Coronavirus: Italia un Paese irreale… ascoltiamo Bill Gates, non torneremo alla normalità prima di fine 2021…

Man mano che si avvicinava il 4 maggio, si alzava una grande euforia da fine quarantena. Nonostante l’informazione ufficiale e i social, veicolassero verso l’opinione pubblica che non si sarebbe trattato di un “liberi tutti”, che la pandemia era rallentata ma ancora lontana dall’esser sotto controllo… la gente, come chi? La gente, il popolo, i cittadini. Io, no io no… Tu, si tu si…  e anche Loro. Noi, voi, essi… praticamente tutti o quasi, coltivavamo le aspettative di un fine lockdown in cui tutti (o quasi) potessimo tornare a fare quel che volevamo, come se il virus fosse scomparso. Oggettivamente tutto ciò è scemato dopo la conferenza stampa di Conte dell’altra sera. Definita dai Media una conferenza surreale. Sicuramente un po’ lunga e farraginosa nella comunicazione di una situazione sicuramente ancora molta complessa sul piano sanitario che frena l’allentamento del lockdown. Ma francamente di surreale o meglio di ‘irreale’ io trovo ci sia il nostro Paese a partire dal gruppo dirigente politico, e non mi riferisco ai componenti del Governo e del suo Premier.  Chi? Tutti gli altri: i due “capobastone” l’uno di un partito di governo e l’altro del partito maggiore (sulla carta)  dell’opposizione. I due Mattei. Tutti presi da una fantasia complessiva che non tiene conto della realtà. Ai quali si aggiungono il gruppo dirigente Imprenditoriale e il loro Management. I vertici delle Associazioni di rappresentanza del lavoro autonomo e artigiano. Quello dei commercianti. Tutti quanti sembrano ignorare il fatto che senza una cura vera e soprattutto un vaccino, che non arriverà prima di un anno e mezzo, la nostra necessariamente sarà una vita diversa rispetto a prima del virus. Lo si è continuato a dire, durante questi due mesi in cui siamo stati bloccati in casa,  lo si è fatto con grande enfasi, segnalando la necessità di un totale cambiamento delle nostre vite personali e sociali (lo dicevamo assertivamente tutti quanti… si proprio tutti) ma prendiamo atto che in realtà non ci credeva nessuno. Dominati dalla spinta tutta emotiva e fuori di ogni ragione di un voluto equivoco: “finalmente si torna alla normalità” in cui per prima la politica e segnatamente i loro elettorati, interpretano se stessi e i loro ruoli di potere e sociali della nostra sempre più frantumata società italiana. Già negli ultimi giorni si era diffusa nel Paese una grande euforia da fine quarantena, giustificata dalla fatica di quasi due mesi di isolamento e dalla ‘feroce’ volontà di riscatto economico… “come se maggiore fosse diventata la paura di morir di fame che non di virus”. Diciamolo con chiarezza: qui da noi la politica e l’imprenditoria grande, media o piccola piccola continuano a pensare che il ‘flagello economico’ farà più male di quello sanitario. Domenica sera ci ha pensato la conferenza stampa di Giuseppe Conte a riportare tutti quanti con i piedi per terra: “ancora non si riparte, tranne le pizze da asporto”. Ora si può discettare sulla modestia espositiva di Conte, è ormai cosa nota, ma permettetemi a sua parziale discolpa (lo difendo? No! Sono mica matto! Si vabbè ma solo un pochino) c’è da dire che l’entusiasmo per la liberazione prossima ventura non era fondato sulla realtà dei fatti. Prendiamo Bill Gates, l’unico personaggio pubblico che in questi anni ha provato invano ad avvertire del rischio pandemico: nei giorni scorsi ha scritto e parlato a lungo con giornali e televisioni di qua e di là dell’Atlantico, ma di tutti i ragionamenti che ha fatto e di tutte le parole che ha detto in Italia è passata soltanto la notizia che finanzierà di tasca sua la ricerca sul vaccino, mettendoci anche una nota proto-sovranista per sottolineare che tra i “recipienti” da riempire ci sarà anche un progetto italiano. Evvai. Orgoglio tricolore. Bella Bill. Eppure leggendo che cosa ha scritto Bill Gates sull’Economist, sul Washington Post e sul suo sito, proprio nelle stesse ore, c’era poco da essere ottimisti: «Molti sperano che tra qualche settimana le cose torneranno a com’erano a dicembre. Purtroppo non sarà così». Gates crede comunque che l’umanità sconfiggerà il virus, «ma soltanto quando la maggioranza della popolazione sarà vaccinata. Fino ad allora – ha scritto senza giri di parole – la vita non tornerà alla  normalità». La speranza di Gates è che la produzione del vaccino inizi «entro la seconda metà del 2021». Avete letto bene, 2021 non è un refuso, non voleva scrivere 2020 ma proprio 2021. Ed è soltanto una speranza, perché ci sono stati virus il cui vaccino è stato prodotto dopo quattro anni e altri casi, come per l’Hiv, in cui i virologi a un certo punto hanno addirittura rinunciato. Gli esperti consultati dal New York Times per un articolo che negli stessi giorni ha fatto il giro del mondo hanno confermato che l’ipotesi di produrre un vaccino in diciotto mesi, quindi per la seconda metà del 2021, è ottimistica, tanto che lo stesso Gates ha scritto che se il vaccino dovesse davvero arrivare per quella data, tra un anno e mezzo, Usarebbe un record storico, il minor tempo mai impiegato dall’Umanità per raggiungere l’immunità dopo aver conosciuto una nuova malattia. Dunque: senza vaccino, cioè fino alla seconda metà del 2021, ma anche oltre perché dovrà essere prodotto, distribuito e somministrato, non ci sarà nessun ritorno alla vita, all’economia, ai rapporti sociali di prima, altro che «soglie sentinella» e «interlocuzioni da completare» qualsiasi cosa significhino le parole pronunciate da Conte in conferenza stampa. No, non sono un ammiratore indefesso del Gates pensiero… ma francamente penso di mio, che la situazione potrebbe oggettivamente essere molto più grave di quanto sembri alla maggioranza di noi “reclusi”. E una classe dirigente – degna di tal nome – quindi seria dovrebbe considerare lo scenario più realistico per immaginare la ripartenza anziché inseguire la fantasia di poter riaccendere l’interruttore a breve o impelagarsi in dibattiti se chi ha la casa sulla spiaggia può farsi il bagno o a quanti metri di distanza si può correre al parco o se si può raggiungere la suocera fuori provincia, ma a patto di consegnare una pizza margherita… Se non si dice chiaramente che senza il vaccino o un farmaco ad hoc, non ci sarà piena sicurezza nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli uffici, nei negozi, nei ristoranti, negli stadi e sui mezzi di trasporto pubblico così come li conosciamo … vuol dire che non si dice la verità. E siccome è ovvio che non possiamo stare chiusi in casa per quasi due anni il compito di chi guida il paese dovrebbe essere quello di programmare una straordinaria campagna di controlli a tappeto, di test frequenti e ripetuti e di tracciamento serio per consentire la liberazione di chi non è contagioso e, allo stesso tempo, per riscrivere le regole della convivenza civile e le nuove norme comportamentali, per ridisegnare i processi produttivi e per immaginare nuove modalità di aggregazione, più che spingere sulla retorica della ripartenza e sull’obbligo di misurare la temperatura che, come è evidente, non serve a nulla con gli asintomatici. Di questo virus sappiamo poco, quasi niente: non sappiamo se con il caldo dell’estate arretrerà, non sappiamo se in autunno tornerà con una seconda ondata più devastante della prima, non conosciamo il numero reale dei contagiati, non conosciamo la percentuale di mortalità degli infetti, non sappiamo se una volta guariti ci si possa riammalare, non sappiamo se esiste una forma di immunità né quanto duri, non sappiamo che cosa causi davvero la morte degli ammalati di Covid, ovvero se sia un problema respiratorio o cardiovascolare o una reazione eccessiva degli anticorpi umani. La conseguenza, appunto, è che non sappiamo quando si riuscirà a trovare un farmaco, non sappiamo quando arriverà il vaccino e nemmeno se arriverà. L’unica cosa che sappiamo è che siamo ancora lontanissimi dal ritorno alla vita precedente il virus e che nel pieno della più grande crisi della nostra epoca, una prova che farebbe tremare i polsi di chiunque, a Palazzo Chigi c’è chi non ha più certezze di noi; non ne hanno nemmeno gli scienziati chiamati a dar consigli e a invitare alla prudenza di fronte alla realtà dei fatti. Ma per amor di noi stessi e dei nostri congiunti (mai avuto dubbi sul termine: coloro cui voglio bene e mi vogliono bene affettivamente compreso qualche amico vero da una vita) che messi tutti insieme fanno il popolo in senso complessivo  e non secondo come e chi votano. Non prendiamo per buono le urla di “capobastone” dei partiti e/o dei Capi di Associazioni d’interesse corporativo, non sono interessati al bene comune, ma solo a quello “particulare” delle loro rappresentanze d’interesse e parziali sul piano sociale…

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