Life: ISPI – Covid 19, i sei mesi che hanno cambiato il Mondo…

di Matteo Villa* 

Anche se pare in leggera flessione, si registrano oltre 25 milioni di casi di Covid in tutto il mondo. Un’epidemia che si è fatta economica, e che in diversi paesi alimenta i populismi. Mentre si lavora a più vaccini, ci si interroga sulla possibilità di convivere col virus. Sono passati quasi sei mesi da quando, l’11 marzo scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia di Covid-19 una pandemia globale. Da quando abbiamo cominciato a contarli, i casi di coronavirus nel mondo hanno superato quota 25 milioni (di cui quasi 18 milioni di guariti e oltre sei milioni di attualmente positivi) e causato oltre 855mila morti. Nonostante i dati allarmanti in alcuni paesi anche dell’Unione europea, secondo l’Oms però la pandemia di coronavirus starebbe finalmente cominciando a dare segni di rallentamento, in particolare nel continente americano. Nelle ultime tre settimane si sarebbero infatti registrati meno contagi in tutto il mondo, tranne che nel Sudest asiatico e nel Mediterraneo orientale. Soprattutto, secondo l’Oms, stanno significativamente calando i casi confermati negli Stati Uniti, al primo posto nel mondo per numero di contagi (quasi sei milioni) dall’inizio dell’epidemia. Stesso discorso per l’Africa, che ha avuto un calo dell’8,4% di casi e per l’Europa, con un calo minimo dello 0,9%. Ma mentre i paesi che hanno progressivamente allentato le misure restrittive si interrogano su come riprendere una ‘nuova normalità’ in attesa del vaccino (la riapertura delle scuole è al momento uno dei temi più dibattuti, e non solo in Italia), il timore di una recrudescenza dell’epidemia è un pensiero costante, che frena la ripresa economica e accresce gli interrogativi per il domani.

Economia: danno collaterale?

L’effetto più immediato della pandemia, oltre a quello sul sistema sanitario, si è avuto sull’economia mondiale: bisogna tornare alla Grande depressione o gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale per trovare un crollo paragonabile. Se gli Stati Uniti hanno registrato la peggiore contrazione economica di sempre, e sono ufficialmente entrati in recessione nel secondo semestre, anche Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna hanno fatto registrare un crollo del Pil. E nell’Eurozona secondo le stime della Commissione europea per fine anno, la media è pari al -8,3% su base annua. Dati positivi arrivano invece dalla Cina: nel secondo trimestre, l’economia di Pechino è cresciuta del 3,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A causa del Covid, però, il Pil cinese aveva registrato una decrescita del 6,8% nel primo trimestre: un crollo dal quale il gigante asiatico sta provando a riprendersi.

Poveri e indifesi?

Con oltre 78mila contagiati è ancora l’India il paese che nelle ultime 24 ore ha fatto registrare il maggior incremento giornaliero di contagi. Seguono Usa e Brasile mentre in Sudamerica aumentano i contagi anche in Perù, Colombia e Argentina. In Europa, il primo paese è sempre la Francia. Ma se si analizzano i dati in proporzione alla popolazione, il quadro cambia: con oltre 800 contagi per milione di abitanti, sono Perù e Belgio a guidare la classifica, seguiti a distanza da Spagna (622), Regno Unito (611) e Cile (590). L’Italia è sesta in questa top 10, prima di Stati Uniti, Brasile e Messico.

 

Se è difficile tracciare un quadro globale, perché ogni paese vive una situazione diversa e in continuo mutamento, i dati in nostro possesso indicano che oggi sono soprattutto i paesi del sud del mondo ad essere messi peggio degli altri. In sostanza i rimedi e sistemi di prevenzione messi in campo nelle nazioni ricche, difficilmente sono realizzabili in quelle povere, dove i tamponi scarseggiano, i sistemi sanitari sono più fragili, l’economia informale è diffusa, la densità abitativa è alta e manca una rete di assistenza per le fasce più deboli della popolazione.

Populismo killer?

Eppure, per tenere sotto controllo il Covid non basta solo avere risorse economiche importanti e un solido sistema sanitario: lo dimostra l’esperienza degli Stati Uniti, tra i paesi meglio ‘equipaggiati’, una superpotenza economica, ma che oggi è in cima alla lista dei paesi più colpiti. Il ritardo nella risposta e la cattiva gestione dell’emergenza da parte dell’amministrazione Trump ha avuto effetti devastanti sulla diffusione del virus tra la popolazione, mettendo in ginocchio il sistema sanitario dell’economia più forte del mondo. Il negazionismo dei leader populisti in altri paesi del mondo, India e Brasile in primis, ha avuto effetti simili.

Un aiuto dalla tecnologia?

Per domare la diffusione del Sars Cov-19, un aiuto concreto arriva invece dalla tecnologia. A indicare la strada erano stati per primi, paesi come la Corea del sud e Taiwan, pionieri del sistema delle ‘tre T’, cioè tracciamento, trattamento e test, che significa in termini di prevenzione: rintracciare e isolare precocemente tutti i nuovi positivi e gli asintomatici. Oggi, il tracciamento dei contatti ha assunto un’importanza tale nel contrasto al virus da mobilitare persino i colossi del big tech: una nuova funzione ai sistemi operativi dei loro smartphone consentirà alle autorità sanitarie di effettuare il tracciamento dei contatti per contenere la diffusione senza la necessità di un’applicazione dedicata. Una novità che non interesserà i paesi come l’Italia, dove sono già disponibili applicazioni per il tracciamento dei contatti, come Immuni. L’importanza del tracciamento risiede nel fatto che identificare prima i casi di contagio aumenta le probabilità di un decorso positivo (e quindi non mortale) della malattia. La minore letalità dei casi osservata nelle ultime settimane sarebbe da attribuire a questo, e all’abbassamento dell’età media dei contagiati, e non ad una minore ‘aggressività’ del virus che, al momento, non è comprovata su basi scientifiche.

Come andrà l’autunno?

A rispondere a questa domanda ci ha provato la rivista scientifica Nature. Secondo gli esperti, “il Covid-19 è qui per restare e il futuro dipende da molte incognite, incluso se le persone sviluppano un’immunità duratura al virus, se la stagionalità influisce sulla sua diffusione e – forse la cosa più importante – le scelte fatte da governi e individui”. Per questo, tra gli scenari per il prossimo futuro c’è anche quello dei lockdown intermittenti e mirati, che potrebbero diventare la nuova normalità in vista di una convivenza col virus lunga mesi o perfino anni. Un altro scenario possibile prevede l’arrivo di un vaccino: nella lista dell’Oms quelli attualmente in sperimentazione sull’uomo sono 26. Secondo Joseph Wu, esperto di modelli dell’Università di Hong Kong, anche un vaccino parzialmente protettivo potrebbe aiutare ad alleviare i sintomi, riducendo i ricoveri in ospedale e favorendo quella che, in fin dei conti, potrebbe essere l’unica via d’uscita dalla ‘modalità pandemia’: il raggiungimento di un’immunità di gregge a livello globale.  “A guardare i numeri sembrerebbe quasi che questa seconda ondata epidemica nel mondo sia più moderata della prima. Molti nuovi casi, pochi morti. Purtroppo non è così: la realtà è che molti paesi sono diventati più bravi a intercettare i casi quando si presentano, e dunque adesso trovano un gran numero di persone asintomatiche, che prima sfuggivano al tampone. La letalità sembra restare elevata. Un dato positivo però c’è: questa ondata sembra molto più lenta e graduale della prima. Indice del fatto che, se si continuano a rispettare le regole, l’epidemia può essere controllata e contenuta”.

*(ISPI Research Fellow)

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