
Migranti usati come bersagli, Europa trattata da intralcio, Washington da faro: il sovranismo meloniano promette pugni sul tavolo e consegna inchini ben impacchettati
C’è un modo infallibile per riconoscere il sovranismo all’italiana. Promette di difendere i confini, poi cerca un padrone più grande a cui consegnarli. Si riempie la bocca di popolo, ma governa per gerarchie; invoca la nazione, ma la riduce a platea da spaventare; parla di libertà, ma ama solo l’obbedienza. Il governo Meloni lo fa con metodo: trasforma ogni problema in nemico, ogni crisi in spot, ogni fragilità sociale in carburante elettorale. Poi chiama tutto questo fermezza, con quella speciale vocazione nazionale a scambiare l’indipendenza per una richiesta di approvazione.
Prima arrivano le immagini. Corpi contro le barriere, ragazzi nel mare, agenti schierati. L’Africa alle spalle, l’Europa davanti. Poi arriva Meloni, puntuale come l’allarme permanente, e quei corpi vengono requisiti dalla propaganda: non più persone, ma comparse nel suo teatro dell’assedio. Ceuta viene spogliata della sua storia e trasformata in manifesto da campagna continua. I migranti diventano minaccia, la Spagna colpevole, l’Europa complice. È il trucco più collaudato della destra contemporanea: prendere la sofferenza, spremerla in paura, convertirla in consenso e poi chiamare tutto questo governo.
Il punto, dunque, non è se sospendere Schengen serva davvero: dettaglio fastidioso, quello dell’efficacia. Serve soprattutto a inscenare potere. Il governo Meloni usa Ceuta come prova generale di una democrazia sotto ricatto emotivo: ogni crisi diventa plebiscito di pancia, ogni dubbio tradimento, ogni richiamo alle regole complicità col nemico. Non governa l’emergenza: la produce, la allunga, la mette in vetrina. La destra radicale non deve risolvere l’immigrazione; sarebbe persino controproducente. Deve tenerla accesa. Ha bisogno dell’incendio perché nell’incendio il capo si vede meglio, possibilmente in controluce.
La sospensione di Schengen, agitata come clava elettorale, è quasi tutta scenografia. Ceuta e Melilla sono frontiere esterne dell’Unione, non autostrade per Roma. Ma non sottilizziamo: la geografia è spesso una fastidiosa nemica della propaganda. Alla propaganda interessa il fotogramma: chiudere, respingere, punire. Tre verbi, un manifesto. Non importa se la misura è fragile o inefficace. Deve sembrare feroce, occupare lo schermo, trasformare l’impotenza politica in muscolo televisivo.
Intanto, dentro questa recita, Ceuta spedisce un telegramma oltre l’Atlantico. Il sovranismo, com’è noto, dà il meglio quando aspetta il timbro da Washington: ringhia contro Bruxelles, ma scodinzola dove sente odore di impero. Colpire Sánchez significa parlare agli Stati Uniti passando per Madrid; mostrarsi più dura della Spagna significa candidare l’Italia a provincia modello della destra globale. Meloni non difende l’interesse nazionale: lo esibisce come pegno di fedeltà. Capi al posto dei trattati, forza al posto della cooperazione, obbedienza al posto della sovranità. Tutto molto patriottico, naturalmente: basta non guardare chi tiene il guinzaglio.
Poi, se si volta il cannocchiale, appare la vera scena che la propaganda vuole nascondere. Non più la massa indistinta dell’“invasione”, ma un ragazzo africano nato dalla parte sbagliata di un ordine mondiale truccato: da un lato ricchezza, rendite, consumi, passaporti forti; dall’altro debiti, guerre, desertificazione, salari impossibili, futuro confiscato. I muri non fermano questa frattura. La rendono solo più oscena. Davvero qualcuno pensava che bastassero filo spinato, pattuglie e qualche slogan patriottico a convincere chi non ha nulla a restare fermo davanti alla vetrina illuminata dell’Europa?
Migrare non è un capriccio, non è turismo della disperazione, non è l’hobby esotico che certi talk show immaginano tra una grafica rossa e un titolo urlato. Si parte quando restare significa consumarsi, indebitarsi, morire lentamente o in fretta. Quel ragazzo non “invade”: fa ciò che fecero milioni di italiani diretti verso la loro “Merica”, spinti dalla fame e da una promessa. Solo che oggi, quando a partire sono gli altri, la memoria nazionale diventa improvvisamente smemorata. L’Europa chiama ordine ciò che spesso è privilegio difeso con le pattuglie; chiama confine ciò che per molti è la linea tra una vita possibile e una condanna già scritta.
Qui il cinismo diventa mestiere. Il migrante entra nel gioco geopolitico prima ancora di essere riconosciuto come corpo: pressione su Madrid, leva per Rabat, munizione per Vox, benzina per la destra italiana. Da persona diventa cifra. Poi slogan. Poi emergenza. La parola “invasione” fa il lavoro sporco: spegne i volti, anestetizza la coscienza, autorizza la crudeltà.
A questo punto entra in scena la realtà, quella maleducata, e rovina la recita. L’Italia che urla all’invasione è la stessa che programma centinaia di migliaia di ingressi regolari, perché senza lavoro straniero si fermano campi, cantieri, alberghi, famiglie, assistenza. Il decreto flussi 2023-2025 prevede 452 mila ingressi per lavoro: la smentita ufficiale della favola del “blocco navale”. Il governo Meloni dice “fuori” alla telecamera ed “entrate” all’economia; agita il confine in prima serata e il mattino dopo firma il fabbisogno di manodopera. Non è contraddizione: è cinismo amministrato.
La destra scarica sui migranti ciò che non vuole nominare: salari da fame, lavoro nero, caporalato, servizi desertificati, precarietà, imprese senza manodopera, welfare familiare retto da colf e badanti straniere. Perché toccare rapporti di potere, rendite e filiere dello sfruttamento? Molto meglio fabbricare un nemico senza uffici stampa, lobby e aperitivi istituzionali. Meno rischioso. Più redditizio. E infatti si semina rancore invece di alzare salari, controllare i padroni, finanziare servizi, governare davvero.
Il costo sociale è una fabbrica della cattiveria. Meloni non combatte la povertà: la arruola. A chi vive di salari bassi, affitti impossibili e servizi scomparsi offre un bersaglio più debole: il migrante. Ma sono proprio gli stranieri a tenere in piedi pezzi essenziali del Paese. Così i penultimi vengono addestrati a odiare gli ultimi, mentre chi guadagna sullo sfruttamento resta fuori inquadratura. La propaganda promette protezione e produce veleno; promette ordine e produce servitù; promette patria e consegna una società più divisa, impaurita, governabile.
In politica estera il saldo è umiliante. Ma con posa marziale: così sembra quasi strategia. Il governo Meloni sostituisce la solidarietà europea con la rissa tra governi e scambia l’isolamento per carattere. L’Europa gli serve quando paga, pattuglia, esternalizza; diventa nemica appena ricorda regole e responsabilità condivise. Ecco il sovranismo nella sua forma più nuda: urla contro i vincoli comuni, poi cerca protezione nel vincolo più grande, quello del più forte. Si proclama libero da Bruxelles per essere più disponibile a Washington. Un patriottismo originale: in ginocchio, ma con la bandiera in mano.
Non è folklore da conferenza conservatrice. Meloni importa il trumpismo in Europa ripulendolo quanto basta per i salotti istituzionali: guerra alle “élite globaliste”, ossessione dei confini, famiglia tradizionale, libertà usata come bastone contro ogni politica progressista. È grammatica Maga: non un programma di governo, ma un’uniforme identitaria stirata per le foto ufficiali.
Il suo ruolo è quello della cerniera: offre al mondo Maga una patente europea e usa Trump come stampella interna. Confini, identità, “civiltà”, élite, popolo tradito: nazionalizza la formula americana e la trasforma in una macchina che fabbrica appartenenza prima ancora che consenso, nemici prima ancora che soluzioni.
Da qui il doppio gioco. Il suo inganno più riuscito. Davanti a mercati, Nato e Bruxelles, Meloni rassicura; davanti al suo blocco politico incendia. Nei palazzi firma i vincoli, nelle piazze recita la rivolta. Il sovranismo funziona così: alza la voce con i deboli e abbassa la testa con i forti. È ribellione per il pubblico pagante e disciplina per chi comanda davvero: abbonamento premium, con urla illimitate, identità in omaggio e obbedienza già incluso nel pacchetto base.
La migrazione diventa così il laboratorio più pericoloso: non parla soltanto di sicurezza, riscrive la democrazia occidentale. Il linguaggio Maga riduce il pluralismo a tradimento, l’opposizione a nemico interno, l’Europa a ostacolo, i diritti a concessioni revocabili. I migranti non sono più il sintomo di un ordine ingiusto: diventano il fastidio che quell’ordine respinge per non interrogarsi su sé stesso.
Questo è il punto più grave: il governo Meloni non sposta solo a destra il discorso pubblico, lo impoverisce. Riduce la politica a comando, i diritti a concessioni, i trattati a impacci. Delegittima chi dissente, normalizza la legge del più forte e vende la resa come orgoglio nazionale. L’Italia, invece di contare di più, conta meno.
Il problema è che molte opposizioni non combattono. Inseguono. Si travestono da destra moderata e sperano di sembrare responsabili, cioè superflue. Accettano la paura come lingua comune, l’emergenza come orizzonte, la “durezza” come certificato di maturità. Denunciano l’estrema destra e intanto ne prendono in prestito la grammatica. Così rinunciano al loro compito: spostare il conflitto, nominare lo sfruttamento, difendere diritti senza chiedere scusa, costruire un’idea di Europa che non sia solo bilancio o ordine pubblico. Quando accettano il terreno scelto dalla destra, hanno già perso metà battaglia. L’altra metà la perdono quando cercano di sembrare più presentabili del nemico invece di essere più nette, coraggiose, credibili. Così le destre conquistano il perimetro del pensabile. E quando il pensabile diventa paura, i diritti sembrano privilegi e la democrazia un fastidio. Quando l’opposizione copia la destra, non la contiene: le apre la porta e poi si stupisce se quella entra.
La conclusione è brutale, ma chiara: quella del governo Meloni non è una politica migratoria, è una pedagogia della paura e della sudditanza. Non ferma i flussi. Non rafforza l’Italia. Non difende l’Europa. Governa per allarmi, slogan e capri espiatori; usa il ragazzo africano come sagoma, Sánchez come bersaglio, Bruxelles come tribunale nemico, Trump come padrone simbolico. Chiama sicurezza la paura, patriottismo la subordinazione, sovranità l’allineamento al più forte. Il sovranismo promette il popolo in piedi e prepara cittadini in riga; promette indipendenza e produce dipendenza; promette potenza e consegna provincialismo. Il tutto confezionato come riscatto nazionale, perché anche le catene lucidate bene possono sembrare accessori istituzionali. Ma una democrazia che trasforma il dissenso in sabotaggio, i migranti in nemici e l’Europa in ostacolo diventa solo più docile. E un Paese docile davanti al più forte non è una potenza: è un vassallo che applaude la propria catena e chiede pure il bis…
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