Politica: il dibattito infinito. L’equivoco tra moderazione e moderatismo. Mentre continua l’eterna ricerca del Centro, servono leader veri, non improbabili ‘federatori…’

Tra i moderati è un tutti contro tutti! Quando è risaputo, che il centrismo è moderazione, è spirito ad unire, non certo a dividere. Non urla, insulta, non pone veti e non si riduce alla lotta tra capi. Sia a destra sia a sinistra se ne sente la mancanza, anche se a destra Meloni nelle foto di coalizione vuole sempre la presenza di Lupi. Schlein forse in ciò dovrebbe imitarla… La domanda è se oggi esiste un centro in Italia? In molti se lo chiedono guardando alle ultime fallimentari esperienze dei vari (leader o partiti) che hanno provato a porsi nell’area centrale dello scacchiere. In molti sono alla ricerca di un leader centrista. Si parla da qualche tempo di Beppe Sala e, ora, di Ernesto Maria Ruffini. Ma è soprattutto dopo la vittoria di Stefania Proietti in Umbria che la domanda è tornata prepotentemente d’attualità: una cattolica, antiaborto, che non lo nasconde ma che guarda a sinistra, sembra la fotografia perfetta di ciò che manca al campo largo. Non un federatore (o federatrice) cioè ma piuttosto un leader di ciò che manca, una forza politica accanto al Pd che faccia da contrappeso ad Avs (e M5s?). Proietti è stata uno schiaffo (silenzioso ma reale) alla rete Lgbt umbra che preferiva altri candidati (assieme a molti dello stesso Pd), ma anche un ceffone (questo invece alquanto sonoro) a Simone Pillon, cattolico, leghista, ultradestra, umbro anche lui, che vorrebbe che tutti i cattolici stessero a destra. La polarizzazione di entrambi non ha pagato e nemmeno la battaglia forsennata che c’era in Umbria attorno ai cattolici, complice una massoneria molto attiva. Proietti è francescana, ecologista e soprattutto indipendente: non sarà facile intrappolarla in polemiche di retroguardia. Il rapporto Censis 2024 fotografa il dissolvimento del ceto medio, non solo in termini economici, ma politici e culturali. E in questo clima mutato va avanzando una figura inedita nel panorama italiano: “l’estremista di centro”. Il nostro Paese si presenta diviso, spopolato, spaventato, si sente minacciato dall’altro: un’altra origine, un altro stile di vita, un’altra religione, un altro colore della pelle, un altro orientamento sessuale. Sono le condizioni in cui prospera il non voto e ha visto attecchire il messaggio delle destre. Connota il Censis, «c’è il pericolo che il corpo sociale finisca per frammentarsi dentro la spirale attivata dalla costruzione di rigidi confini identitari, in cui le differenze si trasformano in fratture e potrebbero degenerare in un aperto conflitto. Un solido ceto medio poteva neutralizzare le divergenze identitarie, stemperandole per mezzo di un’agenda sociale largamente condivisa. Il suo indebolimento rende oggi il Paese non più immune al rischio delle trappole identitarie». È una sorta di guerra civile strisciante, quotidiana, in onda ogni sera in quella simulazione bellica a parole che sono i talk show, dove sguazzano i generali Vannacci più che le Mimì Caruso, la diciassettenne trionfatrice a X Factor, rappresentante di quella generazione di ragazze e ragazzi totalmente cancellati dal dibattito pubblico, senza voce. Il conflitto identitario attraversa le famiglie, i luoghi di lavoro, la scuola, e ovviamente la politica. Con una conseguenza indesiderata. La fragilità sociale e culturale del ceto medio si accompagna allo snaturamento del centro politico. Il centro politico, in Italia ma non solo, è stato legato a una caratteristica di moderazione, da non confondere mai con il moderatismo. Già negli ultimi anni, proprio mentre l’estrema destra avanzava e conquistava il vecchio elettorato moderato, oltre che le periferie e l’elettorato operaio che un tempo votava a sinistra (è la storia della Francia attuale) è invece avanzata una figura inedita nel panorama: l’estremista di centro. L’estremista di centro non include, esclude. L’estremista di centro non è sobrio, è narcisista, a volte in modo patologico. L’estremista di centro non è mite, usa la clava verso gli avversari. L’estremista di centro vuole imporre agli altri i suoi valori che ritiene superiori, ma così facendo finisce per strappare quell’agenda sociale largamente condivisa, di cui scrive il Censis, che è sempre stata la sua forza e la ragione del suo radicamento. Il centro si è così trasformato, da fattore di stabilità e di tenuta del sistema a ennesimo motivo della sua fragilità e della sua caduta. Lo vediamo, in questi giorni di crisi in Francia. Qual è allora il giusto modo per approcciare il tema del centro? Gli ultimi a tentare di posizionarsi in quell’area non sono stati partiti centristi nel senso tradizionale della parola. Si è trattato per lo più di spezzoni della sinistra, in qualche caso dei Cinque stelle o Italia Viva in comune con Azione e ad iniziative laiche vedi i radicali nelle loro varie morfologie vs il terzo polo, che tradizionalmente di centrista hanno ben poco. Si è trattato di proposte condotte da leader per nulla “centristi” nella percezione generale. Un politico centrista non urla, non grida, non si arrabbia, non insulta, rimane moderato nei toni come nell’esposizione delle sue idee, ha una cultura coalizionale e non mette mai veti. In genere si tratta di personalità unitive e non divisive, con una certa profondità storica nelle analisi. Finora, invece, nello spazio centrale della politica italiana abbiamo visto agitarsi (è il termine giusto) leader di tipo diverso, legittimamente in campo ma senza corrispondere all’idea che ci si fa dei centristi (cattolici o laici che siano). Abbiamo la tendenza a considerare centristi solo coloro che si interpongono tra i due poli allo scopo di rendersi indispensabili o ago della bilancia. Assumere una vera funzione da centristi significherebbe invece provare a creare le condizioni per una politica meno gridata e più ragionevole in un tempo di hate speech, di guerra, di contrapposizioni e di rancore. Di Cattivismi e risentimenti. La violenza si sta diffondendo e andrebbe posto un argine, a iniziare dalla testa. Il centrismo oggi dovrebbe avere come vocazione quella di contestare sommessamente ma efficacemente, proprio tutti i cattivismi e i risentimenti sociali. Ci serve una politica che freni vittimismo e acredine pubblica. Per questo sono necessari leader calmi, ragionevoli, scevri della tattica dei colpi di teatro, non dediti al ‘dichiarazionismo’ invadente, che sappiano dialogare anche quando il dialogo viene considerato debolezza. Non possono dirsi veramente centristi coloro che si contrappongono a prescindere o utilizzano valori e diritti come una clava, che facciano le vittime o siano complottisti. A tale livello esiste anche una responsabilità dei media che fanno da spin alla politica gridata. I centristi hanno valori ma non li impongono con asprezza. Servizio, unità, concordia e rinuncia sono la cifra del loro modo di interagire nel campo della politica: è lo spirito con cui fu fatta la costituzione. I padri costituenti avevano forti convinzioni ma seppero tradurle in compromessi alti senza odiarsi. Oggi sarebbe quasi impossibile perché l’arte del compromesso è disprezzata. Come ha scritto sulle pagine di Domani, Marco Damilano: «La politica è diventata il capro espiatorio del rancore. Il welfare, i servizi, la sanità pubblica, vengono giù insieme alla base della democrazia, l’idea che il voto e la partecipazione serviranno a qualcosa». Tristemente osservo che il non voto avanza. Dobbiamo tenerne conto perché la storia non si ripete ma è sempre possibile imparare qualcosa da essa. In Italia i centristi del tipo necessario sono pochi. Nel centrodestra c’è Maurizio Lupi a simboleggiare una politica moderata e centrista senza asperità e di stampo cattolico. Significativamente Giorgia Meloni invita sempre Lupi alle foto di gruppo della sua coalizione, pure in presenza di Forza Italia e anche se il peso elettorale di Noi moderati sembra minimo. La partecipazione di un centrista cattolico nel gruppo è un atto simbolico e politico: la premier lo sa bene. Con Antonio Tajani anche Forza Italia punta a diventare il centro della Nazione ma si tira ancora dietro una parte delle vecchie istanze assolutamente non moderate, come il pregiudizio a prescindere contro la magistratura (che mai la Dc o il vecchio pentapartito avevano condiviso). Ciò è legittimo ma non assomiglia a ciò di cui ci sarebbe bisogno. Nel centrosinistra restano dei centristi tra i delusi e i disillusi del terzo polo. Maria Elena Boschi è certamente una voce da ascoltare. C’è il tema dei cattolici di cui hanno scritto varie autorevoli voci come Paolo Mieli, Antonio Polito ed altri (dopo la sconfitta in Liguria ma anche dopo la vittoria in Umbria), sottolineando quanto il Pd attuale, pur in rimonta, non sia sufficientemente sensibile alle loro istanze. Ma volgendo lo sguardo anche altrove, fuori da schemi e collocazioni di comodo, la vera questione è rappresentare il centro del corpo sociale, che non ha più rappresentanza politica, assumere le ragioni della tenuta della democrazia e della coesione per i ceti medi smarriti, è un imperativo, soprattutto se ti chiami partito democratico. Tra l’altro, ma non è cosa da poco, ciò aiuterebbe a riassorbire parte dell’astensionismo che mette a rischio la democrazia, quella di tutti…

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