Life: povertà e lavoro, il reddito di cittadinanza disincentiva il lavoro…

Non vi è alcun dubbio, i numeri relativi alla povertà in Italia sono sempre più preoccupanti, ma il reddito di cittadinanza potrebbe rivelarsi un problema, più che una soluzione.  Perché un trasferimento generoso può scoraggiare l’attivazione lavorativa. E favorire  il lavoro nero.

Sulla scia dei risultati elettorali del 4 marzo 2018, da quasi un anno al centro del dibattito politico italiano c’è l’adozione del “reddito di cittadinanza”, la proposta bandiera del Movimento 5 stelle che negli ultimi mesi è stata ampiamente protagonista, assieme a quota 100 per le pensioni, della discussione di politica economica e sociale in Italia ma anche a livello internazionale… Il nome dello strumento farebbe pensare a un trasferimento universalistico, ma la proposta è in realtà un beneficio economico condizionato. Al di là delle questioni legate alle risorse necessarie per finanziare la misura, che secondo alcune stime avrebbero potuto arrivare a 30 miliardi di euro (contro i già tanti 14.9 miliardi stimati dall’Istat), alla fine si sono trovate molto meno risorse, ma il reddito di cittadinanza parte il prossimo aprile. Ci sono ovviamente molte pertinenti critiche da rivolgere al provvedimento voluto dai Cinquestelle, soprattutto perché resta alquanto dubbio che riuscirà davvero a colpire il bersaglio dichiarato: la povertà. Ma davvero non si può irridere o sottovalutare il male sociale che si propone di combattere. Altra forza avrebbe invece una polemica contro il «pauperismo» della parte pentastellata della maggioranza, che finirà per ridurre le occasioni di lavoro e di crescita, e che la Lega almeno fino alle europee ha deciso di accettare: il problema del reddito di cittadinanza, in una parola, è che di questo passo saranno sempre di più gli italiani che ne avranno bisogno… Infatti, l’introduzione del reddito di cittadinanza rischia di incidere negativamente proprio sull’occupazione, in un paese come il nostro con tassi di partecipazione al mercato del lavoro già bassi… Lo strumento si configura come un reddito minimo rivolto ai nuclei familiari che ne percepiscono uno annuo netto inferiore ai 9.360 euro, corrispondente a 780 euro mensili per un single. L’ammontare del beneficio varia a seconda della composizione del nucleo familiare e può arrivare a un importo di 1.638 euro mensili per due adulti con due figli sotto i 14 anni. Deboli risultano le strategie di attivazione al lavoro. Per le persone abili al lavoro, in cambio del beneficio economico, il reddito di cittadinanza prevede l’obbligo di 1) iscrizione presso i centri per l’impiego (Cpi), 2) disponibilità a effettuare lavori utili alla collettività e 3) accettazione di una delle prime tre offerte di lavoro. Nei primi 12 mesi la prima offerta di lavoro potrà arrivare entro 100 km o 100 minuti di viaggio. Se viene rifiutata la seconda offerta potrà arrivare entro 250 km e se anche questa viene rifiutata la terza offerta potrà arrivare da tutta Italia. Dopo il primo anno la prima offerta potrà arrivare fino a 250 km (come la seconda), mentre la terza da tutta Italia. Dopo i 18 mesi tutte le offerte possono arrivare da tutto il territorio nazionale. Per le famiglie con persone disabili le offerte di lavoro non potranno mai superare i 250 km. dal luogo di residenza” e dovrà essere “attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze” del beneficiario. Gli obblighi sembrano deboli nel garantire una reale attivazione al lavoro. In primo luogo, perché oggi i centri per l’impiego intercettano una parte modesta di chi cerca lavoro (10,2 per cento nel 2015, dati Istat) e ne reimpiegano ancora meno (il 2,9 per cento tra il 2003 e il 2010). In aggiunta, non è chiaro come la semplice iscrizione al Cpi possa d’un tratto far materializzare (almeno tre) offerte di lavoro, in particolare per individui che in molti casi non sono occupati da anni e quindi hanno competenze obsolete. Con il serio pericolo, per questi, di sviluppare una “dipendenza” dal beneficio, dato che non sono previsti limiti di durata per usufruire dello strumento. Infine, l’obbligo di partecipazione a progetti utili alla collettività rischia di generare aspettative di ingresso nel pubblico impiego. Una storia già vista con i lavori socialmente utili. Il vero rischio, tuttavia, è nel livello del beneficio e nell’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Un beneficio “alto” aumenta, infatti, il reddito di riserva disponibile scoraggiando l’offerta di lavoro: di chi non ha un impiego: perché accettare un lavoro che paga meno di 800 euro netti al mese? Di un lavoratore a basso reddito (per esempio part-time o temporaneo), a causa di un “effetto sostituzione” in favore del sussidio: perché lavorare più ore per rimpiazzare 100 euro di beneficio con 100 euro di salario netto, se senza quel maggiore sforzo si può ottenere la stessa cifra totale? Di un lavoratore che, pur avendo un reddito annuo superiore ai 9.360 euro, potrebbe decidere di ridurre la quantità di ore lavorate: perché non farlo, visto che così potrebbe accedere al beneficio mantenendo il reddito complessivo invariato? Per minimizzare il disincentivo al lavoro di un reddito minimo, molti programmi europei considerano solo una percentuale, e non la totalità, del reddito da lavoro nel calcolo dei requisiti di accesso, permanenza e ammontare del trasferimento. Ciò rende conveniente il lavoro e si configura come un beneficio per chi lavora (in-work benefit) per quanti trovino o abbiano un’occupazione a basso reddito. In Francia le risorse a disposizione del lavoratore che percepisce il Prime d’activité sono ottenute sommando lo stipendio e quella parte del beneficio (il 38 per cento) che continua a essere garantita anche in caso di attivazione lavorativa. In Italia il reddito di inclusione (Rei) presenta lo stesso meccanismo grazie al riferimento all’Isee, sebbene la percentuale di reddito da lavoro escluso (earning disregard) si fermi al 20 per cento. Benché l’attivazione lavorativa non sia il principale obiettivo di uno strumento di contrasto alla povertà, l’importanza del lavoro come veicolo per l’affrancamento dalla condizione di indigenza e privazione materiale è un tema ineludibile… Il reddito di cittadinanza risulta debole nel disegnare strategie di attivazione, storicamente poco efficaci nel nostro paese, e fortemente lacunoso nello schema di incentivazione monetaria. Lo strumento sembra quindi destinato a produrre sull’occupazione l’effetto opposto di quello desiderato, con uno spreco ingente di risorse pubbliche, a cui si aggiunge anche il rischio di spingere i beneficiari verso un lavoro in nero. In un paese con un già triste primato per incidenza dell’economia sommersa… Il principale problema del reddito di cittadinanza sta nella fretta con cui si è voluto realizzarlo. Economia e lavoro sono la preoccupazione principale per tre italiani su quattro. Ma neanche nel 2019 la disoccupazione diminuirà in modo significativo. Al di là delle modalità pratiche di funzionamento, il reddito di cittadinanza richiede anche una attenta riflessione sul tipo di povertà – relativa o assoluta – che si vuole affrontare. Il governo sembra avere una lettura semplicistica del problema povertà. Il lavoro è senza dubbio la via d’uscita principale, è una occasione da non sprecare nella lotta alla povertà in Italia. Per questo vanno evitati alcuni rischi come quelli più sopra indicati…

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