Life & Business: un mondo senza lavoro è possibile?

Sinceramente, mi pare una follia, ma forse dobbiamo abituarci all’idea che a breve con l’automazione molti mestieri spariranno… Eppure sembrerebbe che in Italia i nostri governanti non ne abbiano alcuna consapevolezza…

L’intelligenza artificiale sostituirà i comunicatori? Oltre le leggi di Asimov, ecco le prime regole per i robot… Facciamogli pagare le tasse! Disse qualche tempo fa Bill Gates… “Non ci sarà più lavoro” ed ecco la corsa della sinistra tedesca al reddito di cittadinanza… Anche il Giappone sta aprendo agli stranieri. Titoli ed altro che richiamano l’attenzione sul lavoro che cambia e sul lavoro che manca. Ma c’è di più ci si domanda ormai senza filtro alcuno: “A world without work” …un mondo senza lavoro. può esistere? Pensate sia una follia pensarlo? Vi sbagliate di grosso, scrive Yuvel B. Harari, autore di un paio di libri consigliabili: Homo deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo (entrambi editi da Bompiani). Il sociologo israeliano, recensendo un anno fa su The Guardian il saggio Life 3.0: Being Human in the Age of Artificial Intelligence del professore del Mit Max Tegmark, segnalava l’esistenza di persone che vivono benissimo senza lavorare. I preti ultra ortodossi, per esempio, in Israele si dichiarano fra i più felici della vita e del lavoro che fanno. Ma si può, chiedeva Harari, ritenerli dei lavoratori…loro come in genere tutti preti del mondo? Leggere e diffondere i sacri testi, officiare riti e “raccontare storie” può essere infatti essere considerato un lavoro? Ma anche i giovani adolescenti, a ogni latitudine, mostrano un’attrazione ludica a prova di lavoro. «Se ne avete uno in casa, chiudetelo nella sua camera. Con i suoi videogiochi e rifornito quotidianamente di pizza e Coca Cola, se ne starà chiuso lì tutto il giorno a giocare, per mesi, senza minimamente curarsi del lavoro e men che mai delle occupazioni domestiche». La confusione come l’assenza di visione sono assolute nei provvedimenti del governo giallo-verde in materia di pensioni. Ecco quello che Salvini e Di Maio ignorano sul lavoro e sulle pensioni… innanzi tutto l’indebitamento globale. Poi l’allungamento della vita. Lo squilibrio tra anziani e lavoratori. L’infondatezza del turnover generazionale. Ecco in estrema sintesi perché il cantiere del lavoro e quello previdenziale giallo-verde è espressione di una politica miope… Quelli più sopra richiamati: sono ovviamente esempi estremi, però è indubbio che già da anni ci sia più abbondanza e facilità di intrattenimenti e giochi che possibilità e occasioni di lavoro. Dunque sia più facile divertirsi che lavorare. Cosa questa che è tragica. Soprattutto perché abbiamo una politica miserabile e dei politici, sedicenti leader, che non hanno minimamente idea delle epocali trasformazioni in corso nel mondo del lavoro e sui mercati. O che pensano, come l’attuale governo gialloverde, che prepensionando gente di 60 anni si favorirà il turn over occupazionale. O che basti evocare la start up nation, perché magicamente riappaia ciò che sta scomparendo un po’ ovunque. Un Paese vecchio come il nostro avrà molto più bisogno di tecnici per la riabilitazione e di corsi infermieristici che non di maestre d’asilo o di avvocati… «Non c’è lavoro ripetitivo, non solo manuale», ha detto Elon Musk, il padre di Tesla, Hiperloop e Space X, «che entro il 2022 non potrà essere fatto da robot». Mentre autorevoli centri di ricerca come il Pew Reserach Center e il World Economic Forum collocano fra il 40 e il 60% la percentuale di lavori e mansioni destinati presto a essere automatizzati, parzialmente o totalmente. Insomma siamo di fronte – scrive il report della Commisione europea The labour market implications of ICT development and digitalisation – a cambiamenti paragonabili a quelli che hanno visto il passaggio dalla società contadina a quella industriale… E in Italia mancano una strategia coerente e idee originali. È un cataclisma annunciato quello che si sta velocemente preparando: ma governanti e decisori politici prendono tempo. In Italia più che altrove. Visto che da noi manca completamente una strategia coerente. Con l’aggravante che non ci sono in campo idee nuove, originali. Ovvero la consapevolezza che i nuovi lavori vanno letteralmente “inventati”, dal momento che per molte professioni tradizionali incombe non il turn over ma la scomparsa. Per fare degli esempi: quanto futuro lavorativo hanno un bancario, un elettrotecnico, un disegnatore meccanico? E i taxisti, i camionisti e conducenti di bus, treni e metrò che andranno a fare mano a mano che si svilupperà la guida autonoma?  Essendo peraltro conclamato che l’economia digitale ha già una formidabile fame, però insoddisfatta, di sviluppatori, così come di tecnici per il trattamento dei dati. A ciò si aggiunge un’ulteriore anomalia italica: il lavoro scarseggia anche perché non si incontrano domanda e offerta e non solo perché i giovani – si dice – non vogliono più fare i lavori faticosi e umili. Accade infatti che in Italia i posti di lavoro a rischio, per effetto di automazione, nel triennio 2019-2021 siano 3,2 milioni (secondo una stima di ADP società internazionale di gestione risorse umane), mentre le industrie del Nord nello stesso arco temporale troveranno solo una figura su tre di quelle più richieste. Sembra incredibile, ma questo e altri disallineamenti (i negozi tradizionali che stentano ad avere una presenza sul web e vetrine online) vanno di pari passo al permanere di idee e convinzioni infondate. Per esempio quella che continua a celebrare l’artigianato nazionale, senza però coniugarlo con le nuove competenze digitali richieste dal mercato internazionale (tant’è, per fare un esempio clamoroso, che ben prima dei nostri ministeri competenti o delle Camere di commercio è stato Google a celebrare in rete il made in Italy). E ignorando che in realtà la struttura dell’artigianato nazionale è messa molto peggio di quel che “creativamente” piace pensare e dire in pubblico. In primis dalle associazioni di categoria. Secondo i dati 2018 di Unioncamere-Infocamere, infatti, ci sono sempre meno fabbri, sarti, falegnami e sempre più tatuatori, parrucchieri, estetisti.Insomma, un artigianato meno artigianato e che perde anche colpi: 100 mila imprese chiuse negli ultimi cinque anni. Fuck work scrive lo storico Jaime Livingston. Soprattutto nel momento in cui stiamo entrando nell’era del post-lavoro e della super-automazione… Quindi “lavorare meno, lavorare tutti” uno slogan già sentito e “scartato” dal mondo del lavoro e dell’impresa già 20 anni fa… può tornare come concetto guida? Colpisce che non ci sia consapevolezza. Anziché invocare «lavoro, lavoro, lavoro» sarebbe assumere concettualmente indirizzo guida quello redistributivo del «lavorare meno, lavorare tutti». Magari ponendo al centro del dibattito proposte innovative che peraltro si stanno sperimentando in Germania e Nuova Zelanda, ma che da noi non vengono nemmeno considerate. O liquidate come battute: per esempio la “solidarietà espansiva” proposta dal giurista Piergiorgio Alleva, secondo la quale riducendo le giornate lavorative da cinque a quattro si creerebbe un nuovo posto di lavoro ogni quattro dipendenti. Tuttavia in assoluto la cosa più tragica, tornando all’affermazione iniziale, è l’incapacità (culturale, mentale) di convincersi, parafrasando la celebre espressione di Reagan, che «il lavoro non è la soluzione ma il problema». Dunque forse diventa urgente, anzitutto, liberarsi dell’idea che il futuro economico sociale dei nostri figli sia legato allo sviluppo permanente e alla piena occupazione… Nessuna “decrescita felice”, ma qualche cambio paradigmatico probabilmente si impone e …il lavoro con molta probabilità non lo è già più e non sarà in prospettiva più al centro delle nostre vite. Bisognerà uscire da una storia faticosa così narrata per secoli: «lavorerai col sudore sulla fronte». Obbligata: «prima il dovere poi il piacere». E perfino mortificante: «chi non lavora non fa l’amore». Fuck work (al diavolo il lavoro) scrive lo storico Jaime Livingston. Soprattutto nel momento in cui stiamo entrando nell’era del post-lavoro. Della super-automazione. Sicuramente eccessivo… il lavoro rimane uno dei principali fattori di emancipazione dell’uomo, anche di questi tempi. Tuttavia va ripensato in altro modo rispetto alle nostre vite. Nei giorni scorsi il matematico ed economista Robin Hanson, ospite dell’Area Science Park di Trieste, ha detto che presto l’Intelligenza artificiale, gli Em – le simulazioni sintetiche del cervello umano – renderanno il lavoro delle persone sempre meno indispensabile… Bah, continuo a dubitarne proprio per l’assolutezza di certe dichiarazioni. E allora, senza abbandonarsi a distopie alla Blade Runner o alla Terminator, è forse il caso di cominciare a prefigurare un ragionamento più articolato e complessivo rispetto ad un nuovo mondo lavorativo… è necessario farlo che, ci piaccia o meno, il lavoro ha già preso e sta ulteriormente prendendo forme nuove. E nelle quali mi pare che convintamente dovremmo capire che sia di gran lunga preferibile immaginarsi a pescare o studiare il cinese, filosofare con gli amici sul mondo che sarà… o dedicarsi addirittura al bricolage oppure al volontariato sociale… piuttosto che essere costretti tutti nei panni di un biker di Foodora o di un turco-meccanico di Amazon. O no?

E’ sempre tempo di Coacing! 

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