Come gestire il successo e anche l’insuccesso…

“la linea tra il successo e l’insuccesso è così sottile 

che raramente sappiamo quando la oltrepassiamo,

così sottile che spesso siamo sulla linea

e non lo sappiamo”

(Ralph Waldo Emerson)

È come una partita a schacchi. Si può vincere o perdere, ma quel che conta è la partita…

Individui, squadre, partiti politici, imprese: a tutti capita di vincere o perdere. Si vince e si esulta o si perde e ci si dispera (o comunque si recrimina), ma le cose non sono mai semplici come appaiono: una vittoria può anche anticipare un’ulteriore e più drammatica sconfitta, e una sconfitta può essere il primo passo verso una vittoria futura, ancora più luminosa. Quindi converrebbe sempre, come diceva mia nonna, “stare schisci”.  Ma è più facile vincere o perdere?  Bisognerebbe chiederlo ai nostri politici… anche se la risposta sembra scontata… infatti ad ogni ennesimo voto, non perde mai nessuno… vincono tutti.  Di solito abbiamo tutti quanti un’ossessione per i vincenti. I mezzi d’informazione spesso parlano di successi e li rinforzano: chi vince è di norma più visibile di chi perde, e la visibilità è una conquista ulteriore perché conferisce, nell’immediato un rilievo maggiore e un effettivo “potere”. Non so se lo sapete, nella cultura giapponese tradizionale, invece, anche la sconfitta può essere nobile e affascinante, ed esiste una parola bellissima, “hoganbiiki”, che indica la “simpatia per il perdente”. Già la simpatia per il perdente, da qualsiasi parte siano andati il vostro cuore e nel caso il vostro voto… leggere questo testo, vi può tornare utile per queste o per le prossime vittorie e sconfitte, senza dover pensare che quando si scrive vittoria o sconfitta, o successo e insuccesso, ci si riferisce solo a Renzi, Grillo, o Berlusconi e relative Companies… Va anche ricordato che le migliori storie di successo spesso cominciano con un fallimento. Sbaglierò, ma a me sembra che nei concetti stessi di “vincente” e di “perdente” ci sia una componente sgradevole. E un pizzico di ignoranza delle cose del mondo. Perfino prendendo per buono il significato positivo dei due termini, non è per niente detto che chi vince una singola volta sia per definizione un vincente, e che chi perde sia in permanenza un perdente. Il modo e l’entità della vittoria o della sconfitta contano. Soprattutto conta, e moltissimo, quel che succede dopo. Per questo non sto scrivendo di vincenti e di perdenti ma di vittoria e di sconfitta, e dei problemi che con entrambe sono connessi. Cominciamo con la vittoria e il successo. Il primo punto è tanto semplice quanto contro intuitivo: vincere può anche essere terrorizzante o deprimente. Il secondo punto, invece, è ampiamente noto: nelle scienze, nelle arti, negli affari e perfino in politica, le migliori storie di successo spesso cominciano con un fallimento. Il terzo punto dovrebbe aiutare a “stare schisci” (ricordate …la mia nonna). Nella vittoria e nel successo, una componente di fortuna che molti tendono a sottovalutare per via del ragionare con il senno di poi, che fa ritenere che tutto quanto effettivamente capita fosse prevedibile e necessario, mentre non è così.  Tra l’altro, proprio le persone di maggior successo tendono a sottostimare la propria fortuna. Se solo se ne rendessero conto, sarebbero più generose e meno arroganti (e il loro successo sarebbe sicuramente più duraturo). O sarebbero comunque meno dubbiose e più grate (evitandosi i tormenti connessi con la sindrome dell’impostore).  Il successo  quindi rende miopi. E, siamo al quarto punto, soprattutto rende obsoleto il comportamento grazie al quale il successo medesimo è stato conseguito. Già si vince e poi? Si può vivere nell’eterno sogno del successo? Un successo e poi un altro successo e ancora un successo?…  Montale diceva: “solo vivere non basta”.  Ma, si può vivere solo sognando il successo?  O alla fine bisogna vivere la realtà? A riguardo ci aiuta Antoine de La Garanderie – filosofo e pedagogista – che scriveva qualche anno fa:  “Vivere in un sogno perenne, o nella realtà frammentata, non è vivere. La motivazione è sotto scacco. Manca il senso della vita.”  E continuava: “Con la motivazione la coscienza vive  un significato, un fine verso… e una responsabilità.”  Quindi, chi vince pur continuando a sognare, deve saper conservare del/nel suo successo il significato, il fine e la responsabilità.  Quindi, chi vince deve cambiare il proprio modo di essere e di fare, forse ancor più che chi perde. Occorre comprendere che vincere è solo l’inizio di una nuova storia, da raccontare in modi nuovi. Non è la lieta e permanente fine della storia… Ora, a proposito di sconfitta. Non raccontiamoci frottole: perdere è doloroso, favorisce l’aggressività, diminuisce l’autostima e la fiducia.  E, poiché non siamo in Giappone, chi perde è anche spesso oggetto di scherno più che di simpatia. Tuttavia come scrive “Failure Sucks, But Instructs” (interessantissimo Blog di commenti di libri di Business), in modo insolitamente colorito per la Harvard Business Review (una importante Business review): “…il fallimento è una schifezza, ma è istruttivo. Lo è a patto che non ci si ostini a ripetere gli stessi errori. Lo è (lo dicono diverse ricerche) a patto che siano costruttivamente discussi i motivi del fallimento, e che la discussione porti a costruire modelli mentali più efficaci…” (chissà se lo hanno detto a Renzi dopo che ha perso il Referendum Costituzionale il 4 dicembre dell’anno scorso). Il dato interessante è che i modelli mentali risultanti dall’elaborazione dell’esperienza dell’insuccesso risultano sempre più ricchi e fertili di quelli connessi con l’esperienza del successo. Dunque, a chi sperimenta una sconfitta, occorre soprattutto provare a capire che cosa è capitato e come le cose sarebbero potute andare diversamente serve sicuramente di più che incolparsi, o abbandonarsi a una recriminazione sterile. L’importante, da parte di coloro che hanno sempre giocato le loro carte vincendo… che quando dovessero perdere restino comunque capaci di riderci sopra…

“E’ sempre tempo di Coaching!”

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