PD: Renzi e i renziani cercano solo la vendetta. Il partito in agonia si avvia alla fine triste di primarie senza popolo…

Il dibattito dei tre candidati alla segreteria su Sky sembrava un aperitivo alquanto dimesso, uno spritz alla spicciolata al bar. Zero temi, tutti a parlare di se stessi, dei 5 Stelle e di Salvini. E alle primarie ci si aspetta un milione di persone, la metà del 2013. La domanda è d’obbligo: esiste ancora una comunità del Pd? Eccoci quindi alle primarie. Dopo una lunga gestazione, come conviene a qualsiasi ‘pachiderma’ che qualcuno vorrebbe addirittura liquido è arrivato il benedetto giorno dell’incoronazione del re. E ieri l’altro c’è stato anche il dibattito su Sky. Bruttino. Si può dire? Alquanto dimesso. Scostamenti sui temi, quasi nessuno, se non nei modi sempre abbastanza adolescenziali di Giacchetti (che come tutti quelli senza troppe possibilità spara a salve anche contro i cartonati, ormai) e pochissima chiarezza sui rapporti con gli altri (tranne, va detto, proprio Giachetti). Ascoltare questo Pd parlare d’Europa, così come avvenuto nell’occasione, appare come una lunga, noiosa, predica laica, una di quelle che tocca per forza fare come se fosse un passaggio obbligato del rito… Poi tutti a parlare di se stessi, dei Cinque Stelle e di Salvini. Avete presente quelli che per risultare differenti si mettono a confronto con il peggio che c’è sul mercato, così tanto da sembrare patetici? Ecco, così. Il contrario esatto di Salvini, tra l’altro, che ogni volta, anche se in diretta facebook, parla di qualcosa riesce a lasciare la netta sensazione di come l’eventuale decisione possa impattare sulla vita reale delle persone. Per un attimo l’Europa mi è sembrata quasi più vicina e compagna di Zingaretti e soci. Che poi, se ci pensate bene, è proprio l’Europa a parlare (e a dare indicazioni) su asili, sul welfare, sulla necessità di finanziare scuola e ricerca e di fare passi avanti sulle donne e sulla parità. A proposito: donne? Non pervenute. Non solo come candidate (in realtà Giacchetti corre con una donna) ma soprattutto come front woman e come centro di elaborazione delle idee. E parlare delle donne oggi è un tema fortissimamente maschile se ci pensate perché sono le donne che più spesso affrontano i temi della vita normale che sembra interessare così poco al PD… Eppure proprio la insipidità dei candidati rende gli elettori di queste primarie l’unico dato veramente interessante per rispondere alla domanda già formulata: esiste ancora quella comunità PD? Io ho sempre avuto una sensazione, anche in tempi migliori. La primarie del Pd, sono sempre state alla fine finte, anche quando sembrava che contavano qualcosa… E oggi sono un rito stanco, che va ripensato completamente. Quello che doveva essere un momento di apertura è confronto, è diventato lo strumento con cui si è sempre eletto il candidato favorito e azzerata ogni reale discussione di merito… E Domenica 3 marzo quel che resta del popolo del Partito Democratico è chiamato (nuovamente) alle urne e ai gazebo per eleggere il nuovo segretario. Lo farà, come al solito, attraverso primarie aperte, il meccanismo di partecipazione introdotto da Walter Veltroni nel 2007 come specificità del nuovo partito. Un partito al tempo stesso nuovo e diverso. Uno scarto netto rispetto alle esperienze passate in cui il personale politico veniva scelto in congressi lunghissimi dedicati ai soli iscritti. Un partito “pop”, allineato allo spirito del tempo e funzionale al mondo che trasforma ogni cosa in uno spettacolo. Quello che sembrava un tentativo nobilissimo di rinnovare attraverso l’ascolto degli elettori e dei simpatizzanti — non solo, quindi, le persone che decidono di iscriversi a di legare la propria esperienza quotidiana alla militanza — un’offerta politica forse troppo stagnante si è rivelata, dopo tredici anni ora lo possiamo dire senza ombra di dubbio, un sostanziale fallimento… Posto che c’è stato effettivamente un periodo in cui le primarie del Partito Democratico contavano qualcosa per il paese, perché attraverso la scelta del segretario del più grande partito di centrosinistra si cercava comunque di orientare il dibattito politico e si determinava uno spostamento deciso di opinione nel campo largo dei progressisti italiani, con una partecipazione che si allargava fino a portare alle urne circa 3 milioni di votanti (un risultato oggettivamente interessante), si è trattato sempre e comunque di competizioni decise in partenza. L’apertura al pubblico ha portato alla possibilità solo teorica di un rovesciamento di fronte, di determinazione di sorprese che non ci sono mai state. A ogni elezione si confermava il vincitore annunciato. E se nel 2007 doveva vincere ovviamente Veltroni, e nel 2009 era ovvio che doveva vincere Pierluigi Bersani, era altrettanto scontato che nel 2013 la vittoria sarebbe stata di Matteo Renzi così come nel 2017. E da lunedì con tutta probabilità il segretario sarà Nicola Zingaretti. A riguardo nessuna possibilità di sorpresa. Tuttavia… una sorpresa ci potrebbe essere. Se Zingaretti non raggiungesse il 51% dei votanti ai gazebo (il fantomatico… almeno un milione), la parola passerebbe all’Assemblea Nazionale, eletta e composta attraverso congressi dei circoli sui vari territori… e naturalmente risultanti sulla base dei soliti “magheggi” tra le varie correnti. Ecco così spiegata la “trappola” voluta e preparata da Matteo Renzi e dai suoi “accoliti”, facendo finta di non essere in partita e tenendo il PD sotto ricatto di una possibile scissione con la creazione di un nuovo partito di Renzi… fino ad oggi sempre smentito (anche perché su questa ipotesi si è diviso al momento anche il “giglio magico”). Perché l’asticella è stata messa su un milione di voti? Perché, c’è uno spettro che si aggira tra i gazebo in corso di allestimento per le primarie democratiche di domani… Si tratta del “quarto” candidato. Quello occulto. Quello che non ha presentato le firme per poter entrare nella competizione. E che pure sta accompagnando questa fin troppo silenziosa campagna pre-voto e che si staglia invisibilmente in fondo, tra gli scrutatori che dovranno contare le schede. Si tratta di per l’appunto di Matteo Renzi. E già, perché l’ex segretario del Pd è in realtà il vero antagonista che i tre concorrenti ufficiali dovranno affrontare. O almeno due di essi. Il cuore, infatti, della partita che si sta giocando con l’ultimo atto congressuale non riguarda solo l’elezione del nuovo segretario. Ma anche l’archiviazione o meno della stagione renziana. Apertasi nel 2014 e che nessuno ha mai davvero chiuso. Nonostante le due pesanti sconfitte elettorali subite: quella del referendum costituzionale e quella dell’ultimo voto politico. Un milione di votanti per battere quindi Renzi, sfidante occulto?! Questo spettro, però, è multiforme. A volte assumendo le sembianze del senatore toscano. Altre quella della scarsa affluenza. Il milione di partecipanti al voto, spesso indicato come obiettivo da Zingaretti e da Martina, non è un dato casuale. Rappresenta bensì la soglia che tutti considerano “legittimante”. Nel 2017 (la seconda di Renzi), ad esempio, furono proprio poco più di 1,2 milioni. Senza quella legittimazione popolare, allora, tutto rischia di ricominciare daccapo. “Matteo – spiegano gli uomini più vicini a Zingaretti – punta far fallire la partecipazione popolare ai gazebo per poter dire che non hanno lo stesso valore di quelle precedenti. E poter dire – magari dopo un risultato insufficiente alle europee – ‘vedete, non è colpa mia’. “Ma di questo PD”. Paure, certo solo paure. Tipiche di un partito che ha vissuto ogni gara con la sindrome del complotto. Eppure, stavolta c’è anche qualche dato che alimenta alcuni di quei timori. I seggi quest’anno saranno circa settemila, nel 2017 – quando venne eletto Renzi – erano il 15 per cento in più. Ma soprattutto i fondi per pubblicizzare le primarie sono incomparabili: una base di 50mila euro elevabile fino a 100mila se tutti i parlamentari democratici “morosi” pagheranno le loro quote. Nel 2017 il partito stanziò oltre 600 mila euro per la comunicazione. Per fare un esempio, sempre nel 2017, solo il famoso “treno di Renzi” venne pagato 130 mila euro. Per non parlare di quelle ancora precedenti, quando l’impegno economico fu ancora maggiore. Stavolta, in più, non c’è stato alcun aiuto da parte dei gruppi parlamentari. E quando la richiesta è arrivata negli uffici di Palazzo Madama e Montecitorio, il primo a rispondere “no” è stato il capogruppo dei senatori Marcucci, da sempre un fedelissimo del leader toscano. E’ evidente allora che poca pubblicità corrisponde a poca partecipazione. Anche la scelta della componente renziana di dividere il sostegno tra Giachetti e Martina per molti è stata finalizzata a non rendere reale la competizione e quindi abbassare la tensione. Rendere la partita meno avvincente. Così Maria Elena Boschi si ritrova sul fronte del “purismo” renziano rappresentato da Giachetti (che probabilmente sarà anche il prescelto dallo stesso ex premier) e Luca Lotti su quello “moderato” guidato da Martina. Il “fantasma” è dunque questo ed è il vero spauracchio di questa tornata. Non è un caso che proprio il candidato in pole position, Nicola Zingaretti, da tempo ripete lo stesso refrain: “Io non parlo di Renzi. E’ il passato, guardiamo al futuro. Parlarne, significa restituirgli centralità”. E persino Martina, ormai notevolmente irritato per come è stato alla fine trattato dagli uomini dell’ex segretario, non li attacca ma su un punto non transige: “Io dal partito non uscirò mai”. Una frase detta non a caso. Perché il retropensiero che la parte più motivata dei renziani continua a coltivare è quello della scissione. Magari dopo le europee, se il risultato dei democratici non dovesse segnare una ripresa rispetto al traguardo minimo conseguito il 4 marzo scorso. Perché per molti di loro l’obiettivo resta sempre quello di riprendere il comando di largo del Nazzareno o dar vita ad un altro soggetto. Per riconquistare centralità. Soprattutto se dopo il voto per Strasburgo si dovesse aprire una crisi di governo in grado di rimescolare le carte e offrire nuovi margini di manovra. Del resto, come diceva pochi giorni fa in transatlantico la deputata Alessia Morani, “Renzi ci sarà sempre”. Perché, come hanno più volte spiegato i suoi supporter, tra cui lo stesso capogruppo al Senato Marcucci, riferendosi alle manifestazioni in corso per la presentazione del nuovo libro, “i Democratici il loro leader lo hanno già scelto prima delle primarie”. E Matteo Renzi vuole questo PD morto e sepolto… e spera… ancora che sulle ceneri di questi ci possa essere la nascita definitiva del suo Partito Personale di centro. Insomma, numeri in calo e niente all’orizzonte che faccia prevedere un ritorno ai tempi più fastosi. Un milione di elettori sarebbero abbastanza, dicono tutti, accettando di fatto un dimezzamento rispetto a quelle del 2013. E alla fine tutto a posto così… Ma soprattutto nessuno dice a Matteo Renzi di smettere coi suoi maneggi… o meglio coi suoi ‘giochi di potere’: con cui alle Primarie del PD, Renzi partecipa con una campagna ombra. “Solo dopo dirò per chi ho votato”. Ieri la tappa in Puglia del tour per il suo libro, usato proprio per smarcarsi dalle primarie. Così Lui e i suoi sperano ancora di azzoppare la vittoria di Zingaretti… Renzi è fermo alla data del 4 dicembre 2016 e preso da un rancore incontrollabile sta cercando solo una vendetta personale contro il partito e nel tentativo personale di sopravvivere politicamente… Un militante, a Taranto, gli grida: “Alle primarie voto Renzi”. E Renzi gli dice: “Così annulli la scheda. Vota per chi ti pare”, ma vota chi è in campo. Chi sceglierà Renzi tra Giachetti, Martina e Zingaretti?, tutti lo vogliono sapere. E lui: “Non do indicazioni. Il mio appello alle urne è questo libro” (“L’altra strada”). Ma il voto di Matteo Renzi alle primarie ci sarà e non sarà un mistero: “A risultato acquisito dirò a chi è andata la mia preferenza”. Come se non avesse già scelto Giachetti. È una campagna parallela, quella di Renzi, convitato di pietra di queste primarie democratiche… E aggiunge: “Non avrò un impegno diretto nel partito”. L’altro giorno al Senato ha partecipato comunque a una riunione nella quale si è discusso di cooptare i senatori del Pd nell’Assemblea nazionale, il parlamentino che uscirà dalla consultazione. Un modo per assicurarsi una cospicua presenza renziana. Zingaretti si è allarmato, e alla fine si è mosso anche Dario Franceschini e la manovra è stata stoppata. Insomma, Renzi è in campo, a dispetto di ogni dichiarazione di neutralità. Questa partita è ancora la sua. Cos’era, del resto, la candidatura di Marco Minniti se non un tentativo di condizionare la sfida per la segreteria? I fedelissimi si sono divisi i sostegni: Lotti per Martina; Boschi, Scalfarotto, Gozi per Giachetti… Eppure proprio la insipidità dei candidati rende gli elettori di queste primarie l’unico dato veramente interessante per rispondere alla domanda che conviene porsi: esiste ancora il PD e la sua comunità? Questo è il dato fondamentale. Se esiste ancora quella comunità allora avrà senso sopportare le difficoltà del momento politico difficile e avrà senso sopportare anche le inesperienze di comunicazioni di Zingaretti o Martina entrambi ben lontani dal guasconismo di Renzi. Altrimenti forse sarebbe il caso di trovare il coraggio di porsi la seconda grande domanda che da mesi attanaglia gli stessi iscritti PD, i simpatizzanti e gli osservatori della politica: ma ha ancora senso l’esistenza del Pd?

E’ sempre tempo di Coacing! 

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