3. Dietro la crisi della democrazia cosa c’è?

Purtroppo: la trasformazione neoliberista come neutrale modernizzazione e per ciò stesso razionalizzando le sperequazioni come effetti collaterali e transitori dello sviluppo, ha cancellato questo elemento specifico della “sinistra” che ha finito con l’avere non soltanto assunto e interiorizzato le categorie dell’avversario… ma nell’avere quindi anche disarmato culturalmente (oltre che scomposto politicamente) un blocco storico di forze sociali, deprivate di criteri intellettuali e morali di orientamento e giudizio, sradicate da quadri di riferimento liquidati come ideologici. Ragion per cui non c’è ormai evidenza che tenga – pure a fronte di una crescente iniquità del modello sociale esistente – perché possa essere ingaggiata una coerente battaglia culturale e politica contro la primazia del capitale privato. È la grande questione della crisi della politicizzazione di massa, che invece di essere riconosciuta sì come un portato dei tempi e dei nuovi modelli di vita, ma anche come un problema (dunque come un compito che imponeva una ricerca di nuovi strumenti di direzione della politica emancipativa), è stata invece subita e avallata, spesso senza nemmeno accorgersi che dalla generale disgregazione sociale, politica e culturale derivava la passività delle masse e la loro subalternità all’egemonia «intellettuale e morale» del capitale. democrazia-petrucciani-ferrara-510
È stato scritto di recente a questo riguardo che in tutta Europa la maggior parte delle sinistre ha rassegnato: “Le «dimissioni dalla propria funzione critica» e che «gli avvocati» che rappresentavano la parte più vulnerabile e meno protetta della società non solo «si sono mostrati incapaci di giocare d’anticipo» rispetto all’offensiva neoliberista, ma hanno altresì deciso di smantellare gli «impegnativi apparati di mobilitazione» (i grandi partiti socialisti e comunisti) al fine di rafforzare «la divisione del lavoro tra rappresentanti e rappresentati» e di riservare a sé (gli addetti ai lavori della mediazione tra interessi) «il monopolio della politica» (lasciando al popolo «la cura degli affari e dei piaceri privati»). Pensiamo, per fare solo un esempio, al New Labour di Blair e Brown, la cui azione di governo – recisi i legami col mondo del lavoro e le Trade Unions e confluita verso il cosiddetto «centro riformista» (un effetto classico del nuovo bipolarismo politico, che spinge alla ricerca del cosiddetto voto fluttuante post-ideologico) – si è dichiaratamente ispirata al modello thatcheriano. Rimodellando il laburismo in base ai cardini economico-sociali del «turbocapitalismo» e aderendo senza scarti all’assetto politico-istituzionale «post-democratico», conseguenza e al tempo stesso causa dell’indebolimento delle forme tradizionali di espressione della sovranità popolare”.
Ad ogni modo, vero o falso che sia questo severo resoconto, sta di fatto che oggi in Italia ci ritroviamo in un frangente della vita del paese non soltanto avvilente ma anche assai rischioso. Dinanzi a chi non opti per il diniego della realtà (come sembra fare talvolta un ceto politico ossessionato dagli imperativi dell’autoconservazione e forse anche per questo intenzionato a varare ambiziose riforme costituzionali, la cui portata urterebbe con una fragile legittimazione) si stende uno scenario allarmante, l’immagine di un paese allo sbando, che sa di non potersi fermare ma ignora la direzione da intraprendere. In termini di classe, il discorso pubblico è tuttora – ovviamente – monopolizzato dalle forze dominanti, nonostante i disastri provocati dal liberismo. E indiscutibilmente pesano, in questo scenario, anche le gravi responsabilità di un’informazione che pressoché unanimemente rappresenta la crisi sotto un’angolatura che ne impedisce qualsiasi lettura critica. copertina-libroAnche a questo riguardo il caso italiano sembra paradigmatico. Se in tutto l’Occidente la crisi morde con particolare violenza nelle condizioni di vita e di lavoro dei settori sociali subalterni (il mondo del lavoro salariato o eterodiretto; il precariato; i pensionati; i giovani in cerca di prima occupazione e l’esercito di disoccupati e inoccupati); in Italia sussiste una specifica anomalia, che conferisce alla crisi un segno di classe spiccatamente regressivo. Siamo il paese con tre record davvero poco invidiabili: la maggiore pressione fiscale sui redditi da lavoro (pari ormai al 54%); il più alto tasso di evasione ed elusione fiscale (al quale fa riscontro un’economia sommersa capace di produrre – secondo stime recenti – oltre 270 miliardi di euro l’anno, pari al 17,4% del Pil); e – com’è abbondantemente risaputo – il debito pubblico proporzionalmente più elevato (circa il 130% del Pil) non solo dell’eurozona, ma di tutta l’Ue.economia Ma siamo anche, come si sa, il paese con il debito privato più contenuto, il paese che ha privatizzato di più nel corso degli ultimi vent’anni e quello nel quale l’impresa privata, soprattutto media e piccola (che tuttavia rappresenta poco meno del 90% del tessuto produttivo nazionale), investe meno in ricerca e innovazione tecnologica. Posti in un quadro unitario e letti alla luce delle politiche di «risanamento e rigore» adottate dai governi susseguitisi alla guida del paese nell’ultimo quinquennio, questi dati rivelerebbero la coerenza e l’efficienza della dinamica critica, il suo operare come un possente dispositivo di redistribuzione della ricchezza verso l’alto… Vediamo come: La crisi della finanza pubblica consegue in larga parte alla gigantesca sottrazione di risorse private dovute alla fiscalità generale; nella misura in cui ad essa si fa fronte colpendo sempre più pesantemente i redditi da lavoro (per un verso tramite riduzioni della spesa pubblica e della base occupata, per l’altro con l’aumento della pressione fiscale) e premiando la rendita (attraverso la vendita a interesse del debito pubblico), il meccanismo della crisi non solo non viene minimamente contrastato (con ciò compromettendo le prospettive di sviluppo del paese), ma viene anzi alimentato quale fattore di ristrutturazione oligopolistica dell’economia nazionale (e, a cascata, di regressione oligarchica dell’assetto dei poteri di controllo sociale e di governo politico).  pil-e-debito-pubblico-2007-2015Mai, tuttavia, l’informazione di massa offre un quadro organico di tale stato di cose, che ne rappresenti la portata sistemica, e consenta di coglierne l’efficiente coerenza nel segno della tradizionale indifferenza di buona parte della borghesia italiana (rispetto agli interessi generali del paese. E se anche, per un verso, la presa egemonica delle narrazioni correnti viene gradualmente meno (il segno antisociale del modello post-reaganiano è ogni giorno più evidente agli occhi di chi non ha lavoro, versa in povertà e non vede vie d’uscita dall’emarginazione); se anche in settori sociali sempre più vasti si diffonde un’ostile diffidenza nei confronti dei mezzi d’informazione e della stessa politica, considerata come un’arma puntata sul più debole – non per questo sorge e si rafforza una coscienza critica di massa. Per il fatto stesso di avere abdicato alla direzione politica di un processo critico dopo averne smantellato i fondamenti ideologici, non si è ora in condizione di impedire che il disagio si riversi nel risentimento o nella depressione, che il malessere, sapientemente stimolato (colgono nel segno le analisi che riconducono l’exploit di Grillo alla martellante campagna anti-casta del «Corriere della sera») confluisca nella protesta qualunquistica. Peggio: non si è nemmeno in grado di decifrare le ragioni obiettive della protesta e di ricondurle al quadro storico di lungo che, solo, permetterebbe di comprenderle e forse di prevederne e contrastarne gli effetti. “Se le cose stanno così, è allora impossibile concludere queste con una nota di ottimismo, della quale, pure, avvertiamo tutti il bisogno. E questo, si badi, non già perché ci si trovi di fronte a un capitalismo trionfante, che impone al lavoro la dura legge dei rapporti di forza in termini di sfruttamento, di riduzione dei salari e di intensificazione della pressione coercitiva. Ma, paradossalmente, proprio per il contrario: perché siamo nel mezzo di una crisi sistemica gravissima (si direbbe «organica») che genera contraddizioni estreme (da un lato gigantesche masse di capitale prive di sbocchi, dall’altra masse immense di lavoratori senza occupazione né reddito, pur a fronte di enormi e crescenti bisogni sociali insoddisfatti); e perché nuovamente, come un secolo fa, l’istanza nichilistica del dominio preclude ogni via d’uscita verso soluzioni razionali, che implicherebbero trasformazioni radicali del sistema.epitaffio_fe È vero che la storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma è altresì ragionevole ritenere che, in costanza di contesti strutturali, i processi presentino analogie e rischino di replicare dinamiche essenziali! Alla fine, mi sembra che resti del tutto aperto l’interrogativo di fondo su quel che sarà l’assetto democratico e le sue forme di rappresentanza con cui dovremo confrontarci ed esprimerci per affrontare nel futuro prossimo periodo …una prospettiva economica e sociale praticamente “inedita” per l’Occidente rispetto al secolo passato… che ha visto tramontare “il Capitalismo industriale” e che, in questo primo quarto di secolo, sta vedendo tramontare anche “il Capitalismo finanziario” …un assetto democratico che già nei fatti a rinunciato alla centralità del “suffragio universale**…”
(fine)

* Le riviste consultate on line: Storia e Futuro; Diacronie; Limes; Micro Mega; il Mulino; Etica e Politica; pubblicazioni ISPI; Cosmopolis; Zeppelin.
** Il suffragio universale è il principio secondo il quale tutti i cittadini e tutte le cittadine di età superiore ad una certa soglia, in genere maggiorenni, senza restrizioni di alcun tipo a partire da quelle di carattere economico e culturale e altre quali ceto, censo, etnia, grado di istruzione, orientamento sessuale e genere, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche, amministrative e ad altre consultazioni pubbliche, come i referendum.

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