Italia: perché è tanto difficile cambiare l’Italia?

Un commento a un post precedente pubblicato su questo Blog, poneva una domandina semplice semplice: perché è tanto difficile cambiare l’Italia? Una risposta altrettanto semplice è però impossibile. Tant’è che eventi recentissimi quali la vicenda ex Ilva e di  queste ore: l’acqua alta a Venezia e l’opera ideata più di tret’anni fa per impedirla, ovvero le barriere del Mose, mai completata e quindi non utilizzabile (e forse già obsoleta) lo dimostrano, il cambiamento è difficile e continua lo stato d’emergenza in tanti (se non tutti) gli ambiti della vita pubblica e di riflesso sulle condizioni di vita di gran parte dei cittadini. E comunque ogni ipotesi che spieghi il perchè di ciò risulta comunque parziale. Anche perché l’Italia, in effetti, cambia. Anche se a cambiarla sono raramente i politici che costruiscono, mentre ci riescono i politici che distruggono. E poi i cambiamenti sono sempre molto lenti e alquanto parziali: la storia è fatta di un po’ di cose che cambiano in fretta in un oceano di cose che cambiano lentamente… Proviamo dunque a riformulare insieme la domanda. Perché i nostri politici non riescono a cambiare l’Italia in modo costruttivo per aiutare il paese a vivere con una prospettiva di “progresso” invece che lasciarlo andare al dissesto? Ecco alcune ipotesi: 1. Le rendite di posizione organizzate per categorie sono molto importanti per poche persone che tendono a difenderle con ogni mezzo mentre le politiche volte a eliminarle offrono un vantaggio generale ma percepito piccolo e ipotetico dalla maggioranza. Se le rendite sono diffuse, piccole o grandi, tendono ad allacciarsi tra loro sul piano culturale: per riuscire a difendersi, ogni corporazione è di fatto alleata con ogni altra corporazione e tende a combattere l’innovazione. Se la maggioranza ha una piccola o grande rendita da difendere, di fronte all’innovazione che attenta alle rendite la maggioranza finisce per essere o indifferente o contraria. 2. Analogamente accade per le illegalità e gli altri attentati al sistema istituzionale. Se l’evasione fiscale, l’abusivismo edilizio, la domanda di lavoro nero e altro sono pensate come un insieme di piccoli vantaggi – come le rendite – tra loro allacciati, la maggioranza finisce con l’essere o indifferente o contraria a una politica che li combatta. 3. La grande importanza simbolica delle possibili decisioni dei politici è meno reale che apparente. Per i limiti dei bilanci che gestiscono, per il muro di gomma delle burocrazie, per la distribuzione labirintica delle responsabilità. Anche per questo, i politici riescono di più quando promettono di proteggere l’esistente che quando promettono di cambiarlo. Gli innovatori – almeno a parole – tendono ad essere più evidenti, ma i conservatori sono spesso più efficaci, perché hanno la possibilità di allearsi con i citati motivi di immobilismo per frenare gli innovatori. 4. Gli innovatori nella burocrazia sono quasi sempre isolati, mentre i conservatori o formalisti nella burocrazia sono spesso di fatto alleati. Per innovare la burocrazia occorre molta energia. Per conservare la situazione esistente ne occorre poca. E soprattutto basta aspettare che gli innovatori si stanchino, vengano trasferiti, vengano promossi. 5. Quasi la stessa dinamica si vede nella grande impresa, nelle grandi associazioni di categoria, nelle grandi organizzazioni. 6. Se l’ascensore sociale meritocratico che passa attraverso una faticosa e rischiosa accumulazione di esperienza è sovrastato dall’ascensore sociale che funziona per lealtà, disponibilità alla connivenza con rendite e piccole illegalità, conquista della notorietà puntando sulla comunicazione e i media a prezzo di qualche compromesso sul piano etico, la competizione non si gioca sull’innovazione ma sulla compatibilità con il sistema esistente. 7. L’innovazione comunque costa qualcosa a qualcuno. Non sempre riesce. Non è facile dimostrare che la visione che la conduce è realistica. Non è sostenuta da un sistema finanziario o da network culturalmente laici nei confronti del fallimento o da una vera e propria ammirazione per il successo conquistato innovando. Quindi non è una soluzione sulla base della quale si costruisce un facile consenso. 8. In un contesto generalmente conservatore e pigro, le persone poco innovative si sentono confortate quando un innovatore non riesce o quando riesce ma viene scoperto qualcosa che ne peggiora l’immagine. Il sospetto che dietro ogni successo ci sia qualcosa di losco è, a sua volta, confortante. Quando poi qualcuno ha successo con l’innovazione e dunque mette a rischio i conservatori che fondano il loro potere sulla rendita che richiede network di protezioni incrociate, il resto della società tenta di metterlo in difficoltà. Nessuno deve salire troppo se non restituisce garanzie alla rendita. 9. Niente si fa in un paese che non sia compatibile con un insieme di tendenze internazionali. A meno che il paese non si escluda da tali tendenze. 10. La conoscenza delle strade dell’innovazione richiede lunghe spiegazioni e disponibilità alla ricerca. L’atteggiamento cinico e disilluso richiede poche spiegazioni basate sui pregiudizi. Molto adatte alla comunicazione veloce e spettacolare della televisione e di una pratica superficiale dei social network. Certamente ci sono altri motivi. Chi ne vuole proporre altri è benvenuto. Anche perché serve sapere qualcosa di ciò che frena un paese quando ci si appresta a immaginare come spesso accade qui da noi, se l’ennesimo governo potrà davvero durare almeno una legislatura e fare veramente qualcosa di innovativo per il Paese…

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