Disagio esistenziale: quando l’identità diventa una maschera o resta un interrogativo… Cosa voglio? Chi sono?

Gli uomini e le donne di questo nuovo millennio accusano spesso disagi e sofferenze che, per quanto dolorosi (e tali sono veramente), non raggiungono la soglia delle patologie su cui è solito intervenire il medico psichiatra o lo psicoanalista. Sono disagi esistenziali che nascono dai perché della vita, dalle insicurezze, dalle delusioni e dalle insoddisfazioni che si generano nel confronto con una società sempre più complessa, fluida e incerta. E qui che la Psicoterapia comportamentale o il Coaching possono offrire il loro aiuto nella forma di consulenza esistenziale, che non fa cioè terapia secondo l’accezione tradizionale, non cura il suo interlocutore… ma si cura di lui, aprendosi a un dialogo in cui va incontro alla persona per accompagnarla nella riflessione, per ravvivare il suo modo di pensare, senza imporgli il proprio. A chi si rivolge, dunque, la psicoterapia del benessere o il Coaching in questa sua rinnovata veste, o meglio, chi si rivolge a uno psicologo o a un Coach capaci di reinterpretare in senso più attuale il proprio mandato sociale? In un’epoca ipertecnologica come la nostra sembra esserci un’esigenza sociale di intervento sulle problematiche esistenziali, sui mali dell’anima di uomini e donne della postmodernità. Proprio in quest’epoca l’individuo contemporaneo, che viene considerato come “uno tra i tanti” e che si deve rispecchiare nei modelli di comportamento e di pensiero standardizzati e preconfezionati che la società attuale gli impone, perde sempre più la sua unicità e la sua singolarità. Paradossalmente, tale condizione risveglia in lui le domande sulla propria esistenza, sul modo di concepire e condurre la propria vita, sulla morte, la malattia e così via. Il bisogno di consulenza esistenziale sembra, cioè, essere legato ai momenti della storia in cui l’esistenza individuale comincia a perdere il senso, a diventare banale e poco personale, insomma: un’esistenza che diventa sempre più schematica, pre-formata e pre-pensata da altri… Cos’è la libertà di essere se stessi? Come si raggiunge e come si compromette? E’ la capacità di vivere in modo autentico e creativo, di stabilire relazioni interpersonali e sociali significative e soddisfacenti e di raggiungere una reale e totale indipendenza, sinonimo di maturità adulta. Ciò non è mai di per sé, un fatto scontato, bensì il risultato di un processo di crescita e maturazione, che inizia nella nostra primissima infanzia, quando vengono poste le basi per la formazione del Sé, ovvero della nostra personalità… Come sappiamo, lo sviluppo dell’identità prende le mosse dai primi stadi dello sviluppo infantile, quando il bambino trova nel suo ambiente una accettazione ed un rispecchiamento dei suoi bisogni, dei suoi desideri ed in sostanza del suo modo di essere.  Se questo non avviene, o qualcosa si inceppa in questa delicata alchimia, può accadere che il bambino cresca assecondando non i suoi, ma i bisogni ed i desideri degli altri (perché magari si accorge che solo così facendo viene apprezzato, riconosciuto e gratificato). Il bambino ed il futuro adulto prende quindi inconsapevolmente la decisione di accondiscendere alle richieste altrui, fondando così su ciò il proprio senso di identità. Se questo è l’unico modo sperimentato dal bambino per assicurarsi la vicinanza e l’affetto delle figure di riferimento (i genitori – i nonni) è perché queste ultime si trovano loro stessi in qualche difficoltà psicologica o culturale, valoriale o semplicemente materiale e non riescono, loro malgrado, a fornire contenimento e convalida ai loro come ai suoi (del bambino) stati emotivi. Diventati adulti, questi ex bambini che non si sono sperimentati nella scoperta e nella sperimentazione di sé stessi, ma nella ricerca di assomigliare ad un ideale imposto o autoimposto, finiscono letteralmente per non sapere più chi sono, incapaci di contattare i loro desideri e bisogni autentici; diventando così schiavi del giudizio sociale e dell’approvazione altrui e incapaci di accedere ad un’autentica dimensione di desiderio e di intimità relazionale. La tendenza inconsapevole è quella di costruirsi quindi una maschera, a cui si finisce per assomigliare. Queste persone possono apparire esteriormente ben adattati alla realtà e addirittura possono eccellere in uno o più ambiti. L’accondiscendenza e la spiccata sensibilità al giudizio e ai desideri altrui esprimono tratti di personalità che si ritrovano in tutti, anche nelle personalità che funzionano ad alto livello, ma rappresentano un problema patologico quando sono l’unico e rigido criterio su cui si fonda il senso di identità… Nello sviluppo del sé si è verificato quindi un blocco: ad un occhio attento tale blocco potrebbe parlare attraverso piccoli segnali corporei di rigidità o di malessere, oppure potrebbe non sviluppare sintomi franchi, se non la drammatica sensazione, per questi individui ad un certo punto della propria vita di sentirsi in una gabbia …che li opprime e li comprime nelle loro emozioni, provocandogli un acuto disagio esistenziale… In questo orizzonte, la consulenza esistenziale, assumendo proprio come assunto che è il significato di una intera situazione vissuta che orienta il comportamento di uomini e donne, propone un metodo, tanto nuovo quanto antico, di aiutare le persone a riflettere sulla propria vita e a chiarificarne gli aspetti problematici, senza però dare risposte o soluzioni già pronte, come se si trattasse di prescrivere alla gente pillole di saggezza risolutive a seconda dei bisogni.   Ai giorni d’oggi… nella nostra società, questi stato di disagio emozionale, ha assunto una particolarmente diffusione tra i giovani.  Tant’è che ormai si parla sempre più  di un disagio esistenziale delle nuove generazioni. Disagio, sicuramente acuito dalle crescenti difficoltà sociali, dovute agli effetti della lunga crisi economica che da circa un decennio ha colpito le nostre società e più complessivamente l’intero Globo. Con il conseguente venir meno di alcune sicurezze sociali conquistate dalle generazioni passate (nonni e padri) nel secolo scorso (il lavoro fisso e il Welfare State). Tutto ciò contribuisce a diffondere una “sofferenza esistenziale” nelle persone che non aiuta lo sviluppo e il completamento dell’identità personale. Ad esempio: la mancanza di un lavoro sicuro e continuativo, che costringe i giovani a vivere più a lungo coi genitori, non avendo sufficiente   reddito per costruirsi una loro famiglia (può creare un rallentamento nella crescita e nello sviluppo della identità adulta, tant’è che si parla di un prolungamento dell’età adolescenziale che va oltre i 30 anni). Generando comportamenti conflittuali tra generazioni che disturbano proprio gli ambiti affettivi e relazionali tra queste.  Le relazioni interpersonali, diventano sempre più “virtuali” per via del diffondersi delle tecnologie informatiche e comunicative (computer e telefonia mobile il mondo dei social, i video giochi) e a loro volta contribuiscono ad accentuare i disturbi emozionali tra i giovani (rabbia e violenze attraverso immagini, il bullismo nelle sue varie forme, nonché le varie forme di dipendenza).  Richiedono l’intervento di relazioni terapeutiche dall’analisi psicologica in caso gravi di disturbi di personalità e d’identità. Mentre in casi dove lo spectro dei disturbi copre i sintomi dell’ansia, della stima di se, del non saper decidere, delle insicurezze del vivere… oltre all’intervento di sostegno psicologico comportamentale… e soprattutto sempre più il Coaching e in particolare il “Life Coaching” l’efficace strumento per aiutare a completare un processo di crescita e maturazione degli individui e dei loro ambiti relazionali… La consulenza esistenziale attraverso il Coaching ha come scopo – se di scopi è lecito parlare – quello di instaurare un libero dialogo in cui essa viene incontro all’individuo per accompagnarlo nella sua riflessione.  Essa deve ravvivare il modo di pensare di colui che cerca una consulenza sulla vita.  In altre parole, l’esperienza, comune a tutti noi, di non riuscire a vedere un problema che sotto una sola prospettiva, cosa che di norma ci fa credere di essere senza via di uscita e di non “riuscire proprio a risolverlo”, è il caso tipico per la consulenza esistenziale che attraverso la riflessione – un secondo pensare – aiuta la persona a districare e ad aprire il pensiero, a vedere nuove prospettive, a cogliere, insomma, altri aspetti del problema e la sua possibile soluzione. La consulenza esistenziale svolta attraverso un percorso di Coaching non può che essere, a prescindere dal modello di riferimento (Mental, Life, Business o Power o integrati tra loro), che un work in progress, dove il metodo è creato nel dialogo, tra Coach e Coachee, che è appunto, libero.  La dichiarata assenza di esplicitazione di un modello preciso, è da intendersi come garante della singolarità e della specificità dell’individuo che viene mantenuta e rispettata: la persona non viene trattata come un oggetto (anzi non viene proprio trattata, nel senso clinico del termine), non le vengono, cioè applicate teorie già pronte. La consulenza esistenziale, mantenendo comunque le specificità di un orientamento teorico derivante dalla psicologia, non lavora con i metodi, ma sui metodi, per cui è la riflessione nel dialogo con il Coach o nel caso con lo psicoterapeuta comportamentale che crea di volta in volta, a seconda del caso che si presenta, il suo modo di procedere…

E’ sempre tempo di Coaching!”

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