Basta parlare di pensioni per i giovani: bisogna dar futuro al lavoro…

Impazza la discussione sul futuro pensionistico dei giovani… Certo che non ci sarà! Ma non solo e non tanto perché occorre correggere alcune “generosità” eccessive del passato… o perché ci sono stati ristretti privilegi per alcuni.
Il lavoro parliamo di LAVORO, presupposto indispensabile perché ci sia un possibile futuro (non solo pensionistico) per i giovani… non è solo Jobs Act. opportunita_lavoro
Al cuore della grande trasformazione del lavoro presente e ancor più futura c’è da ripensare il nostro sistema di relazioni industriali: perché il vero adattamento alle sfide economiche e sociali si misura necessariamente nei settori produttivi, nei territori e nelle singole aziende dove la legge dello Stato, per definizione generale e astratta, può ben poco.
È per questa ragione che preoccupa non poco lo stallo (purtroppo non è l’unico) nel rinnovo di uno dei contratti collettivi più importanti, quello del settore metalmeccanico, che coinvolge quasi 2 milioni di lavoratori.
Lo sciopero unitario proclamato per il prossimo 20 aprile da Fiom, Fim, Uilm è sintomo di un continuo muro contro muro che non aiuta i lavoratori, ma neppure le imprese a superare la lunga crisi che ha devastato il settore come capita in genere solo dopo una guerra di rilevanza mondiale.
Tra il 2007 e il 2014 sono infatti andati perduti oltre 250mila posti di lavoro e la produzione del settore è calata di un terzo.
Sul fronte della produttività questa è aumentata dello 0,9%, poca cosa se paragonata a un aumento del costo del lavoro del 23,1% e del Clup (costo del lavoro per unità prodotta) del 22%.
Tecnicismi a parte, significa che una ora di lavoro costa oggi a una impresa meccanica oltre un quinto e poco meno di un quarto in più rispetto al 2007, e se la produzione non aumenta è chiaro che si tratta di un incremento economicamente non sostenibile sia sul breve che sul lungo periodo. lavoro-industria-Fotogramma_672
Basta questo scenario, che ha conseguenze quotidiane sulla vita di lavoratori e imprese e che decide ogni giorno della chiusura o meno di stabilimenti, per capire che la logica del muro contro muro non giova a nessuno.
Basta anche con l’enfasi data al criterio della “rottamazione”, perché… anche dando per acquisito che le vecchie regole non andavano e non vadano più bene e che serva un vero cambio di rotta, ben oltre anche il semplice rinnovo di un testo contrattuale, bisogna prender atto perché sono ormai i dati di realtà a dircelo, che “rottamare” tutto e tutti, compreso pezzi di sistema Paese, non è la strada del rinnovamento di cui ha bisogno l’Italia …non è nemmeno la strada per scrivere regole. Come non capire che le regole nuove non possano non venire che dalle stesse parti sociali Sindacati e Aziende, che poi sono chiamate ad applicarle… Questo è un dato di ‘esperienza’ che i “nuovi politici” rottamazione…presi dal “furore” di rappresentare soprattutto loro stessi… più che il Paese e i Cittadini, non hanno e non vogliono nemmeno acquisire.
Del resto, a cosa serve un rinnovato sistema di “relazioni industriali” se non a fornire in via sussidiaria e condivisa risposte sostenibili ai problemi del lavoro delle imprese e dei lavoratori.
Quel che forse è meno chiaro a molti (sempre compresi i nuovi governanti che se lo sanno comunque non lo dicono) è che, in questa fase dello sviluppo economico, ci troviamo in una situazione realmente straordinaria. Non si tratta infatti di fronteggiare una crisi e un ciclo economico negativo e passeggero.
Siamo piuttosto di fronte a così profonde trasformazioni geopolitiche e demografiche che si sommano a innovazioni tecnologiche che stanno rapidamente espandendo il ruolo della automazione e della digitalizzazione all’interno delle fabbriche e di tutti i luoghi di lavoro.
Con un rischio sempre più probabile di tornare lentamente molto lentamente …ai livelli produttivi pre-crisi, senza che ci sia un parallelo recupero dei posti di lavoro, perché sostituiti da macchinari più moderni che oggi svolgono le mansioni esecutive e routinarie che prima spettavano ai lavoratori.
In questo contesto, per molti versi drammatico, sono necessarie posizioni davvero nuove e coraggiose, capaci di invertire le logiche del passato e cambiare mentalità di gestione delle relazioni industriali. E bisogna dirlo chiaramente… senza paura: Non senza sacrifici, non senza generare antipatie e impopolarità, sia sul fronte imprenditoriale sia su quello sindacale. Ma si tratta di una caratteristica costante in tutti i seri tentativi di uscita da fasi critiche, che mai possono giocarsi sul breve termine e che richiedono piuttosto il contributo di persone di buona volontà che si facciano carico di scelte di lungo periodo in sintonia col cambiamento di una epoca, che è poi niente altro che il radicale mutamento del modo di fare impresa e anche di lavorare. cultura-lavoro-sindacato
In tale prospettiva, credo che il fronte dei sacrifici e degli scambi reciproci debba essere quello della produttività, della formazione e della partecipazione.
Spesso si considera la produttività come l’unico oggetto di contesa tra le parti, non come un elemento di scambio e partecipazione.
Al contrario oggi, in uno scenario professionalmente mutevole, si tratta di tre aspetti inscindibili. La disponibilità ad aumenti salariali legati alla produttività da parte dei lavoratori è realistica solo se si inizia un vero cammino verso modelli partecipativi di gestione della impresa da un lato, e dall’altro la promessa che l’impresa fornisca la formazione necessaria per far sì che l’aumento di produttività non sia dato unicamente dall’aumento delle attività e del carico di lavoro, ma da una vera innovazione dei processi produttivi e dei mestieri necessari a governare il cambiamento in atto.
Formazione che è anche una tutela rispetto al rischio di disoccupazione tecnologica che il settore (ma non solo quello metalmeccanico) corre e che può essere combattuto con investimenti per il welfare della persona e la riqualificazione dei lavoratori.
Una strada possibile, come dimostra l’innovativo accordo tra la Fim-Cisl e l’Associazione Quadri Fiat che apre la strada a una rappresentanza della fabbrica moderna e integrata, certamente più interessante di un commento all’ennesimo sciopero.
Questa può essere la ‘chiave’ vera di un sistema moderno e rinnovato di relazioni industriali nella manifattura, che possa diventare esempio e stella polare per tanti altri settori produttivi che vivono la stessa crisi in un contesto di serrata competizione globale dove, anche nei contesti più avanzati, non sempre esiste il contratto nazionale di lavoro (Usa, Giappone, Regno Unito, Polonia…) o, comunque, un duplice livello di contrattazione prima nazionale e poi aziendale.
Per far questo occorre rimboccarsi le maniche, restare al tavolo e spostare il luogo della contesa nella piazza, solo dove il dialogo non è mai possibile.
C’è in gioco molto di più di uno scontro di posizioni, c’è in gioco il lavoro e il suo futuro nel nostro Paese.

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