PD: ma perché Renzi odia così tanto il Pd?

La domanda è: ma perché Renzi odia così tanto il Pd? Lo vuole proprio distruggere. Lui continua a comportarsi come se fosse ancora il segretario del PD. Dalla posizione di semplice Senatore rilascia interviste come quella al Messaggero di qualche giorno fa, dove dichiara: “Questo governo scherza col fuoco. La coesione sociale è a rischio, Salvini abbassi i toni”. Renzi critica anche Di Maio: “Massacra le imprese, a me sembra strano che nessuno sia ancora sceso in piazza”. Critica anche sui vaccini: “Il passo indietro sui vaccini è vergognoso, ma dentro ai 5stelle emerge finalmente il dissenso”. E non  contento rilancia apparendo a sorpresa in una diretta Facebook da Palazzo Giustiniani – “l’ultima diretta prima delle vacanze” –  “Presto toccherà di nuovo a noi”. Ed evoca le inchieste sui fondi della Lega e sui troll contro Mattarella. L’ex premier ripete di voler essere ascoltato dalla procura di Roma sull’attacco online al capo dello Stato e dice: “E se i magistrati scoprissero che ci sono in questo Paese strutture per metà private e per metà politiche che decidono di mettere in piedi un attacco al presidente tramite profili falsi e fake news?” Ora al di là del merito, a mio modesto parere per alcuni ambiti anche condivisibile, da altri e per altro sicuramente no. Ogni presa di posizione di Renzi, oltre essere bellamente ignorata da Salvini e Di maio & rispettivi C., provoca invece un negativo sussulto in quel che resta del PD, minandone ulteriormente il consenso. Perché? Il semplice fatto che il Pd continui ad essere percepito dagli elettori come “il giochino” personale di Matteo Renzi, mette di fatto a rischio la sopravvivenza del partito e il suo ruolo… Tra questi 3 leader che tanto si assomigliano nell‘arrogante bullismo comportamentale e comunicativo, è in corso un personalissimo scontro, che va dall’aereo di stato di Renzi a tutto ciò che dall’uno e stato fatto o detto, a quanto gli altri due dicono o hanno in conto di fare. In breve la nostra politica è ostaggio delle ripicche personali intrecciate di questi 3 veri ‘mascalzoni’ nostrani. Ma stando a Renzi, che degl’altri due dirà alquanto presto la cronaca politica ed economica a partire dal prossimo autunno. L’ex leader ripete in modo ormai ossessivo il suo sbaglio mortale del dicembre 2016: “Se perdo lascio la politica”, aveva detto e invece è ancora intento a combattere, dentro il partito, minacciando con la sua maggioranza parlamentare, l’ormai ampia platea dei sui avversari di partito: Orlando, Cuperlo e Emiliano, ma anche Gentiloni, Minniti e gli altri Ministri di quel governo, nonché l’attuale Segretario Martina e in prospettiva Nicola Zingaretti, che ufficialmente si è candidato a Segretario al prossimo imminente (forse) congresso. Ricordiamoci l’intervento in assemblea di Renzi ad inizio luglio, dove lui imputava come responsabile della sconfitta elettorale del marzo scorso e di quelle susseguitesi subito dopo, l’ex amico Gentiloni e il suo Governo. Il PD, è stato sconfitto nelle sue ultime roccaforti, insidiato proprio in quelle città dove era riuscito la volta precedente ad arginare la Caporetto nelle elezioni politiche (la non vittoria di Bersani). Ora è sconfitto in maniera devastante in Toscana, dopo esserlo stato in Umbria e in Emilia Romagna. Sconfitto a Massa, a Pisa, a Siena. Sconfitto ad Imola, nella (un tempo) rossissima Imola. Sconfitto in Sardegna, nella sfida simbolicamente importante di Assemini (dove avevano governato i vertici regionali del M5s). Governava in 59 comuni di quelli in cui si è votato, adesso sopravvive con difficoltà in appena 26… Il PD continua così oltre ogni ”limite” a dover sopportare l’iniziativa di Renzi e dei suoi sodali, che facendo da controcanto alla nuova Segreteria “unitaria” (si fa sempre per dire) messa su da Martina, puntano a riconquistare la leadership del partito e probabilmente a rinviare alle calende greche (con buona pace di Calenda) il già in ritardo congresso ‘rifondativo’ dei Dem”. Il rischio di “pasokkizzazione” è dietro l’angolo. Quello che è accaduto ai socialisti francesi potrebbe ripetersi in peggio ai Dem italiani. Il punto, infatti, è proprio questo. Dopo le elezioni politiche, ancora una volta l’ex segretario del Pd aveva annunciato (anche se “obtorto collo”) che avrebbe smesso di occuparsi del partito, come di solito fanno senza bisogno che glielo chieda nessuno tutti i leader sconfitti della sinistra in tutti i paesi del mondo (e soprattutto in Europa). Renzi non lo ha fatto, anzi. Ha imposto la sua linea sul nascente governo, ha fermato platealmente l’incoronazione di un nuovo segretario nel partito, rinviandola a un tempo incerto, è arrivato addirittura a prendersi tutto lo spazio mediatico nel discorso della sfiducia al Senato al governo gialloverde. Risultato: tutta Italia avverte che il leader del partito, incarico a parte, è lui. Ognuno di questi passaggi non è stato indolore, ed è stato, a ben vedere, un ulteriore danno di immagine per il Pd. In primo luogo quando Renzi ha temporeggiato sulle proprie dimissioni, auto-assegnandosi il ruolo di “garante della linea”. Poi quando è andato ospite da Fabio Fazio (si badi bene, non negli organismi dirigenti) per anticipare il dibattito della direzione e imponendo il suo veto a qualsiasi accordo in parlamento (il governo gialloverde di fatto è nato quel giorno). Poi quando ha costretto Martina a rinunciare ad essere eletto in Assemblea nazionale. “Tocca a me, stavolta tocca a me!”, aveva gridato speranzoso il reggente. Ma poi Renzi lo ha bloccato, rinviandone l’elezione di qualche tempo, in uno scenario folle, con i dirigenti convocati per eleggere un nuovo segretario e costretti a tornare a casa. Reciproca elisione, caminetti, trattative, veleni. Un‘immagine veramente devastante… Il Pd è sempre più in agonia: dipendenti in cassa integrazione (perché le casse sono state dissestate dalla campagna renziana sul referendum, condotta con spese folli) sezioni chiuse, eletti ridotti al lumicino, sindaci un tempo radicati travolti sul territorio come fuscelli. Intanto dopo il venir meno del finanziamento pubblico ai partiti (grazie anche al populismo renziano) l’unico ramo di azienda florido sono le fondazioni parallele con in testa Eyu, che batte cassa tra vip e imprenditori. Mentre – ironia della sorte – il nome di tre testate si sono estinti durante la segreteria di Renzi. Il tesoriere Bonifazi, raggiunto da una richiesta di chiarimenti del Corriere della sera sui fondi incassati dal costruttore Parnasi, invece di rispondere ha denunciato il giornalista. Il Pd autoproclamatosi opposizione non sa farla, perché si comporta sempre come se fosse al governo. Il Pd si sente psicologicamente a Palazzo Chigi, e non riesce a ritrovarsi in nessun luogo. Perde persino nelle roccaforti operaie (vedi Terni) dove il primo partito è la Lega. Resta dominante solo il cosiddetto partito Ztl (nel centro di alcune grandi città e della Capitale), ma per quanto? Tra il post-Bersanismo di Martina, tra il riformismo di Calenda e il governismo di Gentiloni, Renzi si preoccupa che il partito gli riconsegni le chiavi di casa, magari attraverso un Avatar lealista come Delrio (che continua a dir di no) o altri come il buon Ettore Rosato o perché no una donna… ma chi? La ex Ministra delle Riforme del governo Renzi nonché ex Segretaria del Consiglio dei Ministri del Governo Gentiloni Maria Elena Boschi? Per dirla con lo storico Revelli: “Boschi candidata segretaria Pd? Un po’ di pudore non farebbe male, questo è accanimento terapeutico!” Renzi è un giovane ma già vecchio reduce. Non ha un lavoro (non ha mai lavorato in vita sua, se non nell’azienda di papà), e non ha un vero piano B (conferenziere internazionale e conduttore di trasmissioni TV, sono specchietti per le allodole… o se preferite spot per la “distrazione di massa”). Forse non ha più una maggioranza nel partito (è per questo che negli organismi ha evitato di contarsi e solo grazie ai “nominati” del Rosatellum avendo blindato i gruppi parlamentari con i suoi fedelissimi, avendo sempre fatto soltanto politica, pur avendo portato la sinistra italiana al suo minimo storico in un intero secolo di vita, non pensa minimamente di lasciare. E’ umanamente comprensibile. Se ne volesse andare, dove mai potrebbe andare, continuando a primeggiare (vista la sfrenata indole narcisista) sul palcoscenico mediatico nazionale e internazionale? Da tutto ciò, nasce la “strategia pop-corn”, l’ultima delle tante illusioni: mettersi in poltrona a “godersi lo spettacolo”, illudersi di cavalcare l’onda emotiva potente dell’anti-gialloverdismo – “A noi gli elettori hanno assegnato il compito dell’opposizione”- convincendosi così che prima o poi passerà “à nuttata”, e tornerà il suo momento. Si va beh, ma la Sinistra, il PD la sua identità e un ruolo effettivo d’opposizione? Che centro Io con tutto ciò? “Io so’ Renzi e voi nun siete un c….” Non è per questo, dopotutto, che ha accoltellato anche Paolo Gentiloni (dopo Letta) decapitando al momento delle candidature elettorali tutti i suoi uomini? Dandogli del “traditore” dopo il voto in alcune drammatiche conversazioni telefoniche? Rifiutandosi di indicarlo come premier in campagna elettorale per coltivare fino all’ultimo la speranza di vincere, con un miracolo che lo riportasse a Palazzo Chigi? I pochi ma rumorosi fan applaudono, si spellano le mani sui social, alcuni operatori strategici della rete, volontari o organizzati, continuano a combattere e provano a dare l’idea di essere un frammento rappresentativo del corpo elettorale… Quello che ha fatto cadere le roccaforti rosse viene da un vento nazionale: ed è un vento che fa dire a gran parte del popolo di sinistra: “Piuttosto che Renzi, meglio Salvini”. Piuttosto che questi del PD, “meglio il M5s”. Mai come in questi due anni si è allargata la forbice tra la base e gli elettori che vivono nel mondo reale, e le presunte classi dirigenti del partito democratico che speravano di archiviare la catastrofe delle politiche con una semplice quaresima. La demonizzazione dell’avversario gratifica il ceto politico, gasa la curva sud e i vibioni social del #senzadime, ma non conquisterà un solo voto in più. Se il PD vuole tornare a vincere ed evitare di scomparire, il Pd deve innanzitutto ‘de-renzizzarsi’ sia nel gruppo dirigente, sia nell’immagine, ricostruendo una identità di Sinistra moderna sui contenuti del mondo del lavoro e i suoi cambiamenti e sui temi sociali ponendo al centro della propria azione la lotta alle diseguaglianze e alla povertà crescenti, deve tornare tra il popolo sui territori e chiedere anche scusa… deve “rifondare” se stesso e le sue ragioni… e deve farlo rapidamente senza perdere un secondo in più. Deve farlo prima (se già non lo è) che sia troppo tardi…

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