PD: in rotta con Calenda, Matteo Renzi è sempre più solo ma sempre più…

Sempre più  astioso nei confronti di tutti. Lo spazio politico per un nuovo partito alla Macron e contrapposto al Pd per Renzi c’è sempre stato. Contava su un’irreversibile crisi dei democratici alle europee, che però non c’è stata. Nel Frattempo il rapporto con Calenda (intervesta dopo intervista) è tornato ai minimi storici. Risultato? I dolori del giovane Matteo continuano. Chi ha visto il video dell’intervista a Matteo Renzi fattagli a Bologna nell’ambito della tre giorni di Repidee, ha visto l’ex Premier ed ex Segretario alquanto nervoso ma soprattutto ’astioso’ e insultante nei confronti di tutti.  Senza un progetto politico per uscire dall’empasse in cui si è cacciato. Non c’è dubbio che per Matteo Renzi è il momento politico più difficile da quando, giovanissimo, ha cominciato a fare politica. Davanti a sé un futuro pieno di incognite, dietro di sé un passato pieno di rimpianti. Come quelli di cui parla lui stesso, nel colloquio di domenica scorsa: “Lo spazio politico per un nuovo partito c’è stato almeno due volte. Dopo la sconfitta alle primarie del 2012 e dopo la vittoria alle Europee del 2014″. Oggi no, dice Renzi, oggi quello spazio non c’è più. In realtà, nella testa dell’ex rottamatore quel progetto c’è ancora per intero, ma non è mai uscito davvero. Anche perché la ridotta che lo circonda più da vicino, dai suoi amici fiorentini fino alla coppia formata da Luciano Nobili e Anna Ascani, è sempre più piccola, anche se sempre più agguerrita. Lo idolatra alla stregua di una divinità e lo spinge a non sotterrare l’idea di un partito centrista, alla Macron, per dirla come la direbbe Sandro Gozi, altro fedelissimo in cerca di un futuro lontano dal Pd.  Ma Renzi è assillato dai dubbi. E dai fantasmi. Chi lo conosce bene, sa che una parte fondante della sua strategia politica poggiava sul fatto che la crisi del Pd continuasse, in maniera quasi irreversibile. E invece la realtà si è rivelata, per fortuna dei democratici, decisamente diversa. Le recenti elezioni europee e, ancora di più, la tornata amministrativa, ha consegnato al Paese un partito, se non in grande salute, quanto meno vivo e vegeto. E la cosa era tutt’altro che scontata, dato che, prima dell’elezione a segretario di Nicola Zingaretti, i sondaggi fotografavano un partito che si barcamenava tra il 15 e il 16 per cento. Le pattuglie renziane, soprattutto sui social, hanno provato (e stanno ancora provando) a minimizzare il risultato del Pd, mettendo in evidenza tutti i lati negativi del voto, ma l’idea secondo quale il ritorno salvifico di Renzi potesse essere invocato a furor di popolo, è andata comunque a sbattere contro il risultato delle urne del 26 maggio e del 10 giugno. A complicare ulteriormente i piani di Renzi è stata la grande ascesa mediatica e politica di Carlo Calenda. In primo luogo perché l’ex ministro è andato ad occupare di fatto lo spazio politico del “suo” ex premier. Quel centro liberale e liberista, che guarda al ceto produttivo come interlocutore privilegiato, è ora rappresentato da Calenda più che da Renzi. E ne è la dimostrazione il fatto che, proprio in quel nord-est che qualche anno fa aveva aperto un importante credito nei confronti dell’ex segretario, Calenda ha fatto incetta di preferenze, facendo crescere il Pd, oltre che a livello percentuale, anche a livello di voti assoluti rispetto alla disfatta del 2018. Il rapporto tra Renzi e Calenda, contraddistinto da molti alti e bassi, sembrava essersi definitivamente rinfrancato nelle ultime settimane, culminate con l’iniziativa in comune di campagna elettorale a Milano. In realtà siamo precipitosamente tornati ai minimi storici. Renzi non ha infatti gradito l’uscita post-voto dell’ex titolare del Mise, che si è detto apertamente pronto a “costruire la gamba liberal-democratica della coalizione di centrosinistra, se me lo chiede il Pd”. Un approccio totalmente opposto a quello dell’ex premier, che però ora rischia seriamente di vedere quello spazio volare via. Anche in questo caso Renzi lo dice in maniera netta: “Non mi metto a rifare la Margherita”. Il non detto di questa frase è che lui non ha alcuna intenzione di fare qualcosa “con” il Pd, ma “in contrapposizione” al Pd. Ossia, sarebbe pronto a buttarsi nella nuova avventura solo se avesse delle garanzie sul fatto che un giorno possa diventare una forza egemone, che vada a pescare nell’elettorato del Pd, non una “lista” a supporto dei democratici. Il problema è che queste garanzie, ora come ora, non gliele può dare nessuno. Pochissimi sono i parlamentari (e ancora meno gli amministratori) disposti a seguirlo in questo percorso di rottura. Non ci sono le necessarie certezze dal punto di vista economico ed elettorale. E inoltre, il nuovo segretario Zingaretti non ha fornito alcun “assist” polemico, riconoscendo invece la generosità di tutte le anime del Pd in questa fase così difficile e pacificando un mondo che sembrava destinato all’eterna guerra civile. Motivo in più per cui i dolori del giovane Matteo sono destinati a continuare… Tant’é che per la serie: “facciamoci del male, continuiamo a farci del male”.  Il parlamentare emiliano Luigi Marattin, componente la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati caratterialmente iper-attivo, iper-presente nei talk, un protagonista delle ultime “raffiche” del renzismo, già consigliere economico a palazzo Chigi nei famosi mille giorni, sottolinea che: “Il Pd regionale dell’Emilia Romagna non elegge un segretario con le primarie da dieci anni. Il modo migliore per sostenere la candidatura di Stefano Bonaccini, è rinnovare il Pd attraverso un congresso straordinario”. Richiesta, questa, che sarebbe resa necessaria e urgente dalla sconfitta a Ferrara e Forlì.  Che significa? Spieghiamo meglio, per i non addetti ai lavori: l’Italia è in mano a Salvini, è in atto la più grande svolta a destra della storia della Repubblica, il Pd, che un anno fa era morto ha dato un segnale di vitalità, tra pochi mesi si vota proprio in Emilia Romagna (e in Umbria) e, il giorno dopo una tornata amministrativa tutto sommato positiva, è ripartita nel partito la strategia della destabilizzazione interna della segreteria Zingaretti da parte degli irriducibili dell’ex premier. Che, invece, di porsi il problema di come contrastare la Lega in Emilia Romagna nei prossimi mesi, e dunque di come parlare alla società e convogliare tutte le energie verso l’esterno, chiedono, in sostanza, una conta tutta interna a campagna elettorale di fatto già iniziata, come se il problema fosse la scelta nelle primarie del nuovo candidato a segretario regionale. Quando quello che c’è, numeri alla mano non ha fatto per niente male… guadagnando 5 punti rispetto alle politiche di un anno fa con un più 35mila voti pur con un’affluenza più bassa di elettori. In un partito “normale” il dibattito sarebbe sulle indicazioni politiche che arrivano dal voto. Ad esempio ha funzionato il “modello Modena” dove il sindaco uscente del Pd che, sulla base dei numeri del 2018 era destinato alla sconfitta, ha vinto al primo turno con una coalizione molto rinnovata e molto civica, capace di andare oltre i confini del voto di appartenenza e di intercettare il voto in uscita dai Cinque Stelle. A Ferrara, invece, dove la sinistra è andata divisa ed è stato impossibile costruire una coalizione, si è perso male dopo 70 anni. È evidente che la discussione non è collocata a questa altezza. Parliamoci francamente, quel che sta accadendo è molto chiaro: è ripartito il “fuocherello amico”. Renzi che, subito dopo il voto alle Europee, parla di “pareggio” negando il passo in avanti rispetto al 17 alle politiche, poi, intervistato a Repubblica delle idee, a urne aperte cosparge rancore sui Cinque Stelle (quando il loro elettorato, alle amministrative aveva iniziato a votare Pd), su Enrico Letta, sui Sindacati, sulla Sinistra radicale. E ancora: nei giorni scorsi si è dimesso il suo segretario regionale in Basilicata, Mario Polese, altro suo fedelissimo in modo da togliere l’alibi sulla sua regione e preparare l’affondo sull’Emilia. Poi la Ascani che, in Umbria, ha riscoperto la rottamazione del “tutti a casa”, dopo che solo qualche mese fa aveva sostenuto il segretario del Pd Giampiero Bocci, finito ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati. Un fuocherello amico, tutto politicista, fatto di revanchismo mai sopito, tattiche di corto respiro, asfittica auto-referenzialità. Eppure di materia per una discussione alta ce ne sarebbe in una tornata amministrativa dove perdi a Piombino e vinci a Capua o Nola dove hai sempre perso e torni a conquistare Livorno dopo la catarsi grillina. Un tema è la difficoltà a tenere nel tuo blocco sociale tradizionale, quando la risposta è la stanca riproposizione della propria nomenklatura e di un modello che appare chiuso e impermeabile allo spirito del tempo. La ridotta del renzismo (a ben vedere sempre meno numerosa) punta al default autunnale del Pd in Umbria ed Emilia per chiedere un “congresso straordinario”, adesso che il ritorno al voto sembrerebbe non essere più un’ipotesi all’ordine del giorno. Con buona pace di Luigi Di Maio & C. attaccati come cozze al “Capitano” Salvini. Cosa che alla fine sembra non dispiacere nemmeno a Renzi & C. L’ex premier e il leader grillino hanno, per motivi diversi, tutto l’interesse ad allontanare sia l’ipotesi di voto anticipato sia quella di un governo del Presidente appoggiato dal M5s e dal Pd zingarettiano. Già, quello tra Luigi Di Maio e Matteo Renzi corre il rischio di passare alla storia (senza dirlo) come il primo patto di desistenza della Terza Repubblica. «Io non tratto con Nicola Zingaretti per un governo cinque stelle-Pd», promette il primo. «Io, invece, farò in modo che i miei alla Camera e al Senato si mettano di traverso, se si profila questa ipotesi», garantisce l’altro. E non hanno avuto neppure bisogno di farsi una telefonata, Luigi e Matteo I*, per stringere un’alleanza molto difensiva rispetto a un’evoluzione del quadro politico che potrebbe spazzarli via. A fare da tramite è stato Vincenzo Spadafora, oggi sottosegretario con delega alle Pari opportunità e ai Giovani e soprattutto consigliere di Di Maio per le nomine, ma in passato cresciuto nella Margherita alla scuola di Francesco Rutelli, proprio come Renzi. Divisi da tutto e completamente diversi, il leader pentastellato e l’ex segretario del Pd hanno scoperto di avere la stessa esigenza: allontanare lo spettro della crisi di governo e soprattutto delle elezioni. Sul vicepremier, in caso di voto, pende la tegola del secondo mandato, che potrebbe tenerlo fuori dal futuro parlamento. Senza contare le tentazioni di Davide Casaleggio di cambiare cavallo. L’ex sindaco di Firenze – nella sua nuova vita a metà tra conferenziere ben remunerato e battitore libero per ora dentro il Pd – invece ha bisogno di tempo per rifarsi una verginità politica per poi, almeno nelle sue intenzioni, puntare a riprendersi il partito. A entrambi non piace l‘attivismo di Zingaretti che potrebbe essere il pilastro di un governo del Presidente (cioè influenzato da Sergio Mattarella) per ribaltare l’attuale maggioranza gialloverde proprio sull’asse M5s-Pd.  Attraverso Spadafora, che da mesi fa da ponte, i due hanno deciso di mandarsi messaggi rassicuranti. Anche perché nei rispettivi partiti sono molti a guardare alle nozze tra il grillini e il Nazareno per uscire dall’impasse e mettere all’angolo Matteo Salvini. Di Maio, non trattando con Zingaretti, finirà per togliere autorevolezza al nuovo leader del Partito democratico. L’ex sindaco di Firenze, forte di una pattuglia di fedelissimi sia nel correntone Lotti-Guerini (a proposito di Lotti, e ciò che sta emergendo sulla sua influenza sul CSM). Sempre difeso da Renzi contro l’ipocrisia della stampa che lo “lincia”. Ma quanta ipocrisia c’è nel sostenere che non c’è nessun reato ignorando l’opportunità politica e il senso morale di un’azione tesa a condizionare le carriere dei giudici mortificandone l’autonomia costituzionalmente garantita? Lotti deve lasciare subito il PD e i renziani devono interrogarsi e correggere le loro condotte, che per guardare al potere, prescindono da ogni giudizio di opportunità e di morale politica. “Non c’è reato, per ora. Ma al di là dei termini legali, esiste in politica una questione etica. Come diceva Enrico Berlinguer”. Altrimenti devono andarsene anche loro dal PD! Renzi anche tra i lealisti guidati da Roberto Giachetti, mantiene ancora i numeri per bloccare in parlamento ogni inciucio benedetto dal Colle nel tentativo di resistere come corrente ad ogni reale cambiamento di un  Pd, più orizzontale e collettivo nella dirigenza e nelle politiche… in una parola meno leaderistico ed elitario.  Renzi, in autunno quando la sua ridotta renziana (che a ben vedere è sempre meno numerosa) punterà ancora sul default autunnale del Pd in Umbria ed Emilia per richiedere Lui un “congresso straordinario”. Dite che tutto ciò è incredibile? Sia come sia, è chiaro che da oggi l’Emilia è l’ultima frontiera del rancore reducista di un pezzo del Pd, che coltiva l’illusione del ritorno sulle ceneri della sinistra, adesso che l’orizzonte del “partito di Renzi” è tramontato nelle urne, perché non c’è più lo spazio politico di una scissione e  sarebbe incomprensibile rompere un partito comunque arrivato secondo. Siamo al “muoia Sansone e tutti i Filistei”, sublimazione parossistica di un leader che ha solo il rancore come strategia e il potere personale come obiettivo, come tentò anche con la pubblicazione del suo ultimo libro “un’altra strada” a primarie in corso, nel tentativo di farle fallire…  attraverso una scarsa affluenza. La notizia  nuova però è che… quando si andrà a votare di nuovo, un Pd  se veramente rinnovato non lo rimetterà in lista (a meno che non voglia subire un’ulteriore definitiva sconfitta) necessità che renderebbe finalmente chiaro il cambiamento d’impostazione del partito e permetterebbe così di ravvicinare quell’elettorato che deluso dai 5 Stelle già non li vota più… rifugiandosi nell’astensione. Cosa si vuole dire? Che solo un Pd senza Renzi e senza i suoi irriducibili, tra le sue fila, può recuperare una buona parte del suo elettorato. Per poi recuperarlo tutto e possibilmente ancor di più, deve rispondere in modo radicale alla situazione del Paese…  radicando di nuovo sui territori il partito e ritornando nelle periferie delle grandi città, rinnovandola sua organizzazione e soprattutto le politiche necessarie a respingere le diseguaglianze e le povertà crescenti, rimettendo al centro della sua attività politica  la questione del lavoro che manca e che cambia, nonché quelle dell’Ambiente e della sua tutela, per uno sviluppo  economico e sociale compatibili in un mondo che è cambiato e va ulteriormente cambiando e spesso lo fa contro le persone… Infine, visto che si celebrano i 35 anni dalla scomparsa di Berlinguer, riaprire il ragionamento sulla politica e “la questione morale” è sempre più necessario. In altre parole è solo così che il PD dimostrerà che: “i Filistei hanno imparato a sopravvivere e anche piuttosto bene” alla faccia di Renzi e del renzismo…

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