Governo: Draghi c’è… e la sinistra?

È inutile negare che dopo il passaggio dal governo Conte II a quello Draghi l’intero sistema partitico italiano sembra spiazzato, oltre che talora quasi afono di fronte alle sfide che complessivamente si pongono al Paese. Soprattutto il centrosinistra deve ancora trovare una convincente chiave di interpretazione dei fondamentali che attendono il Paese dopo la pandemia… mentre se per la destra la mancanza di un orizzonte strategico e la stessa divisione rispetto al sostegno al nuovo esecutivo, pur sollevando dubbi profondi sulla futura capacità di governare, non sembra al momento mettere in discussione un’abbrivo elettorale che (nei sondaggi) continua a premiarla… Invece, proprio in questa fase è assolutamente indispensabile per riaprire la partita politica nel Paese… che il centrosinistra (se c’è ancora) batta un colpo. Stavolta non basterà certo assemblare “campi larghi”, che pure sono in una qualche misura obbligati se rimarrà in vigore un sistema elettorale con una componente maggioritaria. Senza un filo che colleghi il sostegno attuale al governo Draghi alla proposta per il futuro per il Paese, il centrosinistra rischia di pagare un prezzo molto alto a questa esperienza. Il punto da cui partire è quale sia la missione fondamentale da assegnare al governo Draghi dopo il superamento della fase più acuta della pandemia e l’approvazione formale del PNRR italiano. Per rispondere a questa domanda occorre che chi ha difeso con convinzione l’operato del governo Conte II in una delle fasi più drammatiche della nostra storia repubblicana, considerando irresponsabile l’apertura di una crisi di governo in piena pandemia, sappia ora riconoscere l’opportunità che la scelta del Presidente Mattarella di investire della guida del governo la personalità italiana più autorevole e riconosciuta sul piano internazionale rappresenta adesso per il Paese rispetto alla congiuntura europea e geopolitica che esso è chiamato ad affrontare. Diciamocelo con franchezza: non avrebbe avuto molto senso chiamare a Palazzo Chigi una figura come quella di Mario Draghi solo per completare la campagna vaccinale o per condurre a termine l’approvazione del PNRR. Checché ne dica un coro mediatico talora imbarazzante nel suo conformismo (e che rischia di diventare un problema per lo stesso governo), questi compiti potevano essere svolti anche da governi ‘ordinari’, come peraltro sta avvenendo con risultati simili in tutti gli altri Paesi europei. Il valore aggiunto della leadership di Draghi va invece individuato nella funzione che essa può svolgere rispetto alle vere due partite decisive che attendono l’Italia: la ridiscussione delle regole economiche dell’eurozona dopo le elezioni tedesche e la ridefinizione del nostro interesse nazionale nel rinnovato campo euro-atlantico che l’amministrazione Biden sta provando a ricostruire. Sono queste le due questioni cruciali da cui dipende il futuro dell’Italia, anche se al momento la discussione tra i partiti sembra vertere su tutt’altro. Il primo punto, sarebbe un errore esiziale considerare già acquisite le decisioni europee da cui dipende la tenuta finanziaria dell’Italia (e dello stesso progetto dell’unione monetaria) nei prossimi anni: revisione profonda del Patto di Stabilità, conferma di un ruolo più incisivo della BCE anche dopo la fine del programma straordinario di intervento legato alla pandemia (PEPP), trasformazione del Recovery Plan in strumento permanente, completamento dell’unione bancaria con regole sostenibili. I partiti italiani non sembrano particolarmente preoccupati al riguardo, eppure basterebbe leggere non solo le dichiarazioni dei soliti “falchi” dei Paesi del Nord o di autorevoli esponenti della CDU, ma lo stesso programma presentato sui temi europei dal candidato alla cancelleria della SPD Olaf Scholz (che esclude riforme sostanziali del Patto di Stabilità), per farsi un’idea della difficoltà del passaggio che attende il nostro Paese. In questo quadro, è difficile negare che Draghi rappresenti per l’Italia la figura più adeguata per affrontare un negoziato vitale, che non sarà né semplice né breve e che certo non terminerà a gennaio del prossimo anno, data in cui qualcuno ipotizza la conclusione della sua esperienza al governo. E per quanto il ruolo della Presidenza della Repubblica sia diventato molto più rilevante sul piano europeo e internazionale, quel negoziato si affronta da Palazzo Chigi, non dal Quirinale. Più sottile ma non meno rilevante è la partita che l’Italia si troverà a giocare nel nuovo campo euro-atlantico, che, come l’ultimo G7 ha iniziato a mostrare, a dispetto di talune semplificazioni, non sarà certo un monolite privo di tensioni e di mediazioni tra interessi differenti, ma un campo articolato, in cui un Paese cerniera come l’Italia può tornare a giocare un ruolo che non ha più avuto dopo la conclusione della precedente ‘guerra fredda’. Su entrambe le partite Draghi ha già dato prova di muoversi con una certa determinazione. A livello europeo, basti l’esempio della fermezza con cui sull’unione bancaria ha dichiarato che è meglio nessun accordo che un accordo negativo per l’Italia, bloccando ipotesi regolative sui titoli di Stato detenuti dalle banche, di cui si discute da tempo e che sarebbero molto penalizzanti per il nostro sistema creditizio. A livello internazionale, inizia a delinearsi una strategia in cui l’Italia fa sponda con gli Stati Uniti per il consolidamento di una politica economica espansiva a livello globale e nell’eurozona, oltre che per il recupero di un ruolo in scenari cruciali come quello libico, mentre dà sostanzialmente una mano alla Germania nel temperare l’escalation del confronto con la Cina e con la Russia, pur nel quadro di una rinnovata lealtà atlantica, provando in questo modo a tornare a tutelare più efficacemente il nostro specifico interesse nazionale. Se tali sono la cornice e la portata delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare, il centrosinistra può davvero pensare o auspicare che la premiership di Draghi sia una parentesi che si chiude con l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica? Allo stesso tempo, non si può certo trasformare la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi in un lungo periodo di silenzio o impotenza della politica democratica, perché questo aprirebbe inevitabilmente il campo a guai peggiori. Per affrontare questo problema, credo che il centrosinistra debba rapidamente uscire dallo sbandamento successivo alla caduta del governo Conte e compiere tre mosse fondamentali: Qualificare esplicitamente il sostegno a Draghi non solo come una necessità legata alla fuoriuscita dalla fase più acuta dell’emergenza pandemica, ma come la scelta più adeguata per difendere interessi nazionali strategici, sia sul piano economico che geopolitico, in un tornante cruciale di ridefinizione degli equilibri europei e internazionali. Naturalmente ciò richiede un centrosinistra che sappia individuare gli obiettivi fondamentali di un “europeismo del cambiamento”, andando oltre un europeismo puramente retorico e fideistico, con la consapevolezza che la presenza di Draghi fa venir meno la rendita di posizione precedente derivante dalla mera contrapposizione alla destra anti-europea. Proporre alle altre forze di maggioranza una riforma elettorale sul modello tedesco, di impianto proporzionale e con una robusta soglia di sbarramento attorno al 4-5%. Questa mossa ha una valenza sia sistemica sia politica. Il proporzionale con sbarramento consentirebbe alle culture politiche del Paese di riaggregarsi in modo più sensato e produttivo di quanto faccia un maggioritario ibrido, che tiene in vita artificialmente schieramenti profondamente divisi al proprio interno (perfino sul sostegno all’attuale governo), moltiplicando peraltro la moltiplicazione di partitini che lucrano sulla loro utilità marginale. Sul piano politico, per le forze che attualmente sostengono Draghi il sì al proporzionale sarebbe anche il modo più razionale per non escludere del tutto la possibilità di una permanenza di Draghi a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni, con una nuova maggioranza che tenga naturalmente conto dei rapporti di forza decisi dagli elettori, se le condizioni politiche europee e internazionali lo renderanno necessario nell’interesse del Paese. Far vivere le imminenti Agorà del PD, a cui anche forze come Articolo 1 hanno già aderito, come un appuntamento impegnativo e non rituale. Proprio la scelta di qualificare il sostegno a Draghi e di rilanciare il proporzionale richiede di mettere in campo un nuovo Pd, più forte e più largo, dotato di un’identità più riconoscibile e di una base sociale più ampia, in grado di diventare stabilmente il primo partito italiano e l’asse fondante di una nuova maggioranza dopo le elezioni. Un nuovo soggetto capace di elaborare un programma fondamentale che si lasci definitivamente alle spalle la sinistra neoliberale della “terza via” e si sintonizzi con la radicale discontinuità della nuova agenda Biden: piano per il lavoro, nuova presenza pubblica nell’economia, spinta all’aumento dei salari, forte rilancio degli investimenti e del welfare pubblico, politica fiscale e monetaria espansiva, priorità dell’obiettivo della piena occupazione rispetto a quello del contenimento dell’inflazione, transizione ecologica socialmente sostenibile. Una forza politica con queste caratteristiche è in grado di sostenere e orientare l’azione di governo, senza limitarsi a interrogarsi quotidianamente sul tasso di keynesismo o liberismo del “nuovo Draghi” politico. Avendo messo in chiaro le ragioni strategiche e di interesse nazionale del proprio sostegno al governo, è cioè nelle condizioni di far valere con maggiore determinazione il proprio punto di vista sui temi economico-sociali decisivi, senza affidare la propria identità solo a questioni magari rilevanti ma laterali rispetto alla concreta agenda di governo. Come dice il Segretario Enrico Letta: “Voglio un Pd moderno e di sinistra. Il mondo è cambiato”. Il bilancio dei suoi primi 100 giorni dal ritorno alla politica in un dibattito con un gruppo di intellettuali: “Servono idee forti per parlare ai giovani”. A 100 giorni dall’insediamento al vertice del Pd, paragonati con un sorriso a quelli di Napoleone — «dall’esilio all’Elba alla restaurazione dei Borbone», augurandosi però un epilogo diverso. Enrico Letta riunisce al Nazareno un gruppo di intellettuali per cercare idee e spunti sui quali rifondare «il partito dell’intelligenza collettiva» che lui vorrebbe destinato a cambiare il Paese, non solo a vincere le prossime elezioni. Con la regia di Gianni Cuperlo, il segretario dem discute del suo ultimo libro insieme — tra gli altri — a Marino Sinibaldi e Lucia Annunziata, Ferruccio De Bortoli e Peppe Laterza, Nadia Urbinati e Maurizio Ferrera. Il pretesto per raccontare la sua personale trasformazione, da vecchio moroteo a progressista radicale; illustrare il prepotente ritorno del bipolarismo che impone una scelta di campo; archiviare la terza via che «non si è rivelata un progetto vincente». Si tratta in fondo di recuperare la lezione delle grandi forze popolari della “Prima Repubblica”: se si ha chiaro il senso della propria identità e della propria missione storica, non si ha paura di affrontare fasi straordinarie che richiedono scelte oltre gli schemi consueti. Per far questo, il nuovo soggetto che uscirà dalle Agorà del Pd deve anche smettere di interpretare le alleanze (cercate o respinte) come un sostituto della propria identità. Il rapporto con l’area del M5S, quale che sia l’esito dello scontro tra Grillo e Conte, resterà una necessità di fatto, sia a livello nazionale che locale. Chi lo nega, o auspica l’implosione pura e semplice di quest’area, lavora consapevolmente o meno per l’avanzata della destra. Quella che invece è sbagliata è l’idea che con l’alleanza il Pd deleghi stabilmente al M5S, o a ciò che deriverà dalla sua crisi, la rappresentanza di una parte di società che esso rinuncia definitivamente a raggiungere, chiudendosi nella rappresentanza del 20% della sua attuale constituency, fatta prevalentemente di lavoratori dipendenti, pensionati e ceti riflessivi “medio-alti” concentrati nelle aree urbane. La vocazione maggioritaria del nuovo Pd non può certo significare isolamento o autosufficienza, ma l’obiettivo di tornare a rappresentare una parte di quei ceti popolari, di lavoro precario e autonomo, di piccola impresa, che hanno contribuito al boom elettorale del M5S nel 2018. Insomma, se vogliamo evitare di consegnare nel giro di qualche mese l’Italia a una destra palesemente inadeguata all’altezza delle sfide europee e internazionali che il Paese dovrà affrontare nei prossimi anni, è il tempo di scelte politiche creative e coraggiose, in grado di interpretare i tempi radicalmente nuovi che stiamo vivendo.

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