PD: la retromarcia del partito democratico sul referendum è venuta meno e al Nazzareno sulla base dei sondaggi per il voto regionale si trema…

Al Nazareno si vive una situazione farsesca: il PD rischia di perdere le sue roccaforti alle regionali e di spaccarsi nel referendum sul taglio dei parlamentari. Il Partito democratico è ormai nudo e il suo segretario inizia a temere per la tenuta del governo e anche per la sua posizione. E allora mette le mani avanti. Se si perde, sarà per colpa di Luigi Di Maio e Matteo Renzi. E anche di quei compagni che invece di fare campagna elettorale nelle regioni che vanno al voto si stanno impegnando per il No. Nelle ore della grande paura Nicola Zingaretti ha esternato in modo molto nervoso la barricata, nel caso in cui alle 15,01 del 21 settembre p.v. comincino a piovere dati drammatici. La Toscana sembra sempre più in bilico, come da settimane dice chi conosce la situazione. Settant’anni di governo di sinistra rischiano di essere seppelliti da una ragazza che detesta il pacifismo di John Lennon: inimmaginabile, eppure potrebbe essere da mettere nel conto. Se cade la Toscana, cade Zingaretti, e se cade Zingaretti trema anche il governo Conte. La rabbia al Nazareno è altissima e il Segretario, sotto stress, non si capacita del tradimento di Di Maio, che aveva scomodato Rousseau per vidimare la scelta inedita di fare alleanze, suscitando l’euforia dello stesso Zingaretti, salvo poi rendersi conto che il Movimento Cinque stelle aveva mentito ancora una volta su se stesso (nessuno è ormai in grado di governarlo) lasciando solo il Pd dinanzi a una destra agguerrita nelle Marche, in Puglia e appunto in Toscana.  Sono incorreggibili i 5 stelle non sono per nulla maturati, fino ad oggi l’hanno semplicemente …fatta franca. Il fatto che una volta al governo il Movimento abbia abbandonato molte delle più estreme scelleratezze alimentate e diffuse prima di ottenere il potere non vuol dire proprio niente. Di una loro eventuale reale evoluzione politica si potrà parlare dopo averli visti (con numeri più reali) di nuovo all’opposizione. Ma non si potrà parlare di una vera svolta politica finché difenderanno tutti i provvedimenti del governo gialloverde e le loro campagne di odio contro l’ establishment.  E che altro dire… il capo del Partito democratico (con piena ragione) ce l’ha a morte anche con Matteo Renzi, anche lui, secondo i democratici, ritiratosi dalla lotta in Puglia, in Liguria, nelle Marche, preferendo coltivare il suo orticello (mai fiorito) e anzi imbastendo una trappola per Emiliano (candidando Scalfarotto) assieme a un altro mezzo traditore: Carlo Calenda. Ricordiamolo ben tre le scissioni subite dal Pd. Siamo, come si vede, nel bel mezzo della tragedia shakespeariana, ove la figura di Iago fa continuamente capolino dietro le sembianze ora dei Cinque stelle, ora di Italia viva, ora di Azione. E i sospetti che tutto vada in direzione di voler far cadere il governo, oltre che la leadership del Partito democratico, si annidano anche tra i sostenitori del No al referendum, i quali avrebbero anche qualche buona ragione, ma sono nutriti – almeno una buona porzione di essi – proprio dal calcolo di mandare tutto all’aria. Zingaretti: “Il ‘No’ al Referendum porterebbe conseguenze nel governo” Il segretario dei Dem è preoccupato dal fuoco amico: “Chi vuole le elezioni lo dica”. E Ribadisce con il Commissario UE Gentiloni anche l’importanza del Mes. E continua: “Non è più possibile sopportare l’ipocrisia di chi agisce per destabilizzare il quadro politico attuale, mentre c’è chi si carica spesso da solo la responsabilità della tenuta unitaria, l’immenso lavoro di lotta quotidiana, di fronteggiamento delle drammatiche condizioni date, di far avanzare avanti, nei processi reali, le nostre idee e i nostri valori per un’Italia diversa. Ripeto, ci impegneremo fino alla fine affinché la riduzione del numero dei parlamentari (da sempre proposta dal Pd e da noi votata alla Camera un anno fa) avvenga dentro un quadro riformatore il più coerente possibile, che garantisca il funzionamento della democrazia e che la rafforzi. Ma chi, con le sue ragioni, reputa conclusa la fase di collaborazione con il Movimento 5 stelle e Italia viva, non crei confusioni, indichi un’altra strada, chiara e praticabile. Il Pd è pronto ad affrontare qualsiasi scenario e, anche personalmente, non ho timore di affrontare elezioni politiche immediate. Quello che è difficile da affrontare sono, invece, le furbizie e i bizantinismi; oppure le ipocrisie di chi sostiene che perdendo le regionali e vincendo il No al referendum, si potrebbe continuare tutto come prima, senza riflessi sulla tenuta del governo e sulla vita della legislatura”. Un allarme chiaro sulla possibilità che qualsiasi sia il risultato alle regionali e al referendum… tutto resti com’è. Il Partito democratico è come si diceva nudo: senza veri alleati e con qualche traditore fra le proprie fila, lasciato solo dinanzi alla aggressività di  Salvini e Meloni. Pertanto, sembra dire Zingaretti: “toccherà a noi salvare l’Italia dalla destra”, per questo andremo “strada per strada” (qui echi del drammatico ultimo discorso di Enrico Berlinguer a Padova), improvvisamente drammatizzando l’appuntamento delle Regionali e forse con ciò compiendo l’ennesimo errore, non mancando i precedenti di leader che alle Regionali si fecero male, da Massimo D’Alema a Walter Veltroni. Di qui l’appello al voto utile: se Di Maio e Renzi hanno rotto di fatto l’alleanza (contrariamente, fra l’altro, al vecchio appello di Giuseppe Conte, nel frattempo ritiratosi in silenzio sotto la tenda), votate per noi, unico argine alla destra. Come si incastri questa perorazione inusualmente drammatica per uno come l’attuale Segretario del Pd con la questione del referendum non è chiarissimo. Forse non si incastra per niente, probabilmente è solo un secondo capitolo del cantiere dés doléances zingarettiano, un ammonimento a quanti secondo lui brandiscono il No per ottenerne la testa. Ma come non doveva vincere il Sì a mani basse? Evidentemente il segretario non ne è più tanto sicuro (non della vittoria …ma delle mani basse) se ha sentito il bisogno di effettuare un vistoso strappo alle regole interne, anzi citando il Sì a sei giorni dalla Direzione che in teoria dovrebbe decidere la linea. Lo hanno fatto notare Tommaso Nannicini: «che la facciamo a fare la Direzione se è già tutto deciso?»  e Matteo Orfini: «situazione farsesca». Ma quando la paura fa novanta la frizione può scappare. E infatti è sicuramente scappata. D’altronde dopo la presa di posizione di personalità di peso come Prodi e Violante, oltre che di attuali dirigenti come Gori, Nannicini, Cuperlo e Orsini e presto probabilmente anche del ministro Lorenzo Guerini, il partito di Zingaretti vede naufragare la possibilità di tenere sul referendum una linea soft, né sì né no… e libertà di voto. In breve: «Diciamo di votare Sì ma non facciamo di questo referendum una crociata». Una battaglia politica molto soft, un esporsi senza troppo esporsi, una tattica di solito infallibile. Ma  questa volta sembrerebbe non essere così. L’impressione, da questo punto di vista, è che le tesi per il No argomentate da esponenti prestigiosi come Prodi, Violante, Castagnetti, oltre che da vari dirigenti di peso, abbiano avuto un forte ruolo nell’irrigidire la linea del Nazareno che nei primi giorni era apparsa più “morbida”.  Come detto all’elenco di fautori del No sembrerebbe presto aggiungersi anche un ministro di gran peso come Lorenzo Guerini, ministro della Difesa. Non ci sono conferme, ma chi ha parlato con lui sa che Guerini non è affatto insensibile al ragionamento fatto da molti cattolici democratici per i quali questa riforma non è certo una minaccia per la democrazia ma è un taglio a casaccio della Costituzione che peraltro rischia di peggiorare la qualità dell’operato del Parlamento e creare un problema alla rappresentanza. Guerini inoltre è il leader di una delle componenti più forti del Pd, Base riformista, che pure vede al suo interno forti sostenitori del Sì, a riprova di un certo qual rimescolamento di carte, per ora sul referendum e domani chissà su cosa. Tutto consiglia di evitare di mettere decisamente la faccia su un referendum che appare sfasato rispetto all’agenda del Paese e peraltro divide ulteriormente il partito, il Nazareno rimanda in qualche modo la palla a palazzo Chigi. Si insiste molto su Giuseppe Conte perché il governo scenda ufficialmente in campo per sbloccare l’impasse sulla legge elettorale, l’araba fenice e sempre evocata da Zingaretti per far digerire ai suoi elettori un Sì che continua a perdere terreno nei sondaggi, come ha scritto recentemente sulla Stampa Alessandra Ghisleri. E mentre la destra si defila (ultimo, Silvio Berlusconi, libertà di coscienza) è logico che il Pd non voglia restare da solo, assieme (si fa per dire)  a Vito Crimi, con il cerino in mano… ma forse è già troppo tardi e i tanti ‘cecchini’ hanno già preso la mira… chi sarà il primo che tirerà il grilletto?

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