1. La dimensione adulta. Tra realtà e progettualità condivise…

(prima parte)

In precedenti post su questo Blog… sono stati affrontati i temi principali che caratterizzano la generazione dei Millennials. I nati tra il 1980 ed il 2000 e che per un insieme di motivi subiscono un prolungamento della loro adolescenza… fatto che di per se stesso mette in discussione i canoni classici del cambiare, crescere, accettare l’adultità. E a riguardo dobbiamo prender atto che non esistono più verità assolute. In fondo restare sempre adolescenti… continuando a vivere in famiglia anche oltre i trent’anni può rappresentare una via di “salvezza” rispetto ad un futuro lavorativo e di vita ormai alquanto incerto perché parecchio “spezzetato” in più lavoretti e spesso poco remunerato, che impedisce loro di responsabilizzarsi e autodeterminarsi nelle scelte tipiche dell’età adulta. Lo sanno già la loro esistenza non sarà come quella dei loro padri. Dell’adolescenza e oltre l’adolescenza dei Millennials. Un tema d’attualità, che ritorna sempre più spesso. Questa volta mi sono aiutato con un saggio della Dott.ssa Isabella Loiodice, Psicologa docente all’Università di Foggia in Pedagogia Generale e Sociale. Il suo saggio analizza la ‘condizione adulta’ all’interno di contesti (pubblici e privati) di vita e di esperienza che la espongono a situazioni di profondo disagio esistenziale ma, al contempo, le aprono inedite possibilità di sviluppo emancipativo… L’alternativa è affidata in larga parte alla capacità di vivere l’alterità come risorsa, per sé, per gli altri e per le organizzazioni che li ospitano. Specifica attenzione viene dedicata alle organizzazioni produttive (ai contesti e alle relazioni di lavoro), all’interno delle quali la possibilità di individuare spazi e occasioni di valorizzazione delle persone viene affidata alla formazione e all’apprendimento permanenti. E aggiungo io, alla ‘crescita personale’ con l’aiuto di un Coach e del Coaching. La domanda principale che viene posta è: Come vivere, oggi, il tempo dell’adultità? Ovvero: “In che termini ripensare, nella contemporaneità, la responsabilità dell’adulto che: “si educa” e che “educa”? Un percorso ragionato su: Come sostenere, attraverso la formazione, gli adulti a riappropriarsi di un ruolo di garanzia educativa rispetto alle giovani generazioni, senza ingabbiare la propria esistenza e mantenendo il proprio diritto a una continua progettazione esistenziale…”  Come garantire il diritto a ripensare se stessi per non perdere il senso della propria storia, ma finalizzandola a nuovi orizzonti di vita? Come sostanziare tale diritto? Come far tesoro proprio di quegli smarrimenti che oggi caratterizzano l’età adulta (l’incertezza del posto di lavoro, la fragilità delle relazioni familiari e amicali) trasformandoli in risorsa, in un vero e proprio processo di “formazione metabletica” che si esprime in “processi di progettazione esistenziale, nelle scelte per la propria vita e per il proprio sé, le quali prefigurano nuovi abiti mentali”, corrispondenti a flessibilità cognitiva ed equilibrio emotivo. Il saggio citato e’ un contributo interessante di: Interrogativi, considerazioni, riflessioni, suggestioni che motivano a una seria riflessione sull’essere adulto oggi, in una prospettiva sicuramente ‘pedagogica’ ma, che contemporaneamente apra ad una progettazione esistenziale in un’ottica di relazione fondata sulla partecipazione e la relazione con gli altri e non certo come sempre di più sembra prevalere di questi tempi, sulla solitudine dell’individuo, quindi su di un coraggioso impegno e non su un auto-distruttivo disimpegno. Innanzi tutto è proprio la prima considerazione del saggio occorre: “Vivere il disagio per poterlo superare. Non si può non partire, per fondare una seria riprogettazione esistenziale, dal cogliere i segni diffusi di disagio (del singolo come delle comunità, a livello personale e sociale, politico e culturale, individuale e sociale) che contrassegnano la contemporaneità e quindi le vite degli uomini e delle donne di oggi”. Un approfondimento a riguardo. Scrive Franco Cambi, noto Pedagogo dell’Università di Firenze, che la contemporaneità è, tra le altre cose: “tempo-dei disagi: esistenziale, sociale, relazionale, culturale, psicologico”.  Ora vorrei evitare che queste parole con cui Cambi definisce queste forme di disagio possano creare, uno stato di malessere in chi le legge (perlomeno, questa è una possibilità legata ad una mia sensazione personale), soprattutto quando, proprio nel definire il disagio relazionale che oggi un po’ tutti viviamo, definisce: “l’altro prima che socius è soprattutto alter, spesso un di fatto estraneo e/o potenziale nemico”. Emerge da queste parole (che vanno superate dalla possibilità che una tale ‘inquietudine’ si possa invece trasformare in ricerca e dunque in speranza), la consapevolezza che in molti casi è andato disperso il valore della ricchezza che l’altro rappresenta per noi, per me. La stessa ‘libertà’, dice sempre Cambi: “di cui l’uomo contemporaneo sembrerebbe oggi godere in maggior misura rispetto al passato, di fronte a questa condizione di disagio generalizzato e multiforme rischia di trasformarsi in vera e propria fragilità del singolo ancor più aggravata dalla fragilità del tessuto sociale e politico della società in cui viviamo, nel momento in cui, alle precedenti forme di disagio, se ne aggiunge un’altra, riveniente oggi dalla: “crisi della democrazia e […] del ‘cittadino democratico’ che vive un profondo disagio e che vede, in se stesso, erodersi costantemente il modello di vita personale e sociale regolato dal principio/valore della democrazia. La sua crisi è profonda, strisciante, molto inquietante.” Come più volte viene sottolineato nella comunicazione dei Media presso che quotidianamente: Ciò che si va sempre più diffondendo e che viviamo oggi, rispetto a un mondo ormai globalizzato che non conosce frontiere di lingue, di popoli, di culture, di prodotti, di informazioni, e che quindi apparentemente favorisce i contatti, gli incontri, gli scambi, è che invece, si è diffuso alquanto velocemente un pervasivo sentimento di indifferenza verso gli altri: verso le loro vicissitudini, le loro tragedie, individuali e collettive, i loro destini. L’overdose di notizie che i media trasmettono a ciclo continuo e con martellante ripetitività più e più volte al giorno sta progressivamente anestetizzando le menti e i cuori delle persone, li sta abituando a vivere con superficialità e con sentimenti di partecipazione fittizia e puramente di facciata i problemi e, spesso, le tragedie degli altri, con un sopravvento dell’egoismo che viene utilizzato come “difesa”, come ‘muro protettivo’ rispetto alle difficoltà altrui ma che, al contempo, confliggendo con la costitutiva natura dell’uomo come essere-in relazione, determina un pervasivo senso di angoscia esistenziale. Una “Paura di sé e la paura dell’altro. Si intrecciano determinando quel senso di malessere psicologico che poi diventa sociale, che trasforma, appunto, in indifferenza e superficialità la paura del dolore altrui, che porta a ricercare felicità fittizie negli oggetti (piuttosto che nelle persone), a ricercare emozioni nelle forme intimistiche (piuttosto che in quelle relazionali), individuando nelle forme del disimpegno e dell’apatia – dell’indifferenza, appunto – le reazioni emotive in grado di proteggerci dal rischio che l’altro, gli altri, sempre implicano”.  Un rischio che però (come sappiamo bene noi che siamo nati prima degli anni 70), è anche e soprattutto possibilità: possibilità di reciproca comprensione e quindi di sostegno reciproco, “reale”, al di là delle sempre più esclusive occasioni virtuali di incontro che la piazza di internet consente ma che, essa soprattutto, traduce quasi sempre in occasioni di socializzazione fittizia, abituando anche in questo caso alla deresponsabilizzazione, per la “fatica” che una relazione faccia a faccia comporta. Già, quello che manca oggi a molti è la possibilità di incontri reali che aiutino a smascherare le tante emozioni fittizie (virtuali) e ridare senso e spessore proprio a quelle reali, recuperando altresì il significato vero e pregnante, profondo e autentico delle stesse parole che indicano determinati sentimenti: “l’amore” non è quello verso la propria automobile così come la “felicità” non è una seduta in un centro benessere, bensì la ricchezza appagante di un gesto di gratuita disponibilità verso l’altro. Non è forse vero, si chiede lo stesso Bauman in “Modernità liquida” che la società del consumismo – che si regge proprio sulla “promessa” di soddisfare tutti i desideri umani per rendere in tal modo “felici” alla fine: “…promuove attivamente la disaffezione, indebolisce la fiducia e acuisce il sentimento di insicurezza? Non sono forse questi i fattori principali alla base dell’incertezza e della paura diffuse che saturano la vita nella modernità liquida, nonché le principali cause della variante di infelicità tipica della modernità liquida?” Di fronte alla contemporanea fallacia di tali sentimenti, scaturisce molto spesso il bisogno di dedicarsi al proprio ben-essere psicologico e anche spirituale (quindi non solo materiale) ma ciò avviene ormai quasi sempre in chiave individualistica, dimenticando la nostra natura relazionale e ricercando appunto forme di realizzazione intimistiche e privatistiche e perciò sempre inautentiche.

“Vivere una vita interamente privata, significa prima di tutto, essere privati delle cose essenziali a una vita autenticamente ‘umana’ e che, nelle condizioni dell’epoca moderna, questa privazione di rapporti oggettivi con gli altri e di una realtà garantita attraverso di essi, è diventato il fenomeno di massa della ‘solitudine’, dove ha assunto la sua forma più estrema e più disumana”

 (Hanna Arendt)

Il rifiuto di una reale conoscenza dell’altro – per la paura di provare quote di angoscia e di sofferenza che l’incontro reale tra persone spesso può implicare – si trasforma in giudizio affrettato sull’altro e quindi in ‘pregiudizio’, e a quest’ultimo consegue la mancanza di rispetto dell’altro e quindi la “tentazione”, sempre incombente, di rifiutare quando addirittura prevaricare l’altro, e di farne tacere le sue ragioni a vantaggio delle proprie, senza tuttavia mai ricavarne reale vantaggio in termini di benessere esistenziale. Al contrario. In tutto questo è proprio la persona che vive la stagione dell’adultità a essere investita in pieno da questa situazione di malessere, non avendo ancora superato il trauma della perdita delle certezze, della stabilità e della sicurezza che per lungo tempo l’età adulta aveva significato. Pur tra mille dubbi, cadute, rinnegamenti e tradimenti. Il disagio – ma allo stesso tempo la scommessa – dell’adulto ad essere ciò che lo rende più autenticamente umano (il suo essere in-relazione) derivano anche dalla pluralità di contesti e di esperienze di vita vissuta all’interno delle quali noi adulti siamo stati chiamati ad essere protagonisti. Contesti anch’essi attraversati dai venti impetuosi di cambiamento, che hanno letteralmente scardinato le strutture portanti, fatto crollare gli architravi che li sorreggevano: pensiamo alla famiglia, al luogo di lavoro, ai luoghi dell’aggregazione politica e sociale, culturale e anche religiosa. Le organizzazioni (pubbliche e private, di piccola, media e grande dimensione, del centro come della periferia) appaiono in balìa di cambiamenti troppo spesso subìti anziché governati, vittime di una “crisi” che, del significato etimologico della parola (dal verbo greco krino) subiscono l’accezione negativa del termine, non riuscendo a cogliere, e quindi a coltivare, quella positiva, cioè quella che vede nella “crisi” un’occasione di riflessione, di discernimento, quindi elemento di speranza e progetto di rinascita. E questo vale non solo per i luoghi classici della relazione interpersonale: la famiglia, il gruppo dei pari, le associazioni politiche, sindacali, religiose, ma anche quelle organizzazioni, quali sono i luoghi di lavoro, dove le trasformazioni vorticose che hanno attraversato il sistema produttivo lo hanno e lo stanno ancora modificando radicalmente: negli aspetti strutturali e in quelli relativi alle risorse umane (dalla delocalizzazione alla produzione just in time, dalla meccanizzazione alla robotica, dal computer al telelavoro, dal lavoro a tempo indeterminato al lavoro part time e al lavoro temporaneo e alla precarietà, ecc. ecc.).
I fenomeni della globalizzazione e della tecnologicizzazione hanno, nel volgere di poco più di un paio di decenni, modificato radicalmente il volto delle economie e dei mercati, introducendo cambiamenti profondi non solo nei prodotti e nei processi ma anche nelle persone e nei loro profili professionali. La potenza radicale di tali trasformazioni “pretenderebbe” sempre più spazio e peso per le persone, le loro idee e le loro emozioni, mantenendo però tuttora irrisolti e profondamente ambigui i modi e le forme attraverso cui esse entrano in contatto, si relazionano, competono o cooperano tra loro. Generando occasioni, insieme e conflittualmente, di successo e di fallimento, di scontro e di incontro, di felicità e di angoscia esistenziale: delle singole persone e dell’intera organizzazione, del successo e dell’appagamento personale come della prosperità economica dell’azienda, in un reticolo di rapporti reciprocamente interagenti: degli imprenditori come dei lavoratori e dei rispettivi nuclei familiari, della singola azienda e di quelle dell’indotto, del territorio che le ospita e delle istituzioni che lo governano…
(continua)

E’ sempre tempo di Coaching!”

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