PD: dopo le Primarie…

Se non una sorpresa… un risultato alquanto sopra le migliori attese, che lancia un nuovo slogan: “Unità e Cambiamento”. Così Zingaretti proverà a far rinascere il Pd chiaramente sempre Renzi permettendo… 1,7 milioni di votanti (le previsioni ne traguardavano 1 milione), un’affermazione netta, con la resa incondizionata degli avversari sia Martina che ancor più Giachetti, quella di Zingaretti, da oggi neo segretario Pd. Si può dire che è tutto fuorché una falsa partenza. Ma a un anno dal disastro del 4 marzo 2018, la rinascita del Pd è ancora un obiettivo lontano… Forse la nottata non è ancora passata, ma l’ora più buia potrebbe essere invece ormai alle spalle. In pochi, anzi in pochissimi, alla vigilia si aspettavano da queste primarie un’occasione di rilancio per il Partito Democratico e invece la sensazione, ora, è proprio questa. È passato esattamente un anno da quel disastroso 4 marzo, dal 18,7 per cento che ha condannato il PD all’opposizione. Opposizione che, dicono oggi con orgoglio al Nazareno, “in troppi hanno scambiato con ingiustificata fretta per irrilevanza, condannandoci ad una lenta e inesorabile estinzione”. Il 3 marzo 2019 consegna due elementi fondamentali per il nuovo PD. Il primo è la partecipazione massiccia, quanto inattesa, alle elezioni per la scelta del nuovo segretario. Un milione e 700mila votanti è una cifra che nessuno aveva preventivato alla vigilia, tanto che, nel corso della giornata, in molti seggi sono state necessarie improvvisate ristampe delle schede elettorali, terminate troppo presto. E’ un numero che si avvicina a quello che nel 2017 incoronò Matteo Renzi, ben più alto di quel milione che era stato fissato nel quartier generale dem come il limite minimo per non considerare le primarie un flop. A pensare ai titoli di alcuni giornaloni di ieri mattina c’è da mettersi le mani nei capelli. Il secondo dato, atteso nella sostanza ma forse inaspettato per le dimensioni, è la vittoria di Nicola Zingaretti. Anche in questo caso, basti pensare che a poche settimane dal voto, aleggiava sopra il Nazareno, lo spettro di un segretario dimezzato, incapace di arrivare al 50 per cento dei voti e quindi ostaggio del correntismo sfrenato che ha contraddistinto la storia recente del centrosinistra italiano. Anche questo scenario è stato spazzato via da un 66 per cento che coincide con un livello di legittimazione forte, almeno quanto quello rivendicato per anni da chi lo ha preceduto. Chi temeva la falsa partenza, insomma, è rimasto deluso. “Ma non illudiamoci – dice lo stesso Zingaretti durante il discorso della vittoria nella splendida sala posta tra il Palatino e il Circo Massimo: è solo l’inizio. La destra è rocciosa, ha conquistato il potere e non lo cederà tanto facilmente”. Ma che PD sarà quello che proverà a cambiare la narrazione degli ultimi mesi? “Unità e cambiamento”, queste le parole evocate dal nuovo segretario. La prima non dipende solo da lui. Certo, fa notare un bersaniano una volta di rilievo nel Pd, «aiuterà il fatto che Nicola difficilmente si presenterà dicendo ‘Giachetti chi?’ o ‘Scalfarotto chi?’» però gli occhi sono tutti puntati sulle mosse che farà Matteo Renzi. Per ora i messaggi che arrivano dall’ex rottamatore sono tutti estremamente concilianti. «Forse anche troppo”, dicono sospettosi al comitato Zingaretti, “ce lo ricordiamo tutti il mitico “stai sereno Enrico’” con cui diede il ben servito al povero Letta» Ma che Pd sarà quello che proverà a cambiare la narrazione degli ultimi mesi? “Unità e cambiamento”, queste le parole evocate dal nuovo segretario. La prima non dipende solo da lui. Questa volta, però, le cose sembrano diverse. Che Renzi abbia provato a rendere la vittoria di Zingaretti meno eclatante è cosa nota: c’ha provato (malamente) con Minniti, ha piazzato suoi uomini dentro la macchina di due mozioni alternative, in extremis è stata lanciata la candidatura di Giachetti e Ascani, per mesi si è parlato della nascita di un nuovo soggetto politico, prima che lo stesso Renzi fosse costretto a desistere, i suoi uomini più vicini hanno provato a rendere soporifera la competizione congressuale. Negli ultimi giorni – complici un clima diverso culminato con la grande manifestazione antirazzista di Milano e le previsioni sulla partecipazione alle primarie che cominciavano farsi via sempre meno nefaste – l’atteggiamento è cambiato. “Nessuno dei candidati segretari dovrà temere da me ciò invece è stato riservato a me”, ha detto alla vigilia del voto. La legittimazione così clamorosa di Zingaretti conferma che Renzi dovrà scendere a patti con il nuovo segretario, se intende ancora avere un peso nel Pd. Certo, i gruppi parlamentari, specie al Senato, sono stati plasmati a sua immagine e somiglianza. «Ma la volubilità umana, specie quando si tratta di mantenere ben salda la poltrona – fa notare un franceschiniano d’annata – è ampiamente nota». E quel 66 per cento finirà per pesare non poco. Anche perché l’obiettivo di Zingaretti, almeno per ora, è quello di non lasciare indietro nessuno e di non chiudere alcun tipo di dialogo. Che si tratti di Renzi, di Calenda, della rete dei sindaci il cui simbolo è diventato Beppe Sala, dei sindacati, del mondo produttivo e di quello culturale, dell’associazionismo, le intenzioni del nuovo leader sono chiare: non dare alibi a nessuno. Unità e cambiamento, si diceva. E il cambiamento sarà proprio nell’approccio. «Non sono il capo – ha detto Zingaretti – sono il leader di una comunità. Ora apriamo una nuova fase costituente per un nuovo Pd, che dovrà avere dei segnali chiari per far contare di più le persone». Saranno quattro le parole d’ordine: lavoro, ambiente, conoscenza, diritti. E la grande sfida di rimettere il principale partito della sinistra italiana in sintonia con un popolo che un anno fa gli ha voltato le spalle. Non sarà facile.

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