PD: il Partito democratico è morto, pace all’anima sua…

Pd, continua il dilemma dei renziani sul candidato… Domani necessariamente la scelta. Renzi non si candida ma non va in pensione. E ritira fuori la storia del lanciafiamme. “Non sono in corsa e non logorerò chi vince”. Una riunione decisiva per i renziani: tra le ipotesi, una candidatura di Guerini o Rosato, altrimenti non rimane che l’appoggio a Martina. Soprattutto (udite, udite) con Boschi Presidente del partito. Visto che Martina proprio l’altro ieri aveva aperto ad una  ipotesi che il suo PD avesse una donna a presidente. Mentre Gentiloni per Zingaretti è l’uomo da proporre quale Presidente del PD nonché candidato Premier. Bella provocazione la Boschi “for president” non vi pare?! L’ex premier infine attacca di nuovo: “Dovevo ribaltare il Pd, entrarci con il lanciafiamme…” Dire che Renzi è un impunito è dir poco… per dirla tutta intera e chiaramente, non si può che dire che ha proprio: “la faccia come il culo!” «Non mi candido alle primarie e non logorerò chi vince. Non usai il lanciafiamme, che errore che fu.» Così l’ex premier smentisce la sua terza corsa per la segreteria, ma non fa altrettanto chiaramente per quanto riguarda lo scenario che lo vedrebbe abbandonare presto il partito per fondare un movimento civico. Molti elettori mi hanno detto: «Candidati al congresso, mi hanno scritto in tanti. Grazie del pensiero, ma non lo farò. Ho vinto due volte le primarie con il 70% e dal giorno dopo mi hanno fatto la guerra dall’interno. Mi sentirei come Charlie Brown con Lucy che gli rimette il pallone davanti per toglierlo all’ultimo istante. Non mi ricandido per la terza volta per rifare la stesso. Chiunque vincerà il congresso avrà il mio rispetto e non il logorio interno che ho ricevuto io». Lo scrive su Facebook l’ex premier ed ex segretario del Pd Matteo Renzi. Che poi, nella sua E-news, aggiunge parole durissime: «Il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il PD ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito». Ma crede che la gente sia tutta fessa? Che non capisca nulla? Cos’è questo continuo vittimismo? Ognuna delle mosse renziane all’indomani del referendum miravano alla distruzione del PD. E’ stato fatto tutto scientemente!! Compreso il trabocchetto per “l’ingenuo” Minniti dopo il suo rifiuto del tiket con la Bellanova; lo stesso spostamento di Delrio e Orfini a sostegno della candidatura di Martina e il ritiro di Richetti dalla competizione per schierarsi come secondo di Martina… Gli attacchi di tutti questi, ad ogni possibilità di dialogo coi 5stelle ieri, come oggi  e anche domani… Ma,  come è questa l’unica e vera discriminante per essere o meno segretario del PD? E il rapporto con l’ettorato, i militanti, il lavoro sui territori, le politiche per combattere le diseguaglianze e la povertà, la dignità dei lavoratori il rinnovamento del gruppo dirigente, ecc.  Alltro che rinnovamento o meglio rifondazione del partito. L’obiettivo è sempre lo stesso il controllo del partito e dei gruppi parlamentari… con una opposizione non di merito, ma personalizzata (mio padre… tuo padre… i nostri padri) ecc. ecc. Così il PD è morto perché Renzi e i suoi lo hanno ucciso “pace all’anima sua!” Una ultima domanda ma veramente il rinnovamento e il rilancio del partito… passa con un segreterio Martina con un vice Richetti, con uno sponsor come Delrio e la Boschi come Presidente? E Renzi? Senatore semplice di Scandicci e Firenze… che fa il battitore libero dialogante con i Comitati Civici che non sono il PD ma soprattutto non sono di destra e di sinistra… ma civici!? Renzi “non mi ricandido!”  Ma annuncia comunque il suo ruolino di marcia con l’inizio del 2019: «A fine gennaio uscirà un mio nuovo libro, per Marsilio, e girerò tutto il Paese, specie i piccoli borghi di provincia, per parlare e per ascoltare. Come ai vecchi tempi. Negli stessi giorni partirà un progetto di Web TV al quale sto lavorando da mesi per rilanciare i nostri contenuti e non lasciare la rete in mano alle fake news. Continuerò a incoraggiare i comitati civici e a riunire il meraviglioso popolo della Leopolda… simbolo di chi ci crede e si impegna». Sarà!? L’ex premier sgombera così il campo dalle voci di una sua (ri)candidatura a sorpresa per la guida del partito, ma non certo, quella che rinuncerà a fondare un nuovo partito-movimento con lui al timone. Uno scenario, quest’ultimo, che potrebbe concretizzarsi addirittura prima delle elezioni europee di fine maggio… poco dopo il congresso per cui dice che non vuole fare il “Burattinaio” o il Capocorrente”.  Le uniche parole sul congresso del Pd sono state queste: «Io continuo a combattere: non corro per il congresso ma non vado in pensione, resto in campo, sorridente e tenace. Perché il tempo è galantuomo. E io ci credo davvero», conclude… Tutto ciò era già pensato e presente quando venne candidato Minniti. Ed è proprio l’addio alla corsa per la segretaria di Minniti che testimonia che ormai il processo di dissoluzione del partito è quasi totalmente compiuto. Quello dei democratici è un brand che il Congresso difficilmente rilancerà… La sinistra è finita, il Pd che a ragione o torto ne restava il più consistente baluardo si sta sciogliendo come neve al sole. Lo psicodramma del ritiro di Marco Minniti dalla corsa alla segreteria è l’ultimo atto di un lento ma inesorabile processo di dissoluzione. Che è cominciato lontano, lontanissimo, con la caduta del muro di Berlino e il venir meno delle ideologie che facevano da collante al Pci. E che costrinse l’allora segretario Achille Occhetto a cambiare il nome in Pds, Partito democratico della sinistra, seppellendo per sempre la parola comunista. Era il 1989, data che resterà nella storia come l’inizio della fine. Si può essere apocalittici, gridare allo scempio di un patrimonio di tradizione e cultura simboleggiato per esempio dalla notizia che nessuno vuole salvaguardare il preziosissimo archivio de l’Unità (dopo che peraltro nessuno nel PD si era peritato di salvare l’Unità), ma contro i dati di fatto c’è poco da recriminare. Se fosse ancora vivo Enrico Cuccia, e parafrasando una sua frase a proposito dei destini di Mediobanca, direbbe: «Se è caduto l’impero romano, possiamo farci una ragione se cade anche il Pd». E non c’è dubbio che per Renzi “quel farsene una ragione” dal momento che riguardava lui e la fine della sua carriera politica… è diventato invece, un ‘mood’ infrenabile, rispetto allo stesso PD. “Se non è mio, se non risponde più e solo a me, Se non posso più mantenere la poltrona dal “capo assoluto”; allora che muoia… Una sorta di quel: “che muoia Sansone con tutti i filistei” quasi un giudizio biblico! Naturalmente, come quasi sempre succede, le storie finiscono nel peggiore dei modi, in una babele dove il “liberi tutti” rende la situazione un caos. Il partito si era già scisso nel 2017, quando i bersaniani uscirono in polemica con l’allora segretario Matteo Renzi. Che ora da oggetto di scissione si fa probabilmente soggetto, rendendosi lui protagonista di una diaspora al cui inizio, già ampiamente corroborato dai fatti, pur negandola come possibile, manca solo l’annuncio ufficiale… Quindi Matteo Renzi si farà un suo partito? Ha tutto il diritto di provarci, anche se come spesso gli accade parte in ritardo, ispirandosi a Macron nel momento in cui il gradimento del presidente francese in patria è in caduta libera. Ma la sua smania di tornare protagonista gli fa passare sopra a ogni ragionevole considerazione. Svuotato a sinistra da Liberi e Uguali, ma soprattutto da quel che resta della Sinistra nel PD che ha già opzionato la leadership di Zingaretti… Ma come chi? Cuperlo, Orlando, Zanga, Franceschini, Gentiloni, lo stesso Martina, la Serracchiani, La Pinotti e la Madia… nel frattempo il PD continua ad auto svuotatosi di suo, tra la base e i militanti, anche perché quella di scindersi è una storica vocazione della sinistra che non trova eguali altrove, e prossimamente nonostante il congresso chiunque lo vinca (si fa per dire) verrà ulteriormente e definitivamente svuotato da Renzi. Il Pd rimarrà così un involucro destinato ad afflosciarsi… Se poi ci si mette anche il probabile addio di Carlo Calenda, ovvero colui che appena presa la tessera del PD già voleva scioglierlo, la dissoluzione appare pressoché completa… E, con buona pace di Maurizio Martina e Nicola Zingaretti e reciproche compagnie di spettacolo (che senza voler essere offensivi) la loro proposta politica è rimasta troppo generica, debole e incolore per coagulare un non esiguo consenso. Ma soprattutto non hanno saputo prescindere da Renzi, permettendogli di fare il Killer, su tutto e tutti.  Ma, d’altronde come spesso si dice, una dignitosa fine è meglio di una lenta e imbarazzante agonia. Non c’è alternativa. Infatti se Renzi avesse voluto ricandidarsi direttamente alla segreteria del partito la fine di questo non si sarebbe arrestata… Vediamo a riguardo l’annunciato e atteso sondaggio: per il 53% della base PD, Matteo Renzi non si deve ricandidare a segretario. Rilevazione pubblicata su QN: “Zingaretti è in testa con il 41%, l’ex premier al 31%. Ultimo Martina con il 28%”. Quindi Matteo Renzi non deve candidarsi di nuovo alla guida del Partito democratico. A pensarlo è il 53% della base dem secondo un sondaggio effettuato dall’istituto di Antonio Noto e pubblicato su Quotidiano Nazionale. Nello stesso sondaggio si evidenzia che l’ex premier è comunque ritenuto una risorsa per il partito dal 56% della base. Mentre il 33% lo reputa un problema. Nelle intenzioni di voto in vista delle primarie del 3 marzo invece, Nicola Zingaretti è in testa col 41%, Renzi sarebbe secondo con il 31% mentre Maurizio Martina è l’ultimo con il 28%. Se invece Renzi decidesse di farsi un partito personale? Il primo rilevamento fatto il primo dicembre lo attestava al 9%. Mentre l’ultimo sondaggio fatto l’8 dicembre, lo vede scendere al 7%. A questo punto, il prossimo Congresso, che si voleva di rifondazione del PD, allo stato dell’arte si trasformerà probabilmente in una cerimonia degli addii… altrimente dovrebbe prendere atto e ripartire cambiando tutto, forse nome compreso, che per usare il linguaggio del marketing è un brand ormai in caduta libera impossibile da risollevare. Quel che sarà dopo, sta scritto nel grembo degli dei. Ma Giacomo Leopardi insegna che una ginestra spunta anche nel deserto più arido o che, ma non ricordo più chi l’abbia detto, quando si tocca il fondo nasce sempre ciò che salva. Per non dire di Antonio Gramsci (Gramsci chi?) e del suo indomito ottimismo della volontà. Resta comunque una riflessione che può titolarsi: “Marco Minniti, Matteo Renzi e la …psicoanalisi”. C’è chi sostiene che Se l’ex ministro dell’Interno avesse letto Freud, non si sarebbe mai fidato dell’endorsement dell’ex premier alla sua candidatura alle primarie del PD… “È cosa nota, gli storici ne hanno scritto in abbondanza, che Josif Stalin odiava la psicoanalisi. Il dittatore comunista la considerava una disciplina che inquinava le coscienze, una degenerazione borghese che corrompeva le anime nobili del proletariato, che inoculava il seme del dubbio nelle granitiche certezze del radioso avvenire socialista. Quindi la combattè con tutti i mezzi, cioè i suoi, che non erano proprio dei blandi richiami all’ordine. L’eliminazione fisica degli analisti, o la loro deportazione nei campi di lavoro, iniziò negli Anni 20, e l’ultima scuola a essere purgata fu quella della Georgia, guarda caso la Repubblica sovietica dove Stalin nacque. Più o meno 10 anni dopo che Sigmund Freud a Norimberga aveva battezzato una sorta di internazionale della psicanalisi che raggruppava scuole di tutta Europa”. Ebbene, leggendo i retroscena che hanno determinato il ritiro di Marco Minniti nella corsa alla segreteria del Pd, il richiamo a Stalin e la psicanalisi è riaffiorato. Forse perché la formazione dell’ex ministro dell’Interno è genuinamente (e crediamo anche orgogliosamente) comunista – fu nella Fgci quando la federazione giovanile era un incubatore di talenti e poi segretario del partito a Gioia Tauro – forse perché allora, ancorché laureato in filosofia, condivideva il giudizio, non certo i metodi, del dittatore sull’indagine del profondo. Altrimenti non si spiega la sua odierna meraviglia sulla tiepidezza con cui Matteo Renzi lo stava accompagnando alla sua corsa, dopo che lo stesso ex premier aveva indicato proprio in lui il suo candidato per la segreteria.  È già stato sottolineato in più occasioni: “Renzi (come Stalin) risponde a pulsioni che lo obbligano a essere sempre al centro del mondo, protagonista assoluto”. Un po’ come l’altro grande narciso della politica italiana, Silvio Berlusconi, e detto all’ingrosso, il fiorentino non può che spingere se stesso. Ovvero finalizzare tutto alla sua affermazione, non quella di un altro, se pur compagno di partito. Infatti, dal punto di vista del carisma e dell’intraprendenza, Renzi E’ convinto di non aver rivali veri all’interno del Pd. È talmente intraprendente che la sovra produzione di forze che egli produce per raggiungere l’obiettivo (specchiarsi sulle acque del lago e gioire per la ineguagliata beltà della propria immagine) gli si ritorce contro. Ergo, come poteva pensare Minniti che l’uomo sacrificasse il suo iper Ego per lui? E perché si meraviglia se mentre con una mano gli mostrava sostegno, con l’altra organizzava sul territorio quei Comitati civici che sono il preludio alla fondazione del suo nuovo partito? Se l’austero ex ministro avesse letto un po’ Freud, una simile ingenuità non l’avrebbe di certo commessa… ma ormai non c’è più nulla da fare…

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