Coronavirus: ma con dei leader così, perché gli europei dovrebbero firmarci cambiali in bianco?

Non riusciamo a gestire senza scontri e polemiche neanche un sussidio da 400 milioni ai poveri (simile al reddito di cittadinanza, sarà destinato a tutti quei lavoratori in nero e precari che rischiano di restare senza il minimo introito a causa del Coronavirus). Così come l’anticipazione ai comuni (4,3 miliardi) dei soldi loro destinati per permettere ai comuni di far fronte immediatamente alle loro spese correnti, solleva inutili polemiche da parte delle opposizioni. Che fanno saltare un fragile clima di unità nazionale con il cannoneggiaménto di proposte divisive e propagandistiche come: l’ennesimo condono fiscale  o “pace fiscale” azzerando per un anno tutte le tasse, non bastasse vi aggiungono un maxi-condono edilizio  o  “pace edilizia”, foriera di ulteriori abusi di un già abusato patrimonio edilizio. E tutto ciò in spregio al più elementare buon senso, in un momento così grave per la salute sanitaria ed economica del “popolo sovrano”, inneggiando altresì  a figure politiche come Orban, che in un solo giorno approfittando dell’emergenza da coronavirus, ha cancellato in Ungheria ogni parvenza di democrazia istituzionale evocando a se i “pieni poteri”. Figuriamoci cosa succederà con la grande torta in arrivo degli aiuti per far ripartire il Paese. Le risorse sbloccate dal virus hanno fatto tornare (per la verità non era mai andata via) una cosa di cui non sentivamo certo la mancanza: la solita polemica politica. La fine del lockdown per la vita associata, per il lavoro, per l’economia è ancora lontana – si pensa da metà aprile, forse anche più tardi – ma il reopen della politica è già cominciato. A un mese dall’avvio dell’emergenza i nostri leader si sono stufati di lasciare i riflettori ai virologi e agli statistici, le decisioni ai comitati scientifici, la gestione delle emozioni nazionali a Papa Bergoglio e al Presidente della Repubblica. Sono stanchi anche di ostentare sentimenti di solidarietà bipartisan che non provano, sobrietà verbali che non appartengono al loro lessico quotidiano. Così si spiega l’accelerazione del Governo Conte sul “decreto poveri” con conseguente rivolta dei sindaci del centrodestra contro il medesimo, l’improvviso impennarsi della vis polemica nelle dichiarazioni di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche i battibecchi istituzionali tra Francesco Boccia e Attilio Fontana nonché Luca Zaia a proposito dell’efficienza delle Regioni e il ritorno del tam-tam sull’uscita dall’Europa. L’epicentro di questo sbracamento improvviso e collettivo sono i 400 milioni di euro destinati ai Comuni per sostenere chi non ha più soldi per fare la spesa, usato dal centrodestra come miccia della riapertura delle ostilità. È senz’altro un provvedimento che ha alto tasso d’incertezza sul fatto di essere distribuito con equità, col quale Palazzo Chigi spera di anticipare il possibile  “assalto ai forni”, che già questa settimana l’ha tanto preoccupato. Lo fa tagliando ogni preventiva discussione tra partiti e forze sociali, sempre inclini a identificare i “bisognosi” con quelli che li votano e/o sono loro associati, e non con le miserie vere di una parte degli italiani, indipendentemente dalle loro preferenze elettorali e adesioni associative di categoria merciologica. Offrendo ai sindaci che sono in prima linea rispetto a questa devastante emergenza, la possibilità (certo assieme alla responsabilità, ma a chi altro dovrebbe andare) di salvare un vero disperato esercito di lavoratori in nero, di pensionati poveri, di colf e/o di stagionali senza più reddito. Chi se non i comuni conoscono e/o più facilmente possono identificare le sacche di disagio e povertà sociali sui loro territori? Tutto poteva essere concordato, certamente sì, ma non lo è stato per via della mancanza di quella concordia sociale tra i principali attori della politica nostrana, la discussione non avrebbe permesso alcuna sintesi ed operatività. Ma da qui ad additare a questo ennesimo dpcm l’essere una  provocazione politica, mobilitando i municipi sulla base del colore politico dei sindaci e delle giunte per gridare alla truffa, ne corre veramente tanto. Tuttavia ancora una volta è successo! E forse è persino un bene: la zuffa sul provvedimento offre agli italiani un’anticipazione di quel che accadrà quando sul tavolo ci saranno i soldi veri, le scelte autentiche di politica economica, i provvedimenti di serie ‘A’ per far ripartire la macchina del Paese ed evitare che l’epidemia lo condanni a un decennio di recessione. Se tanto ci dà tanto, altro che ricostruzione: qui rischiamo di veder demolito pure il poco sopravvissuto al disastro degli anni passati. Il combinato disposto tra i sondaggi, che danno i maggiori partiti e i loro leader in ascesa o in discesa, sulla base delle loro capacità d’accaparraménto corporativo dell’enorme disponibilità di spesa in deficit che si è aperta, è un fattore ulteriormente dirompente del quadro politico italiano. Generali e colonnelli si sentono al riparo dal giudizio dell’opinione pubblica. Non esistono più vincoli di bilancio alcuno, il virus li ha cancellati. E la tentazione di procedere con una gestione arrogante e vanitosa della partita per questi personaggi assurti a leader più per caratteriale prepotenza che non per competenti conoscenze è sempre più irresistibile. Sul piatto ci sono non solo molti soldi ma anche i rapporti di forza nel Paese del dopo-crisi, che saranno consolidati o meno dall’enorme tornata elettorale d’autunno – frutto dei rinvii di tutte le regionali e amministrative di questa primavera – e costruiranno il ‘tesoretto’ con cui poter gestire il resto della legislatura. È questa la disordinata gara che si è aperta nello scorso week-end, in vista della possibile fine del blocco e del riavvio della politica economica nel prossimo mese. Non è certo un bello spettacolo, e purtroppo non lo vediamo solo noi. Lo vede pure l’Europa, alla quale stiamo chiedendo di rivoluzionare ogni preesistente abitudine, regola, equilibrio, per socializzare le conseguenze dell’emergenza coronavirus in nome della assoluta eccezionalità della situazione, adirandoci per le sue resistenze e obiezioni, senza considerare che gran parte di quella diffidenza è legata allo spettacolo di inaffidabilità e divisione del passato governo giallo-verde e che riusciamo a dare pure adesso, nonostante i morti che contiamo a centinaia ogni giorno. Chiediamocelo: Firmeremmo noi una cambiale in bianco per miliardi di Euro a un Paese che non riuscisse a gestire senza scontri neanche un sussidio da 400 milioni ai poveri? Questa è la domanda da rivolgere alla nostra politica. Tramontata la speranza di una gestione unitaria e responsabile della crisi, ci risparmino almeno lo spettacolo di una caotica lock-exit usata come trampolino ancora una volta delle loro ambizioni elettorali…

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