PD: “troppo tardi per una candidatura di area renziana alle primarie?” No! Troppo tardi per tutto…

Martina risponde a Renzi: “Non serve il lanciafiamme, ma ago e filo per ricostruire”. L’ex reggente segretario tornato in corsa per le primarie propone agli altri candidati un “patto di azione comune per un congresso serio e leale”. E a poche ore dal summit dei renziani taglia corto sull’ipotesi della Boschi presidente del PD: “Basta parlare di nomi”. Ma definisce “impossibile” il dialogo con i 5Stelle. Intanto, Cesare Damiano ritira la sua candidatura: “Sosterrò Zingaretti”. Continua intanto il dilemma dei renziani sul candidato. Oggi la scelta. Nel frattempo: “Più che il lanciafiamme serve ricostruire con ago e filo, dobbiamo cambiare il Pd. Questo è il tema del congresso che deve essere legato sempre di più al paese. Se uno guarda a come non sono andati i salari in questi 15 anni, c’è un lavoro di ricostruzione da fare ed è un lavoro che ci riguarda”. Maurizio Martina, ex reggente segretario in corsa per le primarie PD, risponde così a Matteo Renzi che ieri si è rammaricato (per l’ennesima volta) di non essere entrato nel partito col “lanciafiamme” per ribaltarlo. Anzi, alla vigila del termine per la presentazione delle candidature, Martina dai microfoni di Circo Massimo su radio Capital lancia agli altri candidati la proposta di un “patto d’azione comune, un impegno per fare un bel congresso partecipato, serio e leale fra noi”. “Troppo tardi per una candidatura d’area alle primarie. Arrivati a questo punto appare molto difficile sostenere una candidatura d’area”: con queste parole Lorenzo Guerini, ex braccio destro di Renzi al partito, ha aperto la riunione dei renziani alla Camera, chiamati a decidere come schierarsi in vista delle primarie del Pd. “Due sono le opzioni sul tavolo: per un candidato di bandiera è francamente troppo tardi, l’altra soluzione è andare con Martina per rafforzare la dose di riformismo dentro il Pd” ha spiegato il capogruppo dem al Senato Andrea Marcucci. Ma molti renziani non sono d’accordo. C’è chi insiste per avere un candidato di bandiera e un nome sarebbe quello dell’ex viceministro Teresa Bellanova, che appunto è tra coloro che sono contrari a convergere su Martina. Altri, che hanno la stessa posizione, hanno preferito addirittura saltare la riunione. Tra i sostenitori del sì a Martina, Andrea Marcucci e poi Antonello Giacomelli, Alessia Morani, Emanuele Fiano. Tra i contrari, oltre alla Bellanova, Roberto Giachetti, Luciano Nobili, Anna Ascani. E proprio Giachetti, insieme ad Ascani, alla fine hanno deciso la strada della candidatura diretta. “Non esiste una corrente renziana, ma chi ha condiviso il progetto di Renzi ha cercato di andare avanti in questi anni. Oggi abbiamo fatto una riunione con le persone che hanno condiviso il progetto politico di Renzi” e “abbiamo deciso di candidarci al congresso del Pd”, ha detto Giachetti in una diretta su facebook. Ora la sfida è quella della raccolta di firme, entro oggi alle 18, irritati anche per la ruvida risposta dell’ex segretario reggente a Renzi. “Più che il lanciafiamme ci vorrebbero ago e filo per ricostruire” ha detto su Radio Capital. Alla riunione il grande assente è stato ancora lui, Matteo Renzi, che parla invece durante la registrazione di Porta a Porta. Ed esprime totale distacco rispetto al Congresso: “Il futuro del Pd? Con tutto l’amore e l’affetto per il Pd io sono preoccupato per il futuro dell’Italia. Prima viene l’Italia e poi il Pd. Ora sono tutti impegnati a capire chi fa il segretario. Io faccio opposizione”. E sull’ipotesi di una scissione per dar vita a un nuovo partito dice: “È un tema che non è minimamente all’ordine del giorno. Sa a che cifra punto? Io punto al 51% non come partito ma come persone che non credono a questo governo”. Accidenti! Cosa dire? Ma… si, lo dico perché lo penso e non uso perifrasi: Renzi è più fuori di un balcone…  è fuori di testa, va fatto vistare, ma da uno bravo, molto bravo. L’impressione a questo punto è quello che ne lanciafiamme ne ago e filo, sia strumenti che aiutino in qualche modo il PD (siamo alla psichiatria) a riprendersi dallo squasso che l’attraversa… e che lo porti ad un congresso che dia ancora senso ad una presenza di questo partito sulla scena politica italiana e europea nel prossimo futuro… Visto che su tutto quel che viene detto sorgono continue polemiche anzi: “Le polemiche sembrano alimentate ad arte per continuare a dividere e non fare raggiungere a nessuno dei candidati il 51% sono quindi solo dannose”. Dice ancora Martina: “A me non interessa nulla di questo. A me interessa che le primarie siano un passo utile per pensare all’alternativa e che quindi tanti vadano a votare e che ci aiutino a cambiare il partito e l’Italia”. L’ex segretario non vuole pronunciarsi invece sull’ipotesi di una sua vittoria raggiunta col sostegno dei renziani (che si sono riuniti proprio per decidere se appoggiarlo o affidarsi come si è detto a un candidato di bandiera) e che accennavano alla presidenza del partito affidata a Maria Elena Boschi. “Basta parlare di nomi – dice Martina- È la solita tattica di qualcuno che vuole creare solo polemiche. Non discuto di organigrammi e di congressi a tavolino. A me interessa mettere in campo un percorso di cambiamento nell’unità del partito. A me interessa portare il PD dove non è andato in questi anni. Nei luoghi del lavoro e del disagio prima di tutto”. Quanto ad uno dei temi portanti del congresso, cioè il dialogo con il Movimento 5 Stelle, Martina lo definisce “impossibile. Il Movimento in questi mesi si è appiattito sulla Lega. Non c’è margine di autonomia e lo si vede anche in queste ore, l’agenda è dettata esclusivamente da Salvini”. L’ex segretario smonta anche la manovra del governo gialloverde, che definisce “vuota, perché hanno dovuto rinviare tutto al Senato. Le due grandi proposte che hanno sbandierato, reddito di cittadinanza e Quota 100, sono state sostanzialmente smantellate dal governo, ci sono 6 miliardi di tasse in più per le imprese, niente per il lavoro, niente per la famiglia, niente per gli investimenti e lo sviluppo, e stiamo ancora a discutere di come il premier Conte deve riuscire a trattare un punto di equilibrio con la Commissione europea, il problema ce l’abbiamo in Italia e non a Bruxelles”. Annuncia invece con una intervista a Repubblica il ritiro della sua candidatura e il sostegno a Zingaretti l’ex ministro Cesare Damiano. “Ho discusso con Nicola in modo approfondito e convenuto sul fatto che in questo momento sia necessaria una convergenza. Che deve mettere da parte la spinta individuale e privilegiare un lavoro di squadra. Mi convince la proposta di Zingaretti che contiene l’idea di discontinuità, la necessità di ricostruire un partito dalle fondamenta. Un partito inclusivo, aperto all’esterno”. Quanto al dibattito su una alleanza con i 5Stelle Damiano dice “basta con questa falsa polemica. Voler riconquistare i nostri elettori passati con i 5Stelle non vuol dire affatto allearsi con Di Maio. È’ esattamente il contrario”. L’ex ministro del Lavoro dice del governatore del Lazio: “Mi convince la sua proposta di discontinuità, e appoggerà così con convinzione Nicola Zingaretti, ovvero la scommessa di massima discontinuità nel Pd e l’archiviazione definitiva del PdR, il partito di Renzi”. Qualche altra domanda viene posta a Damiano: Che dice di Calenda che propone di fermare il congresso? “Impossibile”. Renzi se ne andrà? “Non so se Renzi ha già deciso di andarsene, certo non fa nulla per smentirlo”. Queste le secche risposte di Cesere Damiano… Si ritira anche Lei seguendo l’esempio di Marco Minniti? “Io faccio un passo indietro di responsabilità e anche una scelta di unità. La mia area, quella dei laburisti dem, vuole mettere a disposizione della battaglia congressuale l’attenzione allo sviluppo, al lavoro, allo stato sociale, all’eguaglianza”. Ma il Pd è nel caos più completo, tra divisioni, resa dei conti e possibile addio di Renzi!? “La mia scelta di sostenere Zingaretti significa anche battermi contro nuove lacerazioni. Indebolendo il Pd, si contribuisce a rendere ininfluente il ruolo della sinistra nel nostro paese e in Europa”. Dice ancora Damiano: “Dobbiamo in questi mesi provare a ridare senso e cuore a questa sfida. Io sono un uomo di sinistra. Ritengo che ci siano dei temi-chiave per cui bisogna battersi, a cominciare dal lavoro e dall’uguaglianza. La proposta di Zingaretti è la più vicina al mio pensiero. Ho rinunciato alla candidatura anche per evitare troppe frammentazioni e invece favorire il superamento della soglia del 50%”. Pensa che Renzi stia per lasciare il Pd? “Lo sa lui, però non fa nulla per smentire veramente questa sensazione”. Non teme che queste primarie dem abbiano scarso appeal? “Sarebbe una sconfitta se ci fosse una significativa diminuzione di partecipanti. Questo evidenzierebbe il distacco tra il Pd e il suo popolo. Ma mi auguro che con scelte nette, fondate su programmi e identità, si convinca chi è rimasto deluso a tornare per ricostruire la sinistra nel nostro paese”. Molti però sono i timori di chi resta: “Non lasciamo che Matteo ci rottami” Zingaretti dice no alla “bad company”. Martina: “Andarsene porta sempre male”. Cesare Damiano canticchia: “Prima di cominciare è già finitaaa… “. Già prima di cominciare il congresso del rilancio, quello che dovrebbe fare uscire dall’angolo un Pd ai minimi termini e ridargli appeal. Si avverte ormai il rischio del “cupio dissolvi” nel partito. Si, è un Pd a brandelli… Non è tanto il colpo di scena del ritiro di Marco Minniti dalla corsa – che si è diffuso con un effetto eco nelle file democratiche – a creare il caos, ma le ragioni a cui allude, nonostante fredde smentite, il possibile addio di Matteo Renzi al Pd. “Se così fosse, le scissioni non portano bene a chi le fa”, mormora Martina, ancora appellandosi all’unità e al “senso di responsabilità”… Ma è Nicola Zingaretti, il candidato favorito alla segreteria (sostenuto da Gentiloni, Franceschini e da molti altri)  a reagire subito: “Un gioco macabro. Basta picconare e dividere”. L’aveva già detto, il governatore del Lazio, che punta ad archiviare Renzi: “Mi ribello a un partito come bad company da rottamare, o a eterni ritorni”. Zingaretti ha fatto partire le iniziative “Piazza Grande” già da un mese, con lo slogan “tempo di costruire e rigenerare”. E ora si ritrova un Pd che può passare dal renzismo alle macerie. Allora rilancia: “Ogni indebolimento del Pd o ulteriore lacerazione del nostro campo in un momento così drammatico per l’Italia rappresenta un immenso e inaspettato regalo a Salvini e Di Maio. Proprio ora con le prime difficoltà del governo, le persone si aspettano da noi passione, idee e coraggio e impegno per ricostruire una proposta nuova per il futuro dell’Italia”. A Renzi oltre le molte colpe che ha già, non si può non addossare la colpa dell’ambiguità di queste ore e dell’ulteriore danno che questa provoca. Andrea Orlando, ex Guardasigilli, anti renziano, pesa questa volta le parole: “Prima abbiamo dovuto accettare una segreteria-non segreteria (Martina) rimanendo in stand-by, ora ci vuole un chiarimento definitivo: non si può fare finta di stare insieme con chi già pensa di separarsi”. Confusione e marasma creano danno? “Certamente è così. Anche soltanto la discussione su Renzi resta/no va via è una discussione che fa male”, ammette Graziano Delrio. L’ex ministro delle Infrastrutture è stato un renziano della prima ora, amico personale dell’ex segretario, ma si era dissociato dall’appoggio a Minniti. Ne ha anzi preso le distanze: tra i due in passato ci sono stati anche scontri sulle politiche sull’immigrazione. Delrio ha guidato il passaggio di una fetta di renziani su Martina. Se sente parlare di débâcle del renzismo, replica: “Ma no! C’è sempre l’alba nell’imbrunire. Di certo questa è una fase di grande travaglio per il Pd”. Mentre nell’area di Dario Franceschini, un tempo grande elettore renziano ora sostenitore di Zingaretti, il timore è che “Renzi se ne vada nel pieno del congresso, indicando il Pd come un vecchio arnese di post comunisti, un residuato bellico”. L’accusa a Renzi: “È uno spettacolo offensivo che la nostra gente non merita!” Ma Renzi, guarda solo a se stesso e ripete a voce sempre più alta: “…a me che me ne importa!”

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