Capire gli altri… con 1 sola domanda?!

“Quando punti il dito verso qualcuno ricordati che hai
sempre 3 dita che puntano verso te stesso”

Mai sentito questa frase? Continuiamo ad approfondire l’argomento…

Io l’ho sentita tanti anni fa durante un corso… ma, ci ho messo 15 anni a capirla davvero. Di solito viene raccontata per rafforzare il “sacro principio della responsabilità” ma va molto oltre.

Il “dito puntato” dice molto più su te stesso che non sugli altri… questo ribadisce un concetto cui ho fatto riferimento più volte da questo Blog e nelle numerose sedute fattti con Coachee che con me hanno fatto percorsi di Coaching di crescita personale. Non si tratta quindi di una semplice intuizione, ma del noto concetto del “conosci te stesso per conoscere gl’altri” …attraverso una “semplice domanda”. E’ davvero difficile ammettere che tendiamo a “proiettare” parti di noi stessi in ciò che osserviamo e giudichiamo? Non si tratta di un meccanismo “patologico” da cui dover stare alla larga, anzi, si tratta di un ottimo modo per conoscere se stessi. Per metterla giù in modo molto semplice basta pensare a due tifosi di calcio che parlano al bar. Magari che discutono del derby delle loro due squadre del cuore. E, anche se non sono un tifoso di calcio, posso assicurarvi che sembra abbiano visto due partite completamente diverse. Perché? Ovvio, perché ognuno ha il proprio punto di vista e questo “punto di vista” è dato non solo dal “credo calcistico” ma anche da come sono fatte quelle persone. Noi filtriamo la realtà attraverso le nostre lenti personali! Se uno dei due tifosi vede la vita come una “guerra” è facile che utilizzerà delle metafore legate alla lotta, alla guerriglia ed anche i suoi giudizi saranno tali. Questo è evidente e non c’è bisogno di parlare di “strane proiezioni”…ma c’è qualcosa di più! Oltre a proiettare la nostra “visione della vita” noi tendiamo a “proiettare” parti della nostra personalità. Così se qualcuno che conosciamo continua a dirci che “gli altri sono disonesti” forse lo fa perché, sotto sotto, lui si sente disonesto oppure teme di essere giudicato come tale… o addirittura perché “ha la coda di paglia”. “La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”. Come racconto spesso: tutto questo è da sempre presente nella cultura popolare. Anzi a dirvi la verità tutta la psicologia (compresa l’arzigogolata psicoanalisi) è presente nella cultura popolare… perché? Perché è fatta da noi, è fatta dalla “nostre lenti” ed è inevitabile che vengano fuori pezzi di noi stessi anche in descrizioni metaforiche e folcloristiche del nostro passato. Quindi le nostre “categorie mentali” (le lenti) non solo colorano “del nostro/tuo colore” il mondo ma dicono moltissimo su chi siamo/sei e come pensiamo/pensi. Perché questa attività di “categorizzazione” non solo è nostra ma è anche “inconscia”. Tranquilli, non intendo l’inconscio terribile di Freud ma quello cognitivo…cioè un magazzino che non conosciamo perché non ci mettiamo abbastanza attenzione! Nel 1948 (anno della mia venuta al mondo e, si comincio ad avere qualche annetto… ma è tutta esperienza… non vi pare?!) alcuni psicologi molto noti decisero di fare un esperimento molto interessante. Presero il solito gruppo di soggetti e, attraverso un lungo questionario cercarono di estrapolare i loro valori personali. Come ad esempio se erano politicamente “di destra o di sinistra”, se amavano le feste oppure no, se erano portati per una cerca cosa o meno. Insomma quei valori che tutti possediamo e che in un qualche modo rappresentano le nostre “categorie mentali”. Come sempre i soggetti erano all’oscuro del vero obiettivo dell’esperimento. Dopo aver estrapolato questi valori o preferenze (chiamateli come volete) presentarono una serie di parole al tachitoscopio (una macchina antiquata per registrare i tempi di reazione, oggi usiamo i computer). In pratica il compito era questo: “tra poco ti verranno proposte una serie di parole, quando le riconosci, schiaccia questo pulsante”…. quali sono state le parole maggiormente riconosciute? I soggetti erano moto più veloci nel riconoscere parole aderenti ai propri valori personali! Quindi se una persona aveva come valore “l’essere ordinato” quando appariva la parola “ordine” la riconoscevano più velocemente rispetto ad altre parole non affini ai loro valori. Vi sembra ovvio? Si in parte può apparire come ovvio, ma bisogna tenere a mente che questi soggetti non erano affatto consapevoli del compito. Cioè non sapevano di dover riconoscere più velocemente le parole affini ai propri valori. In altre parole il loro pre-giudizio influiva sul giudizio in modo automatico! Ma la cosa che più m’interessa farvi notare è che i ricercatori avrebbero quindi potuto fare anche un esperimento inverso. Osservando quali parole riconoscevano più velocemente potevano estrapolare i loro valori Ok, non si tratta proprio di un “giudizio sui tratti di personalità” ma è chiaro che, attraverso l’osservazione di come categorizziamo il mondo, possiamo capire moltissimo su come e cosa pensiamo di noi stessi e del mondo. Ed è quello che hanno fatto Wood e collaboratori nell’esperimento che ha ispirato quella ricerca. Si sono chiesti: “è possibile che i giudizi su altre persone rivelino qualcosa sulle persone che emettono tali giudizi?”. E la risposta è SI! Visto che “parti da te stesso quando giudichi” è più che plausibile che tu metta (consciamente o meno) pezzi di te stesso in quella categorizzazione. Se vuoi conoscere qualcuno…chiedigli di giudicare qualcun altro! Eccoci quindi alla semplice domanda da porre “agli altri” per conoscerli meglio. Ma come avrete ben compreso il mio primo suggerimento non è: “vai in giro ad estrapolare le categorie degli altri”. Ma è stato: “conosci te stesso!”. Si perché nessuno è immune a questo fenomeno. Tutti, compresi me e voi (vi immagino qui davanti a me) funzioniamo nello stesso identico modo. Il vero pericolo è non rendersene conto e pensare di giudicare a partire da “pareri personali oggettivi” puntando il dito. “Tutto ciò che ci irrita negli altri può portarci a capire meglio noi stessi”. Con questa frase Carl Gustav Jung cercava di descrivere in breve il meccanismo della proiezione…e allo stesso tempo mostrarci che “nel nostro giudizio abbiamo tanto da imparare”. Ora non sto a menarvela con tutti i complicatissimi meccanismi trovati da Jung ma l’idea è proprio la stessa di questo post: se qualcosa vi da fastidio nel comportamento altrui è facile che questo stia risuonando con qualche vostra parte interna. So che è difficile ammetterlo ma spesso le cose stanno proprio così. Notate che ho detto “spesso” e non “sempre”. Perché se mi da fastidio che qualcuno ammazzi le persone non significa che “sotto sotto” anche io voglio diventare un serial killer… ci siamo intesi?! Quindi, durante l’esercizio di guardare o di dare giudizi evitiamo di interpretare! Durante l’osservazione di questi “giudizi” dovete stare attenti ad evitare di interpretare questi vostri/tuoi “commenti interiori”. Perché rischiate di fare un “meta-giudizio”, cioè un giudizio sul giudizio…limitiamoci a riconoscere quando lo stiamo facendo. Se ad esempio ci rendiamo conto che quel comportamento ci irrita perché “in un qualche modo ci tocca dentro” evitiamo di cercare di fare interpretazioni strane sul nostro passato, magari basandoci sulla “psicologia popolare”. Dobbiamo solo limitarci a riconoscere quella cosa e continuare per “la nostra strada” cercando di regolare l’emotività nei confronti di quella sensazione…ancora una volta c’è di mezzo la nostra cara ed ineliminabile “responsabilità”. Assumiamoci la responsabilità delle nostre emozioni. Ormai questa frase dovrebbe “uscirvi dalle orecchie”. Il principio è sempre lo stesso: se qualcuno fa scattare qualcosa dentro di noi, magari proprio perché tocca un nostro tasto caldo, siamo noi i responsabili di ciò che proviamo e non lui. Ricordate un classico proverbio arabo: “se mi offendi la prima volta è colpa tua, se mi offendi una seconda volta invece, è colpa mia”. Nel senso che non siamo stati capaci di renderci conto di avere “reagito automaticamente” alla tua offesa. Lo so…lo so…è complicato! Ma questa è la via regia verso una profonda evoluzione personale! Ora non voglio dilungarmi sulla responsabilità visto che c’è più di un post in questo Blog che ne parla… li potete quindi trovare qui nell’archivio del Blog. L’aspetto che mi preme in tutto ciò è fare in modo che sia chiaro questo passaggio: Se vuoi migliorare te stesso devi iniziare ad assumerti la responsabilità delle cose che ti accadono. Evitando però di fare interpretazioni arzigogolate delle tue reazioni, semplicemente prendendo per buona questa teoria. Cioè che all’interno di un gruppo o di una coppia, quando qualcosa ci ferisce emotivamente, siamo noi a provare quelle emozioni, anche se ci sono state generate da altri. Noi siamo sempre “implicati in quel processo”. Saperlo senza colpevolizzarsi ma assumendone la responsabilità, la capacità di rispondere con abilità agli eventi, è la strada verso una sana crescita personale. Perché invece la tendenza naturale è: Puntare il dito all’esterno quando le cose vanno male e verso di noi quando invece vanno bene! Questo meccanismo di attribuzione di “cause” (o colpe) all’esterno, quando le cose vanno male e verso noi stessi quando invece vanno bene non è del tutto sbagliato. Seligman l’ha inserito come una delle cause dell’ottimismo. Ma in realtà anche lui non dice esattamente “punta il dito fuori quando le cose vanno male” ma dice, “attribuire solo a se stessi tutta la colpa è uno dei modi migliori per deprimersi”. Nel momento in cui ci rendiamo conto che tutti siamo responsabili. E’ chiaro che anche la persona davanti a noi è responsabile per ciò che fa e dice. Il “pacco” è che se glielo diciamo si incazza coma una biscia. Quindi la domanda per conoscere gli altri è in realtà per conoscere noi stessi?! Assolutamente si! Anzi si potrebbe dire che meglio conosciamo noi stessi e più possiamo conoscere davvero gli altri. Ci sono migliaia di corsi per capire gli altri ma pochi per capire se stessi. Sembra assurdo ma è proprio così. Anche perché, come vi ripeto spesso, è molto più accattivante un corso che dica: “scopri i 5 segreti per conoscere chi ti sta accanto in 30 secondi” rispetto ad un corso che dica: “impara a conoscere te stesso prima di conoscere gli altri”. Ciò che più mi interessa, quando qualcuno frequenta il mio studio, un mio corso… non è che sia ipnotizzato e “creda” a ciò che dico senza pensarci. Ma è che dopo un po’ di tempo mi dica o scriva: “Wow i tuoi suggerimenti mi stanno aiutando a cambiare la vita” …e posso assicurarvi che ricevo email del genere spessissimo. Perché hanno seguito i miei “semplici suggerimenti”. Usate saggiamente questi suggerimenti! Concludendo non posso che sottolineare l’importanza di conoscere noi stessi attraverso gli altri e viceversa. Gli antichi già lo sapevano, i vari “specchi Esseni” o teorie simili dicevano qualcosa del genere. Oggi abbiamo tutte le prove empiriche di questo, non ci resta che “conoscere meglio noi stessi” anche giocando a “conoscere gli altri”…

Nei prossimi giorni sono in viaggio su e giù da qualche aeroplano… e fino a quando non raggiungerò la mia meta… non potrò pubblicare…  ci …leggiamo tra qualche giorno.

A presto…

“E’ sempre tempo di Coaching!”


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