, ne sono comunque ancora dipendenti. Hanno spesso bisogno di essere sostenuti quando si trovano ad affrontare la realtà, per poter accettare se stessi, accettare la vita e cominciare ad agire (2) nella realtà.  Sono anche alla ricerca delle ragioni di vita sui cui costruire la propria esistenza: la maggioranza è relativamente lontana dalle preoccupazioni quotidiane, ad esempio, della gestione economica di una casa, del suo pulimento e/o burocratica come il pagamento  di un affitto o delle spese varie di luce e gas, raccolta rifiuti ecc. ecc.. Spesso riconosce di non essere stata né sensibilizzata né educata in questo campo. Molti di loro riconoscono altresì di avere un rapporto alquanto ‘lasso’ con la religione, eppure questi giovani sono colpiti dal fenomeno delle sette, dal terrorismo e dalla guerra, che danno loro una visione inquietante e conflittuale della religione, dell’Islam in particolare. La religione li attira e allo stesso tempo li inquieta quando viene presentata come fonte di conflitti nel mondo, il che è un errore d’interpretazione perché i conflitti in questione sono d’origine politica ed economica. Resta il fatto che tutti quanti dobbiamo sempre ancora imparare a vivere gli uni con gli altri pur nelle differenze.  Infine la loro conoscenza della fede in generale e delle diverse Chiese e relativi riti, resta legata ai cliché e alle ricostruzioni intellettuali che circolano nelle rappresentazioni sociali, nelle fiction televisive e cinematografiche.  Viviamo in una società che, per diverse ragioni, coltiva il cinismo, la paura e l’impotenza, l’immaturità e l’infantilismo esaltando il dubbio, conseguentemente i giovani tendono ad aggrapparsi a modalità di gratificazione primarie e hanno difficoltà a diventare maturi; si può considerare matura la personalità che ha completato l’organizzazione delle funzioni basilari della vita psichica ed è quindi capace di differenziare la propria vita interiore dal mondo esterno. Molti giovani, restano ancora in una “psicologia d’impasto”, hanno difficoltà a operare tale differenziazione; quel che sentono e immaginano spesso si sostituisce ai fatti e alla realtà del mondo esterno.  Questo fenomeno è amplificato e alimentato dalla psicologia mediatica che oggi permea gli animi e l’universo virtuale creato dai videogiochi e da Internet.  Tutto questo li predispone a vivere nell’immaginario e in un mondo virtuale senza contatti con la realtà, che non hanno imparato a conoscere e che li delude e li deprime. Hanno un approccio ludico alla vita, con un bisogno di fare baldoria, soprattutto nel week-end.   Ma anche moltiplicando le occasioni senza neanche saper bene perché; in questo modo cercano ambienti totalizzanti e sensazioni che danno loro l’impressione di esistere. Resta tuttavia da appurare se queste esperienze creino o meno rapporti veri e se contribuiscano all’arricchimento affettivo e intellettuale della loro personalità. Infine sono piuttosto ambivalenti perché vogliono trovare il modo di entrare nella realtà e contemporaneamente di fuggirla… Anche i giovani d’oggi sono come le generazioni precedenti: capaci di generosità, solidarietà e dedizione se sono motivati da una causa; ma sicuramente hanno meno riferimenti sociali e senso d’appartenenza dei loro predecessori. Sono individualisti, vogliono fare le proprie scelte senza tener conto dell’insieme dei valori, delle idee o delle leggi comuni. Prendono i loro punti di riferimento un po’ dappertutto per poi sperimentarli nel loro modo di vivere. Tendono facilmente all’egualitarismo e alla tolleranza, imbevuti come sono delle mode e dei messaggi imposti dai media, che di fatto utilizzano come norme per costruire se stessi. E spesso cadono nel conformismo delle mode, lasciandosi impregnare come spugne, piuttosto che costruire la loro libertà partendo dalle ragioni di vivere e d’amare, il che spiega la loro fragilità affettiva e i dubbi su se stessi in cui si dibattono. La loro vita affettiva è contrassegnata da molte esitazioni, cominciando da quelle sull’identità, il sesso, la famiglia. A volte hanno una gran confusione nei sentimenti e non sempre sanno distinguere tra un’attrazione a livello di amicizia e una tendenza omosessuale. L’educazione che hanno ricevuto fin dall’infanzia, nel periodo post-adolescenziale… può portare a percepire il rapporto uomo-donna come complicato. Viviamo in una società con meno tabù e finalmente con meno censure e più diritti civili rispetto alle differenze di genere e alle personali inclinazioni sessuali e quindi sui tipi di rapporti affettivi (etero – omo). E conseguentemente sulle forme di famiglia presenti nella società contemporanea …ma senza alcun parallelismo tra le varie situazioni, assistiamo paradossalmente al crescere della mancanza di fiducia proprio nell’altro e questa diffidenza rispetto all’altro e agli altri porta di conseguenza una sfiducia nel futuro. Mi permetto di dire che tali personalità sono anche il risultato di un’educazione e di una scolarizzazione o per meglio dire di un sistema formativo complessivo al quale oggi i media non sono certo estranei, anzi “la fanno da protagonisti” anche rispetto alla scuola… ma nel loro insieme producono un’educazione che non coltiva abbastanza l’intelligenza. Non sto dicendo che i giovani non sono intelligenti… non è questo che voglio dire… dire questo non sarebbe intelligente. Voglio dire che sono stati abituati a vivere costantemente a livello affettivo e sensoriale, a detrimento della ‘ragione’ intesa come conoscenza, memoria e riflessione. Si, la loro educazione è avvenuta spesso (ma più correttamente direi con molti ‘salti logici’) senza una reale conoscenza e memoria storica così da limitare la loro riflessione sui fatti passati e i conseguenti loro effetti sul presente e di tutto ciò sul possibile futuro. Tutto questo favorisce edonisticamente più l’apparire che l’essere… molta immagine e pochi contenuti e conseguentemente …poca sostanza esistenziale. Ecco quindi il tentativo di vivere e procurarsi tutte le sensazioni possibili. Tali contraddittorie personalità sono anche il risultato di un sistema educativo alquanto stratificato, che alla fine ha abdicato in ogni suo livello, al ruolo di “educatore sociale” contribuendo così ad “opacizzare” molti valori collettivi e sociali e quindi della persona quale soggetto della e nella società. Rinunciando così ad un ruolo importante della sua funzione educativa complementare e integrativa a quella della famiglia. Infine, mi pare necessario sottolineare come anche, per responsabilità diretta della politica e conseguentemente anche delle istituzioni, nell’ultimo ventennio abbiamo assistito, come semplici spettatori, al realizzarsi della più colossale “operazione ideologica”. Quella dell’affermazione acritica della “fine delle ideologie”. Esaltato quale risultato della fine della guerra fredda tra Usa e Russia all’indomani del “crollo del muro” di Berlino. Proprio mentre la globalizzazione economica e finanziaria “premeva l’acceleratore”, dando per superato “ideologicamente” ogni dislivello economico e sociale all’interno delle rispettive aree geografiche d’influenza. Ignorando volutamente in nome di un “mercato finanziario e dei consumi globale” l’esistenza di un dislivello ancora maggiore di queste aree rispetto al resto dei due terzi del mondo.  La crisi finanziaria ed economica nell’ultimo decennio ha poi fatto il resto. Con la sua esplosione la crisi ha accentuato la crescita ulteriore delle diseguaglianze economiche e sociali proprio sul piano globale. Rimettendo in discussione gli assetti geopolitici consolidatosi nel dopoguerra dopo il secondo conflitto mondiale… nonché degli aggiustamenti degli ultimi venti o poco più anni… e che oggi sono in continuo e forte sommovimento a seguito: dell’emergere di nuovi soggetti mondiali sul piano politico ed economico come la Cina e l’India e altri Paesi; delle già ricordate numerose diseguaglianze emerse nella crisi  e  della conseguente instabilità politica di molti governi anche all’interno dell’Occidente; ma anche per l’emergere degli interessi di soggetti economici privati delle grandi Banche d’Affari e delle grandi Multinazionali nel panorama globale… tutto ciò ha  favorito una forte concentrazione di potere e ricchezza nelle mani di “pochi” rispetto ai “molti” che popolano il Pianeta.  Come non comprendere che i giovani di fronte a tutto ciò siano perplessi e alquanto confusi e disorientati. Lo siamo anche noi adulti d’altronde, perché non riconoscerlo?!?  I giovani, abituati come accennato a procurarsi tutte le sensazioni possibili, magari anche quelle tramite il consumo di alcol e droga.  Alla ricerca dello “sballo” con il bere smisuratamente alcolici o addirittura tramite vari tipi di droga, purtroppo liberamente diffusa nell’ambito scolastico e dei locali di “divertimento” come altrove. Così succede che invece di acquisire il senso del: “penso, dunque sono”, con il loro comportamento affermano: “provo delle sensazioni, quindi sono …rassicurandosi così di esistere”. Viviamo un contesto sociale che favorisce la dipendenza psicologica. Ci troviamo di fronte un fenomeno veramente paradossale che colpisce quasi tutte le aree culturali: da un lato si vogliono rendere i bambini e gli adolescenti autonomi il più presto possibile, fin dal nido e dalla scuola materna, e dall’altro si vedono invece adolescenti, e soprattutto post-adolescenti, i quali stentano ad attuare le operazioni psichiche della separazione anche se, a sentir loro, vorrebbero farlo… Per liberarsi di questo handicap, abbisognano di sostegni psicologici, sociali e spirituali su cui appoggiarsi… L’educazione contemporanea produce soggetti troppo attaccati più che alle persone …alle cose. Quindi individui fortemente condizionati e dipendenti da un consumismo fatuo e ingannevole nel suo ‘risultato finale’ e noi purtroppo… continuiamo a negarlo!? I giovani, durante l’infanzia hanno visto i loro desideri e le loro attese talmente sollecitate spesso se non sempre a scapito delle realtà esterne e delle esigenze obiettive, che hanno finito per credere che tutto possa essere manipolato unicamente in funzione dei propri interessi soggettivi.  Poi, all’inizio dell’adolescenza, in mancanza di risorse sufficienti e di un sistema di puntelli interiori, sviluppano legami di dipendenza in rapporti di gruppo e/o di coppia. E’ stata “inventata” non so quanto recentemente una nuova nozione che definisce le “coppie-bebè” (3), che evidenzia per l’appunto la loro economia affettiva, che non sempre distingue tra sessualità infantile e sessualità oggettuale.   Passano infatti dall’attaccamento ai genitori a quello sentimentale di coppia restando sempre all’interno nella stessa economia affettiva. Noi adulti preoccupandoci giustamente della qualità del rapporto con il bambino e l’adolescente, abbiamo prodotto un modello di educazione famigliare troppo spesso incentrata sul benessere materiale più che su quello affettivo, proprio  a scapito a volte della realtà esterna al nostro nucleo famigliare e al nostro sistema di relazioni ristretto e incentrato su una dimensione di ceto di appartenenza sociale e quindi delle conoscenze, dei codici culturali e dei valori morali più complessivi, senza quindi aiutare i giovani a costruirsi interiormente, favorendone di conseguenza più a un’espansione narcisistica della loro personalità che un vero e proprio sviluppo personale complessivo. Il che crea spesso personalità sicuramente plastiche e simpatiche, ma a volte anche superficiali, se non insignificanti, che non sempre hanno per l’appunto il senso del limite e della realtà. I giovani possono essere sfrontati, a volte prendersi troppa confidenza, confondendo i loro codici personali con quelli sociali, dimentichi del senso della gerarchia, dell’autorità, del sacro o delle convenienze sociali e delle regole del “bel parlare”.  Alcuni non hanno mai imparato le regole della convivenza sociale, da quelle del codice stradale ai riti della vita familiare e sociale (bulli).  Siamo noi adulti  – opportuna l’autocritica se vogliamo comprendere – che abbiamo fatto di tutto perché non gli mancasse nulla, inducendo i giovani a credere di dover e poter soddisfare tutti i propri desideri, permettendogli di confonderli con i bisogni.  Scordandoci che lo scopo dei desideri non è quello di essere realizzati, bensì di costituire una fonte d’ispirazione. Non avendo fatto l’esperienza della ‘mancanza’, da cui si elaborano i desideri, i giovani sono indecisi e incerti e fanno quindi fatica a differenziarsi e a distaccarsi dagli abituali oggetti di riferimento per vivere la propria vita. Crescere significa separarsi psicologicamente, abbandonare l’infanzia e l’adolescenza; ma, per molti, una separazione del genere è difficile perché gli spazi psichici tra genitori e figli si confondono.  Significativa è la testimonianza di un 28 enne, sposato e padre di un bambino: “Vengo classificato come adulto, ma non mi riconosco come tale e non mi sento coinvolto nel mondo degli adulti. Ho difficoltà ad appropriarmi di questa dimensione. Per me, gli adulti sono i miei genitori. Sono in contraddizione con me stesso: interiormente mi sento come un bambino o un adolescente, con angosce terribili, ma all’esterno sono già un adulto e vengo considerato tale sul lavoro. Nella società contemporanea nulla ci aiuta a diventare veramente adulti”. È anche vero che continuando ad idealizzare l’infanzia e l’adolescenza, la società lascia intendere che non c’è nulla di piacevole nel crescere e nell’esistere come adulti …cosicché è sempre più difficile liberarsi dei modi di gratificazione dell’infanzia per accedere a altre soddisfazioni superiori. L’allungamento della vita poi,  lascia inoltre supporre, che l’individuo abbia tutto il tempo per prepararsi e impegnarsi nell’esistenza. La speranza di vita crea quindi ora più che in passato le condizioni oggettive per poter restare giovani, intendendo la “giovinezza” come il periodo dell’indecisione, se non della mancanza di distinzione tra sé, gli altri e la realtà, o ancora dell’indifferenziazione sessuale, nell’illusione che la maggior parte delle possibilità restino sempre aperte. Questa concezione vaga dell’esistenza, propria dell’adolescenza,  è assai preoccupante quando prosegue nei post-adolescenti, tanto incerti nelle loro motivazioni da non aver fiducia in se stessi. Alcuni soffrono di questo stato di cose, temendo anche una certa spersonalizzazione nei rapporti con gli altri. Molti rinviano le scadenze e vivono nella provvisorietà, non sapendo se potranno continuare quel che hanno iniziato nei diversi campi dell’esistenza. Altri ancora vivono l’epoca della gioventù come fine a se stessa e come uno stato duraturo…

(continua)

E’ sempre tempo di Coaching!”

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