Le diseguaglianze sono troppe…

Lo dice a chiare lettere anche Joseph Stiglitz: “L’aumento del divario tra ricchi e poveri non è un fenomeno inevitabile, ma la conseguenza di scelte politiche il cui scopo ultimo era proprio quello”. E lo fa con tutta l’enfasi e il peso specifico che a riguardo gli permette… l’esser stato insignito del premio Nobel in economia nel 2001. A Bologna si stanno concludendo gli incontri delle ‘Giornate sulle disuguaglianze’ una manifestazione, che dallo scorso 24 ottobre a domani 5 novembre, vede impegnati a discutere su differenze, disparità e discriminazioni, un panel di famosi studiosi di economia, di sociologi e di uomini di scienze varie  …nel tentativo di trovare qualche soluzione ai guasti profondi prodotti dalla crisi iniziata nel 2008 e non ancora conclusa. Fanno parte di questo panel: Raffele Salinari di ‘Terres des Hommes’ a parlare di rifugiati e migranti. L’Arcivescovo di Bologna, Monsignor Matteo Zuppi e Yassine Lafram della comunità islamica di Bologna a discutere di islamofobia e discriminazione religiosa. La filosofa Valeria Babini e il giornalista e senatore, Sergio Zavoli a parlare di sofferenza psichica e discriminazione. Tra i vari relatori, l’economista e consulente di Palazzo Chigi, Marco Leonardi, a discettare delle conseguenze dell’austerity; la sociologa Chiara Saraceno a riflettere su differenze di genere e violenza; La Segretaria della Cgil e l’economista Fabrizio Barca a discutere del futuro del lavoro tra economia e diritti. E infine il Premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz in un incontro intitolato ‘Il futuro del lavoro, il lavoro del futuro’. Il Nobel americano, insieme all’ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea, Romano Prodi, a Roberto Turrini del servizio studi della Banca d’Italia, all’economista Paolo  Onofri di Prometeia e all’esponente dell’Ocse, Marco Mira d’Ercole, concluderà – con una tavola rotonda aperta al pubblico, – un programma di incontri di studio articolato nelle giornate – del 2 ,3 e oggi 4 novembre – che vede oltre 70 ricercatori impegnati in 15 sessioni sul tema ‘Trends in inequality: social, economic and political issues’, il pezzo forte di queste ‘Giornate sulle diseguaglianze’. “Perché abbiamo scelto il tema della disuguaglianza? – ha osservato il presidente dell’Istituto Cattaneo, Piergiorgio Ardeni – Perché la disuguaglianza è il tema cruciale, è il tema dell’oggi. Che non è prodotto solo da una crisi economica che non è ancora finita, ma che viene dal profondo, dal funzionamento del sistema economico e che, con la globalizzazione, ha visto nascere tendenze come la precarizzazione del lavoro, la marginalizzazione, la radicalizzazione del conflitto sociale, la proletarizzazione del ceto medio. Quello della disuguaglianza è ormai un tema cruciale della contemporaneità”. L’istituto Cattaneo organizzatore della Manifestazione bolognese, per voce del suo Presidente ha introdotto così il tema partendo dalla e analizzando la situazione italiana: “Stanno sicuramente bene i nostri “Paperoni”. Infatti, ci dicono i dati che: i primi sette miliardari della Penisola possiedono una ricchezza pari al 30% della popolazione. Il 20% dei più benestanti hanno in cassaforte patrimoni e liquidità che valgono il 69% della ricchezza complessiva. I più poveri invece stanno sempre peggio. Dal 2008 al 2014 le fasce più deboli infatti hanno perso il 24% del loro reddito. E proseguendo – dice ancora il presidente dell’Istituto Cattaneo: “La disuguaglianza nella distribuzione del reddito in Italia è aumentata negli ultimi 30-35 anni più che negli altri paesi Ocse”.  Come ormai tutti sappiamo, le disuguaglianze economiche e sociali rappresentano un trend ormai globale che si è accentuato negli ultimi anni. Dal 2000 a oggi, secondo la Banca Mondiale, il 50% della ricchezza globale è finito in tasca all’1% della popolazione e solo l’1% al 50% della popolazione più povera. E, in Italia, la recessione ha scavato ulteriormente il gap tra ricchi e poveri. Tra 2000 e 2014 il reddito disponibile delle famiglie (in termini reali del 2014, dati Banca d’Italia) si è ridotto in media del 12.05%. “La crisi italiana viene da lontano – spiega Ardeni – ed è una crisi di produttività del sistema, la ricchezza prodotta non cresce più. Nello specifico, il primo decile (più povero) ha visto ridurre il proprio reddito medio del 9.3%, mentre il decile più ricco della popolazione ha visto una riduzione del suo reddito medio del 18.2%”. Strano questi risultati sembrerebbero indicare una riduzione delle diseguaglianze pur in un contesto di decrescita economica, in realtà la recessione ha accentuato ulteriormente il divario. L’analisi dell’istituzo Cattaneo sottolinea che: “Tra il 2008 e il 2014, il reddito medio si riduce dell’11.9%. La riduzione però è nettamente più marcata per i più poveri che vedono ridurre il loro reddito medio del 24.5%. Anche i più ricchi sono segnati da una riduzione del loro reddito medio, ma in misura più contenuta: l’11.9%”. Meno reddito disponibile, meno consumi, meno occupazione. La spirale negativa delle disuguaglianze inceppa il motore economico e sociale del nostro sistema Paese… Come uscirne? Nel corso dei lavori nei vari incontri fin qui tenuti, sono state individuate alcune delle cause che producono ulteriore divario tra ricchi e poveri, dalla globalizzazione alla crisi industriale, ma è il capitale umano l’elemento centrale da cui ripartire. “…In questi anni il nostro paese ha investito poco in ricerca, istruzione e formazione inceppando così l’ascensore sociale. Nel nostro paese è alta la correlazione tra istruzione dei genitori e quella dei figli e così anche quella tra redditi. Non è un caso che l’Italia sia penultima nella Ue per numero di laureati, solo il 26,2%, fa peggio di noi solo la Romania. Pensiamo a quei corsi di laurea scientifici che in Italia non trovano sbocchi adeguati di lavoro e di salario. Nel nostro paese c’è poco sostegno alla ricerca. Perdiamo tanti talenti, che se ne vanno all’estero, e non siamo capaci di attrarne di nuovi. Se vogliamo ridurre le diseguaglianza – conclude Ardeni – dobbiamo ripartire proprio dal capitale umano”. Fino a qualche tempo fa, gli economisti e gli altri studiosi delle scienze sociali cercavano di giustificare queste disuguaglianze con la teoria della «produttività marginale», secondo cui i redditi degli individui corrispondono al loro contributo dato alla società. Tuttavia, se guardiamo anche solo superficialmente all’evidenza dei fatti, vediamo che nessuno degli individui che hanno dato i maggiori contributi alla nostra società – per esempio, attraverso le invenzioni del laser o del transistor o della scoperta del Dna – sono tra i più ricchi. Viceversa, vediamo che tra i più ricchi vi sono molti che hanno ottenuto il loro denaro grazie allo sfruttamento del loro potere di mercato e delle loro connessioni politiche. La situazione attuale degli Stati Uniti è a riguardo più che un buon esempio per illustrare le questioni fondamentali qui trattate. Infatti, il reddito medio, al netto dell’inflazione, del 90% meno ricco della popolazione è stato sostanzialmente stagnante negli ultimi 42 anni. Allo stesso tempo, il reddito medio dell’1% più ricco della popolazione è aumentato di 4,3 volte. Questo stesso andamento si è verificato nella maggior parte degli altri paesi, anche se in misura meno accentuata. Francia, Paesi Bassi e Svezia sono tre paesi in cui l’aumento della quota dell’1% più ricco è stato più limitato, laddove la Gran Bretagna ha invece visto un aumento quasi uguale a quello degli Stati Uniti. E l’Italia si trova nel mezzo. E’ come se lo sviluppo avesse riguardato solo le diseguaglianze!!! Questo vuol dire che il reddito mediano – il valore centrale della distribuzione – negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente stagnante nell’ultimo quarto di secolo. Ancor più impressionante (come è di riflesso nella politica americana) è che il reddito mediano di un lavoratore maschio, con un lavoro a tempo pieno, è allo stesso livello di più di quattro decenni fa. Ed è sempre più difficile per questi lavoratori «nel mezzo» ottenere posti di lavoro a tempo pieno ben remunerati. Ciò è vero anche per l’Europa, come ad esempio in Spagna e in altri Paesi, dove il reddito mediano oggi è inferiore a quello prima dell’inizio della recente crisi economica. Peggiore è poi quanto è successo negli Stati Uniti ai lavoratori con i redditi più bassi, per i quali il salario reale è ancora oggi al livello di sessanta anni fa. Per questi lavoratori, però, va detto, le cose vanno un po’ meglio in Europa, dove il salario minimo è invece più alto di quello di un tempo. La distribuzione del reddito come saprete già, viene di solito riassunta con una misura chiamata “coefficiente di Gini”: questa, nella maggior parte dei paesi, è stata costantemente in aumento negli ultimi anni, indicando un aumento della disuguaglianza. È vero che ci sono alcuni paesi che hanno resistito a questa tendenza, come la Francia e la Norvegia mentre altri, soprattutto in America Latina, hanno visto una diminuzione della disuguaglianza. C’è quindi una lezione importante che si può trarre da tutto questo: le forze economiche in gioco in tutti i paesi avanzati sono simili, ma i risultati sono notevolmente diversi. La spiegazione di tali differenze è che Paesi diversi hanno perseguito politiche diverse. Alla fine, si può dire che: la disuguaglianza è stata una scelta. Se i paesi avessero perseguito altre politiche, i risultati sarebbero stati diversi. Quelli che hanno seguito il modello anglo-americano sono finiti con l’avere più disparità… Credo che si dovrebbe dirlo più chiaramente e soprattutto a  voce alta. Ma purtroppo ancora non lo si dice affatto o molto raramente solo con voce sommessa e non con la necessaria chiarezza: la lotta di classe del secolo scorso, data per conclusa con la “fine delle ideologie” negl’anni 80, è invece continuata, ma è andata avanti al contrario, fatta ideologicamente dai ricchi contro i poveri: e ora che più si allargata ancora la forbice delle differenze economiche e sociali, si vede avanzare in tutto l’Occidente e tutti lo temono… un fenomeno “distruttivo” chiamato …populismo! Il divario eccessivo esistente tra le condizioni di vita dei Continenti e dei Paesi che li compongono e tra e all’interno degli stessi, è diventato una vera e propria “bomba economica, politica e sociale”  ad orologeria che sta per esplodere, una “bomba”, oggi,  alquanto difficile da disinnescare. E la politica, come mostra sempre di più quella italiana, ad ogni scadenza elettorale… stenta a dare risposte significative ad un disagio economico e sociale divenuto ormai troppo ampio. Lo dimostrano non tanto e solo il tono sempre più urlato nelle ormai perenni “risse” tra partiti dentro e fuori le aule parlamentari e nelle varie istituzioni… ma, a ben guardare, lo dimostrano le sempre più incomprensibili “alchimie” con le quali si tenta di mettere insieme le alleanze necessarie per una maggioranza di Governo. Ma, soprattutto lo dimostrano le improbabili proposte di programmi di governo proprio sui temi principali dell’economia e del lavoro… Proposte “rancide” in quanto vecchie, ma soprattutto, sempre più “demagogiche” non solo nel promettere una equa ridistribuzione di un reddito che non si produce e che quindi non può cresce più al livello necessario per farlo, ma anche e soprattutto alle promesse elettorali di poter migliorare ogni ambito caratterizzante le necessità di vita nella nostra Società quali: istruzione, salute, pensioni e quant’altro… E così sono sempre meno gli  elettori che votano. E i cittadini che si interessano e partecipano alla politica. Dice ancora a riguardo Piergiorgio Ardeni: “Vi sono, poi, altre dimensioni della disuguaglianza, oltre a quella del reddito. Tuttavia, voglio sottolineare che i paesi che hanno scelto di avere più disuguaglianza non hanno avuto migliori performance economiche complessive. Il reddito è solo una dimensione della disuguaglianza. Altre dimensioni sono molto importanti, come ad esempio l’accesso alla giustizia, che non è uguale per tutti, o la partecipazione alle decisioni politiche, che non è la stessa per tutti. Tali dimensioni, però, sono difficili da quantificare. Ci sono invece almeno altre due dimensioni che sono facili da misurare. Una è la disuguaglianza nella salute, come risulta dalle differenze nell’aspettativa di vita. La natura stessa porta alcuni individui a vivere più a lungo di altri. Ma se alcuni individui non hanno accesso all’assistenza sanitaria o non riescono ad ottenere un’alimentazione adeguata, allora ci saranno ancora maggiori disparità nella salute. Di grande preoccupazione, ad esempio, è che una delle principali fonti di morbilità sono le “malattie sociali”, come l’alcolismo, la droga e il suicidio. Una dimensione importantissima è l’uguaglianza nelle opportunità e qui, bisogna dire, i Paesi avanzati si differenziano notevolmente tra loro. La relazione tra uguaglianza nelle opportunità e uguaglianza mostra che i paesi con più disparità di reddito – misurata dal coefficiente Gini – hanno meno mobilità tra le generazioni – il che implica che i figli hanno meno opportunità dei genitori. I paesi con meno opportunità includono Stati Uniti, Regno Unito e Italia; mentre quelli con migliori opportunità sono i paesi scandinavi e il Canada”. Concludendo: tutto questo ci dice che le dinamiche della disuguaglianza possono essere spiegate e quindi non è vero che la disuguaglianza non abbia spiegazione e che sia il risultato ineluttabile dell’operare delle forze del mercato… Inoltre è possibile osservare come i cambiamenti in tali dinamiche possono essere descritti in modo semplice in termini delle stesse forze che determinano la distribuzione del reddito e della ricchezza. “Le diseguaglianze non sono inevitabili”. “Le diseguaglianze sono troppe”. L’Italia è uno dei paesi con più disuguaglianze”. Queste le recentissime dichiarazioni fatte dal premio Nobel Joseph Stiglitz, che già in un suo saggio del 2014, scriveva come il principale prezzo pagato alla crescita delle disuguaglianze… fosse una società oggi sempre più divisa  e che minaccia il futuro del Mondo… Osserva ancora Stiglitz, come: “la disuguaglianza non nasce nel vuoto. E’ il risultato voluto dell’interazione di forze di mercato e di manovre della politica. Grazie a esse l’America è sempre meno la terra delle grandi opportunità e sempre meno è in grado di rispondere alle aspirazioni e ai bisogni dei suoi cittadini. Così è anche per l’Europa e altre parti del Globo…” Alla fine vale la domanda: “deve necessariamente essere cosi? Non è che troppa disuguaglianza fa male anche ai ricchi? Parrebbe proprio di si! Oggi, le tre sorelle chiamate a sostituire il decaduto e antico ruolo delle big seven del petrolio… non se la passano troppo bene. La Libertà è ancora negata in troppi paesi del mondo e la democrazia va “rattrappendosi” la dove è nata. La Fraternità tra uomini e popoli, di fronte all’arrivo tumultuoso e incontrollato di milioni di profughi e migranti, è in gravissime difficoltà. Così che, dei principali valori nati con l’Età Moderna e sviluppatisi nei periodi del Rinascimento e dell’Illuminismo,  oggi, nella contemporaneità, quello che sta sicuramente peggio di tutti è proprio l’Uguaglianza…

“E sempre tempo di Coaching!”

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