
l giorno dopo è quello delle smentite e delle scuse, il giorno di smorzare i toni e giurare che sì, va tutto a meraviglia nel primo partito del governo. È la linea della tregua, che Giorgia Meloni ha imposto dopo il confronto con il ministro in bilico, Alessandro Giuli. Il cambio della guardia al Ministero della cultura con la nomina di Giuli al posto del dimissionario
Sangiuliano “colpito al cuore e alla testa da una Boccia” ha riacceso dissidi passati ma mai sopiti. E come spesso in politica accade si litiga per il potere e per le poltrone, conquistate, mancate o desiderate. Non è un mistero che
l’On. Mollicone puntasse a quella di via del Collegio Romano già prima che Meloni incoronasse Sangiuliano. E visto com’è andata al prescelto e come potrebbe andare al successore, non si è rassegnato. Antonella Giuli, già portavoce di Francesco Lollobrigida e grande amica dell’ex moglie Arianna, gli ha rinfacciato di aver sparlato del fratello con i giornalisti. Lui ha reagito male («Che fai, mi minacci?») e i panni di F.lli d’Italia hanno preso a girare in quella grande lavatrice che sono le chat di partito, dove si è impigliata l’accusa omofoba di un dirigente romano del partito della Premier contro l’ex capo di Gabinetto di Giuli, Francesco Spano: «È un pederasta». Giorgia Meloni
intervistata dal Direttore del Tempo Tommaso Cerno ha prima glissato, ma poi letto la rassegna stampa capito, o meglio trovata la conferma, che bisognava intervenire. Il suo partito che si fa sempre vanto di essere granitico stava dando di sé, una brutta immagine all’esterno sul caso di Francesco Spano, le cui dimissioni invece di placare le polemiche le hanno alimentate. Il neoministro Alessandro Giuli ha fatto sapere come la pensa al sottosegretario Alfredo Mantovano, non vuole essere commissariato e controllato da Palazzo Chigi, «lasciatemi lavorare». Una richiesta di autonomia che non può cadere nel vuoto. Anche perché viene reiterata, il ministro continua a minacciare, più o meno velatamente, un suo passo indietro. Una prospettiva che la premier dopo averlo nominato non può accettare. La polvere prima o poi si depositerà sulle angosce del ministero della Cultura e, spazzata la polvere, la destra dovrà interrogarsi sulle sue ambizioni in materia.
Egemonia culturale, egemonia italiana, Dante padre comune, Antonio Gramsci cugino prediletto, ma poi cosa, oltre le citazioni? Le traversie del Collegio Romano (ma non solo) ci consegnano un profilo molto preciso dell’egemonia reale esercitata in conto destra, perché nell’attesa che il grande disegno si realizzi c’è già un racconto che si è imposto su tutti e determina cose:
quello del fondamentalismo cattolico stile Pro Vita e famiglia, degli integralisti alla Simone Pillon. È quello il mondo che esce vincitore dal braccio di ferro sull’ex capo di gabinetto Francesco Spano, iniziato il giorno dopo la sua nomina e culminato nelle reazioni alle anticipazioni dell’inchiesta di Report.
Considera, giustamente, le dimissioni dell’alto funzionario una sua specifica vittoria culturale. Pretende le scuse del ministro Alessandro Giuli agli elettori del centrodestra per «una vicenda politica indecente gestita in modo fallimentare». Non tollereremo altri cedimenti del governo, dice, e la minaccia ha un suo peso. Gli stessi soggetti l’anno scorso affondarono l’atto eretico di Giuseppe Valditara (aveva chiamato Maria Paola Concia nel progetto scolastico «Educare alle relazioni») con una petizione che fece saltare tutto: 30mila firme, Concia cassata, cassate pure suor Monia Alfieri e la giurista Paola Maria Zerman, vicina al Popolo della Famiglia, che avevano accettato di lavorare con una lesbica dichiarata. Il potere culturale di quella minoranza è fuori discussione. Non solo vigilano e sanzionano: fanno scuola e opinione. Quando un dirigente locale di FdI usa in chat la parola «pederasta» per definire Spano e si giustifica dicendo che ha dato voce agli umori della base, dovrebbe aprirsi una galassia di interrogativi sulle fonti che formano le coscienze dei militanti, siti integralisti, gruppi fanatici, confraternite conservatrici che lavorano in silenzio contro il principio di laicità e contro la stessa Chiesa ufficiale. Dovrebbe, ma succede il contrario e si cerca piuttosto il conforto della tiritera: ecco, sono i soliti cecchini della solita sinistra, sparano su di noi per la rabbia di aver dovuto consegnare ad altri i milioni e milioni su cui hanno fondato il loro potere culturale. Eppure, solo due anni fa, nel suo discorso di insediamento,
Giorgia Meloni sembrava aver preso un’altra direzione. In apertura citò per nome, quasi confidenzialmente, un lungo elenco di «donne che hanno osato, per impeto, per ragione o per amore», la nobildonna editrice di giornali rivoluzionari, la pedagogista ribelle, la partigiana che fu prima ministra donna, le giornaliste uccise sul campo, la comunista che per prima guidò la Camera dei deputati, e sembrò un invito ad attraversare le linee dell’ideologia in nome, appunto, di un’egemonia italiana a tutto tondo, per di più al femminile. Quella suggestione non ha avuto seguito, anzi è successo il contrario. Il nocciolo del caso Mic, del caso Spano, del caso Giuli, è proprio la sanzione all’idea di aprire un varco nella barriera che divide il «noi e loro», la destra e la sinistra, i normali e i non-normali (secondo l’orrenda distinzione vannacciana). «Quello che ai nostri non è andato giù – è la linea dettata ieri dalle fonti di FdI alle agenzie – è il fatto che Spano fosse legato a un mondo che non è il nostro». Amen.
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