LA MATEMATICA NON E’ UN’OPINIONE: i numeri rivelano il doping del Jobs Act

I dati sulla ripresa dell’occupazione circolano ormai da alcune settimane e sono già stati accolti dalla compagine governativa come conferma della bontà della complessa riforma del mercato del lavoro portata avanti negli ultimi due anni.
Ora, lungi dal volerci unire ai cori dei “gufi” (così come ha avuto modi di apostrofare prontamente il Premier Renzi coloro che si siano dimostrati critici rispetto ai risultati sinora raggiunti dal Jobs Act).
Ci sembra, tuttavia, doveroso approfondire l’analisi dei dati in questione: così sollecitamente sbandierati, magari con il supporto dell’opinione di tecnici indipendenti.
Ci pare infatti opportuno soffermarci sul lavoro preliminare fatto dal capo del servizio Struttura Economica della Banca d’Italia Paolo Sestito e di un’economista del suo staff, Eliana Viviano.
Un lavoro di cui i risultati sono già stati anticipati su Repubblica.it un mese e mezzo fa.
Ciò che si evidenzia da tale ricerca è, sostanzialmente, che le modifiche normative apportate dal Jobs Act hanno avuto sì un effetto positivo, ma non determinante rispetto agli incrementi occupazionali registrati rispetto all’anno precedente alla sua entrata in vigore.
Al contrario, il vero volano della ripresa occupazionale risulta essere stato il sistema di incentivi fiscali e contributivi.
Più nello specifico, i due ricercatori di Bankitalia (utilizzando, occorre dirlo, un campione al momento ancora ristretto) hanno riscontrato che, con riferimento al periodo gennaio 2013/novembre 2015, circa il 45% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato avvenute sia attribuibile ad almeno una delle due misure in discussione.
Tuttavia, il merito delle stesse è da attribuire quasi esclusivamente all’introduzione degli incentivi fiscali. La combinazione del contratto a tutele crescenti e degli incentivi spiega, difatti, solo il 5% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato.   diritti w job act
Questo dato va, poi, ulteriormente raffrontato con il numero complessivo delle assunzioni rilevate nel campione (comprendenti, naturalmente, tutte le altre forme contrattuali).
Ebbene, considerando che il contratto a tutele crescenti rappresenta solo un quinto delle nuove assunzioni, i ricercatori hanno concluso che l’effettivo contributo della riforma del lavoro all’incremento delle assunzioni valga appena l’1% dell’aumento registrato.
In conclusione gli stessi economisti ritengono che, riportando i dati da loro rilevati sul campione osservato all’intero territorio nazionale: il complessivo disegno di riforma (con le modifiche normative e gli incentivi economici), potrebbe aver determinato la creazione di circa 45.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato nei primi sei mesi del 2015.
Si tratta certamente di un numero non irrilevante, costituendo un’inversione di tendenza rispetto ai semestri precedenti, ma assai meno significativo dai dati resi pubblici dall’Inps nel medesimo periodo. L’Istituto, infatti, sebbene su presupposti diversi, ha riportato un numero di circa 600.000 assunzioni a tempo indeterminato in più nell’intero 2015. Act
C’è da chiedersi, come mai l’innovativo Governo Renzi… continui a non prender atto che i risultati della sua azione… sono tutt’altra cosa dei “miracoli” promessi e che forse un po’ di “umilta” …lo avvicinerebbe più normalmente ai cittadini…

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