3. Italiani: Siamo veramente un Popolo senza futuro e senza speranza?

Eccoci giunti al dunque e ad alcune conclusioni di questo lungo ragionamento che porta all’interrogazione, per nulla retorica sulla speranza che ci sia ancora un  futuro per noi Italiani e per il nostro Paese…

Roberta De Monticelli, docente di filosofia della persona all’Università Vita-salute San Raffaele a Milano, ci richiama alle radici profonde del fenomeno della corruzione dicendoci che questa può partire anche dalla formulazione della legge: “ancora peggiore è la corruzione della legge stessa. Per illustrare il fenomeno vien buona un’immagine di sartoria, presa da una famosa “ricetta cinica” di Giolitti: “Un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo deve fare la gobba anche all’abito”. La corruzione delle leggi è appunto questo: una legge non serve a prevenire, impedire o raddrizzare una deformità, ma ad adattarcisi al meglio. Questo fenomeno è l’appiattimento del dover essere sull’essere stesso e, del valore sul fatto, della norma sulla pratica comune anche se abnorme dirlo in definitiva del diritto sulla forza. 

Sapete come si dice: “Tutto quel che è reale è razionale”, lo dice proprio il filosofo nel dar ragione alla forza, purché vinca. “Tutto quello che è reale è normale”, lo dice il cinismo che avvolge il linguaggio popolare. Al fondo c’è la dissoluzione dei vincoli di senso. Ovvero i vincoli all’interno dei quali soltanto le parole umane dicono qualcosa di definito, infatti sono i comportamenti umani che hanno un significato e un valore definito. Se una lingua viene liberata dalle sue norme logiche, nessuno potrà più affermare o negare nulla. Si dirà insieme tutto e il contrario di tutto. Se, i comportamenti umani vengono sciolti dai vincoli pur minimi dell’etica, da quelle norme implicite che sono i famosi mores nel diritto romano – le antiche consuetudini, di matrice per lo più rituale – o da quelle ponderate che sono le leggi, noi non potremo più valutare se la mano che ci si tende offre morte o amicizia”. Sembrerebbe questa una citazione esaustiva di ciò che può essere e che riguarda la corruzione… Ma non è così in quanto le sfaccettature del fenomeno corruttivo sono infinite tanto da poter:  ancora constatare che il termine corruzione reca in sé anche il riferimento ad un “cuore in frantumi”. Non è questo un riferimento alla dimensione affettiva, piuttosto l’etimologia insita nel termine cor-ruptum apre a considerare come il ‘cuore’, secondo una derivazione dalla cultura semitica attestata nell’uso biblico, sia la sede di leggi non scritte e luogo di formulazione delle decisioni della persona. Di qui la corruzione può essere interpretata come un movimento al venir meno alla responsabilità, un’incapacità di orientamento secondo il bene e quindi un’abdicazione a riferimenti etici per condurre scelte che fanno crescere in e l’umanità… La corruzione destruttura il tessuto della fiducia e della solidarietà sociale. Sfalda ogni legame sociale, lo inquina e lo rende sottomesso alla logica del ricatto e della potenza del denaro. Non è un caso che la corruzione si diffonda in un contesto culturale in cui ogni dimensione della vita umana, dalla corporeità, al lavoro, al tempo, alle competenze, viene ridotto unicamente a merce e viene sottoposto ad una quantificazione di utilità e funzionalità, senza tener conto della dimensione personale e della relazione. Infine la corruzione è strettamente legata ad una visione individualistica dell’esistenza, in cui preminente è lo sguardo al proprio interesse senza considerazione di un legame e di un vivere sociale. La discussione filosofica sulla natura della corruzione può essere veramente infinita…   Fino a far si che  assuma i contorni di un male ‘banale’, che non è percepito nella sua gravità, che si attua in tante piccole scelte senza consapevolezza critica, sino a divenire un modo di agire che appare ‘terribilmente normale’. Non è pertanto un fenomeno senza ricadute sulla salute complessiva della vita della Società… la sua azione può essere paragonabile al lento procedere di una malattia tumorale che poco alla volta cresce e debilita a partire da alcune cellule tutto l’organismo diffondendosi e accrescendosi. La corruzione nel nostro paese ha raggiunto un livello ormai inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci.  E’ allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni. Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti. Sono infatti i poveri ad essere caricati dei pesi di una società corrotta, sono essi a pagarne il prezzo nella mancanza di servizi, nel venir meno di diritti economici e sociali, nel mancato riconoscimento di dignità. Per questo bisogna considerare il nesso stretto e forte esistente tra concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi e la corruzione diffusa… Ormai la corruzione si pone non nella linea di un momento, di un atto singolo, ma costituisce una abitudine, un ‘modus vivendi’, una logica che permea l’intero stile di vita e si pone nei termini del coinvolgimento di altri, fa costume e diviene pervasiva: agisce per aggregare a sé e fare proseliti, contagia e coinvolge in una rete.  Quindi, ciò vuol dire che  come Popolo non abbiamo più speranza, e nemmeno un futuro? Vorrebbe dire arrendersi alla corruzione… Credo, invece,  che bisogni: “Non stancarsi, mai di combattere la corruzione. Se vogliamo continuare a far sopravvivere la speranza che il nostro Paese e il suo Popolo possano avere un futuro dignitoso. L’opera di risanamento dovrà essere profonda e richiede un lavoro forte e determinato e di lungo periodo… La corruzione in Italia è un tema di costante attualità. Arresti, inchieste giornalistiche, posizioni poco lusinghiere nelle classifiche internazionali: ci dicono che siamo di fronte ad una vera emergenza nazionale. Eppure il nostro dibattito pubblico sul tema non riesce ad andare al di là del commento – spesso demagogico e superficiale – agli episodi di cronaca. Si parla poco di cosa effettivamente fare (ricette e programmi) per prevenire la corruzione. Sì, ad esempio tra noi, chi sa veramente cosa effettivamente fa l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC)? Costituita già qualche anno, guidata da un brillante e competente magistrato Raffaele Cantone. Si, sappiamo che lui ne è il presidente e che lì lo ha messo Matteo Renzi all’inizio dei suoi “1000 giorni di governo”. Ma in pochi sappiano, che l’Autorità è incaricata di svolgere l’attività di controllo, di prevenzione e di contrasto della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione; promuovere l’integrità, la trasparenza, l’efficienza e l’efficacia delle pubbliche amministrazioni; indirizzare, coordinare e sovrintendere all’esercizio indipendente delle funzioni di valutazione. Si quindi tratta di una funzione straordinariamente delicata. L’attività dell’Autorità non riguarda solo chi lavora nelle pubbliche amministrazioni, ma ha un impatto decisivo sulla vita dei cittadini, sulla competitività dell’intero sistema Paese e sul delicatissimo rapporto tra Stato e cittadini… Sono compiti importanti per ricostruire un rapporto di fiducia tra amministratori e amministrati, ma nel concreto cosa l’ANAC ha prodotto per arrestare la corruzione nel nostro Paese? Poco, sicuramente troppo poco… e purtroppo nel calderone delle polemiche politiche si sono visti già tentativi di ridurne funzioni e loro importanza. Nel corso degli ultimi anni, si è pensato di risolvere i problemi delle PA italiane emanando norme, tante norme, spesso contraddittorie e di difficile interpretazione e applicazione. La stessa cosa è avvenuta per la corruzione, la trasparenza e la valutazione della performance. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non solo il metodo non è efficace  – del resto, come già scritto ieri nell’altro post sul tema, sottolineavo quello che dicevano anche i latini “Summum ius, summa iniuria” –  e alla fine proprio coloro che dovevano essere i principali protagonisti delle riforme della PA (e cioè amministratori e dipendenti) si sono sentiti vittime di una vera e propria “vessazione normativa”. Il ruolo di ANAC era e resta importante – oltre che per battersi per modifiche che vadano nel senso della semplificazione – per fare chiarezza sugli adempimenti. Ciò avrebbe un duplice vantaggio: da un lato toglierebbe l’alibi della complessità normativa a chi non vuole essere onesto e trasparente, dal altro consentirebbe alle Amministrazioni che vogliono mettersi in regola di avere certezza sugli adempimenti da porre in essere. Chiaramente una PA efficace e trasparente è una PA digitale. L’innovazione del settore pubblico è quindi un’importantissima misura per la prevenzione della corruzione. È quindi necessario accelerare il processo di piena digitalizzazione delle PA e l’utilizzo dei nuovi strumenti e tecnologie (come gli Open Data): si tratta del prerequisito per avere un’amministrazione efficiente, orientata al risultato, in grado di prevenire efficacemente la corruzione e di essere realmente trasparente. Infatti, attraverso l’informatica e il Web è possibile rendere conto davvero delle scelte di gestione e dell’uso delle risorse pubbliche, praticare serie politiche di spending review e predisporre seri meccanismi di controllo che consentano di individuare sprechi, inefficienze, truffe e ruberie. Fino ad oggi cosa è stato fatto in questa direzione? Inoltre la vera riforma è quella culturale: bisogna quindi promuovere la cultura del governo aperto. La corruzione quindi non si combatte solo con le norme. L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha un ruolo fondamentale per evitare che le Amministrazioni restino ferme ad una logica di adempimento meramente burocratico della normativa. Tale approccio, tipico della cultura amministrativa italiana, può essere superato se all’attività reattiva l’ANAC affianca un’efficace attività proattiva di promozione della cultura del Governo aperto alla trasparenza, alla partecipazione e alla collaborazione intese come strumenti di lotta alla corruzione e di accountability. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso importanti iniziative di informazione e formazione di amministratori e civil servants, nonché azioni che abbiano l’obiettivo di informare gli stakeholders (cittadini e imprese) degli strumenti normativi assegnati dall’ordinamento per esercitare un’efficace controllo sull’operato delle Amministrazioni (come, ad esempio, l’accesso civico). Anche su ciò, cosa è stato effettivamente fatto? La sfida non si vince da soli: la PA bisogna che si apra alla società civile. A fronte di compiti complessi e delicati, l’operato dell’Autorità (al pari di quello di tutte le Amministrazioni) deve essere improntato ad un ascolto strutturato dei diversi attori, e in particolare dei tanti esperti, gruppi e associazioni che – da anni – lavorano egregiamente, pur in assenza di validi interlocutori istituzionali. Nell’ambito di tale processo, è opportuno che l’Autorità sia aperta alle iniziative di monitoraggio civico avviate da cittadini e da associazioni della società civile, nella convinzione che tali azioni possano proficuamente integrare l’attività svolta dalla struttura ANAC. Con più monitoraggi civici che non siano solo “testimonianza”, ma che finalmente possano incidere nelle valutazioni ed avere conseguenze effettive sui soggetti inadempienti. Da cittadini, abbiamo il diritto di conoscere e il dovere di confrontarci sulle strategie proposte e programmate per combattere la corruzione. Perché, come scriveva Robert Alan Dah:  “i cittadini silenziosi possono essere dei perfetti sudditi per un governo autoritario, ma sono un disastro per una democrazia”. Correva l’anno 1992, fanno 25 anni dal primo atto pubblico della complessa inchiesta cosiddetta Mani Pulite in cui la Procura della Repubblica di Milano scoperchiò la corruzione sistemica che coinvolse e infine travolse l’impropriamente detta “Prima Repubblica”. Va da sé che non ci sia nulla da celebrare, anche perché non solo noi tutti i giorni constatiamo, ma anche gli indicatori internazionali ripetono che alla presa di coscienza, iniziata un quarto di secolo fa con l’arresto di Mario Chiesa, non è seguita una manovra di contrasto e prevenzione adeguata a portare la corruzione italiana ai livelli di un’accettabile soglia di tolleranza. La corruzione esiste ancora e ha preso forme diverse, che anche come cittadini dovremmo saper riconoscere se non altro per attivare meccanismi di difesa…  Che cos’è la corruzione oggi, che danni fa, come la si riconosce nella vita quotidiana, ne abbiamo ampiamente fatto cenno: «Come allora (1992) è sistemica: non solo è abnorme in quantità per un Paese democratico e sviluppato, ma non è il prodotto di un incontro occasionale tra chi desidera acquistare qualche favore e qualche funzionario infedele disposto a vendere la propria funzione. Funziona, invece, come se ci fosse un sistema di regole parallele e invisibili che i partecipanti al gioco sporco della corruzione conoscono e osservano, mantenendo l’impegno all’omertà e agli accordi corruttivi, al fine di attuare un saccheggio di risorse pubbliche». Ai tempi di Mani Pulite erano i principali partiti politici a giocare questa funzione di regolazione tramite il finanziamento illecito, che era il prezzo che tutti i partecipanti al gioco pagavano ai partiti, cioè a strutture organizzate, per entrare nella spartizione riservata a pochi delle risorse pubbliche. In anni recenti, venuta meno la forza organizzativa dei partiti, altri attori, di volta in volta diversi (il vertice di un consorzio di imprese, associazioni mafiose autoctone, faccendieri), sono subentrati: non più in una singola cabina di regia che faceva perno sulle segreterie dei vari partiti, ma in un sistema policentrico, in cui assume importanza il cosiddetto faccendiere che connette i singoli rami. Possiamo immaginare la corruzione di allora come un albero ramificato da grandi tronchi e quella di ora come tante piantine! Questo spiega perché non capita più, come avvenne con Mani pulite, che un’inchiesta partendo da una piccola tangente per l’appalto all’impresa di pulizie di una casa di riposo, come allora il Pio Albergo Trivulzio, arrivi al cuore del sistema. Anche quando la magistratura risale i meccanismi di livello occulto può arrivare solo a un livello locale. Questo dà l’idea di una corruzione più disorganizzata, mentre prima, almeno per gli appalti di un certo spessore, si pagavano tangenti a Roma per essere sicuri che ovunque si facessero affari il sistema avrebbe avuto regole comuni. Allora vedemmo emergere fisicamente dalle indagini bustarelle sottobanco, valigette di contanti, persino lingotti nel divano, ora molto meno. E non è un buon segno. Significa che i protagonisti del gioco della corruzione si sono fatti meno ingenui: oggi si scambiano non solo le cosiddette utilità, favori non in moneta sonante, ma occultano il passaggio di denaro in attività all’apparenza lecite. Invece di dare al destinatario della tangente una valigia di soldi, si assume un un suo parente per un lavoro che in realtà non fa ma per cui regolarmente lo si paga, si fa un contratto di consulenza a una società fittizia intestata a un suo prestanome, si fanno fatture false per consulenze mai avvenute. Tangenti “pulite e fatturate” difficili da individuare da parte della magistratura».  C’è da chiedersi che cosa in questi 25 anni ha ostacolato un vero cambiamento? «Per almeno un ventennio, la politica è intervenuta con norme ad hoc per migliorare l’aspettativa di impunità, cui solo negli ultimi anni si sta cercando faticosamente di rimediare con il ripristino delle norme sul falso in bilancio, con l’istituzione dell’Autorità Anticorruzione (Anac), ma siamo ancora carenti sulla prescrizione, dimezzata nel 2005 dalla cosiddetta legge ex Cirielli, e ritenuta dagli indicatori internazionali un nostro fattore di inefficacia nella repressione dei crimini dei colletti bianchi». I cittadini vedono la corruzione come un fatto di “casta”.  «Ma, la corruzione non investe solo i grandi appalti, ce n’è anche una spicciola che fatichiamo a riconoscere: è nella pratica della piccola tangente quotidiana, nel regalo che sappiamo di dover fare perché qualcuno si prodighi a procurarci un posto in una corsia affollata, nella mancetta allungata all’usciere perché acceleri il passaggio di una pratica da un ufficio all’altro. Diritti che diventano favori. Si pensi che un sondaggio del Global barometer of corruption dell’ottobre 2016 indica che il 7% degli italiani, significa qualche milione di persone, avrebbe avuto nell’ultimo anno la richiesta di una tangente». Questione di cultura!? «Sì anche, certo, ma dobbiamo aver attenzione che la dimensione culturale non diventi un alibi per arrendersi al “familismo amorale”, perché non è che ci sia in noi italiani un DNA che ci renda predisposti alla corruzione. Dipende anche da noi contrastarla rispettando le regole nel quotidiano degli ambienti che frequentiamo. Ne è prova il fatto che, in contesti simili, c’è chi rispetta le regole e chi non lo fa, chi giustifica l’assenteismo e la corruzione e chi le denuncia prendendosi dei rischi. Questo significa che in alcune realtà si sono affermati meccanismi virtuosi e in altre no, e che questo dipende anche molto dalle persone». Inutile chiedersi quanto ci costa la corruzione? Un Costo Alto, non quantificabile solo con una cifra di soldi… infatti e assai: «Difficile quantificare questa cifra. Alla lunga il fardello insostenibile ha visto l’affievolirsi dei diritti dei cittadini: salute, istruzione, garanzie di accesso alle opportunità del mondo del lavoro su basi meritocratiche. quant’è questo costo? Se la selezione del personale amministrativo, della classe dirigente, dell’amministrazione delle imprese si fa con criteri di parentela, familiarità, disponibilità a stare al gioco, alla fine ne va della capacità di un Paese di innovare, di coltivare i propri talenti. Si perde in crescita economica, perché si fanno fuggire persone capaci, non ricattabili, a vantaggio di altre che “devono rendere favori” ma non hanno le competenze necessarie per il ruolo che ricoprono. E si perde in crescita civile perché, quando prevalgono meccanismi antimeritocratici, i cittadini perdono fiducia nel fatto che una comunità organizzata possa dare risposta alle loro esigenze e ai loro diritti». E alla fine la corruzione aumenta controlli e burocrazia, i controlli rallentano i meccanismi e creano occasione di nuove corruzioni. Quindi come se ne esce? «Cambiando la natura dei controlli: in Italia abbiamo molto controllo burocratico sull’adempimento delle regole formali, del rispetto delle procedure, ma poi non si va a verificare se la procedura di appalto svolta formalmente con tutti i crismi abbia prodotto un’opera utile, nei tempi previsti, nei costi previsti. Ma questo richiederebbe alla PA competenze di natura tecnica non solo giuridica se no si ritorna al controllo sull’adempimento». Quindi, prevenzione/repressione/cultura, questa la direzione giusta?! «Non sono strumenti alternativi, ma complementari: l’efficacia degli uni non può prescindere dalla credibilità degli altri. Sono dimensioni diverse, delegate a soggetti diversi, con prospettive temporali diverse. Gli effetti della repressione si possono vedere subito: si scoperchia un contesto di malaffare, lo si persegue e si dà il segnale della reazione dell’ordinamento, è stato il caso di Mani pulite. La prevenzione, invece, in Italia ha una storia recente: è il pilastro della legge Severino del 2012, ma purtroppo agisce quasi solo nell’ammnistrazione pubblica, la politica è la grande assente dall’attività di prevenzione. Gli effetti di questa azione non potranno però che manifestarsi a distanza di tempo, attraverso la maturazione di strumenti come codici di condotta, attività di formazione, volti a creare un terreno di coltura per un diverso approccio alla vita e alla pratica amministrativa più orientati ai valori di trasparenza». Quindi c’è ancora speranza? «Deve esserci, ma occorre essere consapevoli che si tratta di una speranza paziente e tenace, che richiede l’impegno di tutti al rispetto delle regole e che non può risolversi nelle manifestazioni di piazza e neanche nella speranza generica che basti un’indagine giudiziaria come Mani pulite a compiere un improvviso rinnovamento». Bisogna dare impulso nella società a nuovi deterrenti… C’è bisogno di formazione riguardo a certe tematiche. I genitori, gli educatori, i professori, i maestri, i sacerdoti e gli stessi giovani devono essere messi in guardia su certi poteri forti e certi messaggi. È importante ricreare la coscienza dei giovani attraverso la conoscenza. Aiutarli a ragionare con la propria testa e non copiare dalle immagini mediatiche fatue e interessate di un consumismo deteriore… usare la testa:  “prevenire è meglio che curare”…

<<Fine>>

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