Politica: “La fine della storia e l’ultimo uomo”. Il neoliberismo ha prodotto un disastro economico che oggi incorona Trump. Sarà quindi lui che demolirà la democrazia liberale in America e contagerà definitivamente anche l’Unione europea?

Fin dalla sua prima apparizione nel 1992, “La fine della storia e l’ultimo uomo” di Francis Fukuyama ha infiammato il dibattito pubblico. Prendendo spunto da questo libro diventato immediatamente incandescente (o, forse, solo dal suo titolo provocatorio), si interpretava l’attualità: la caduta del muro di Berlino aveva davvero posto fine allo scontro ideologico decretando la definitiva vittoria delle democrazie liberali? La direzione su cui procedeva la Storia umana era ormai canalizzata e irreversibile? Per decenni, giornalisti, storici e politologi hanno gareggiato nel fornire prove che confutassero questa tesi. Da un colpo di stato in Perù a una fase transitoria di stagnazione economica mondiale, fino agli attentati dell’11 settembre 2001, decine di esempi sembrarono smentire le argomentazioni di Fukuyama. Credendo di contestare l’idea di fondo del libro, in molti lo hanno citato e criticato, anche se forse solo in pochi lo avevano letto e compreso appieno. Perché in questo volume, rimasto nei decenni come un classico del pensiero politico, Fukuyama non si limita ad analizzare la fine dei regimi autoritari che devastarono il ventesimo secolo, ma tenta di delineare i nuovi, possibili pericoli che in futuro avrebbero minacciato la stabilità dell’ordine democratico. Nazionalismo e sovranismo, fondamentalismo religioso e progresso scientifico avrebbero messo l’ultimo uomo di fronte a una nuova sfida, non più legata all’assetto economico sociale scelto dalle istituzioni, ma a un ben più profondo bisogno di riconoscimento identitario. Un’idea visionaria. Una sfida a cui, a quasi trent’anni di distanza, tutti i governi liberali sembrano non aver ancora trovato una soluzione… Infatti, tre decenni dopo, constatiamo che tale previsione era eccessivamente semplicistica. E il primo a rendersi conto che la fine della Guerra Fredda non aveva frenato, ma bensì accelerato, il dispiegarsi della storia è stato lo stesso Fukuyama. Nel marzo 2017, la rivista svizzera NZZ am Sonntag ha pubblicato un’intervista a Fukuyama in cui l’autore ritrattava numerose considerazioni espresse in passato. Oggi in un’altra intervista fatta a New York, Francis Fukuyama definitivamente smentendo sé stesso dice: «Trump alla Casa Bianca accelererà la progressiva dissoluzione della democrazia liberale e contagerà anche la UE altri governi populisti europei come quello italiano lo seguiranno. È simile a Orbán e spingerà leader come Meloni a seguire il suo populismo. Cercherà di usare il sistema giudiziario per punire i nemici». Secondo lo studioso di Stanford la storia accelera, ma nella direzione sbagliata. Apre la porta a minacce come l’invasione di Taiwan, alle aggressioni russe in Europa, al conflitto Usa-Iran, a guerre commerciali con la fine della stabilità che un ordine basato sulle regole emerso dopo la Seconda guerra mondiale ci aveva garantito finora. Ma perché gli americani sono tornati a Trump? «Un simile terremoto sociale ha cause complesse, ma due in particolare hanno determinato il risultato delle elezioni. I partiti si sono scambiati posto e la classe lavoratrice è passata dai democratici ai repubblicani. Il processo era in corso da trent’anni, ma ha accelerato con Trump. I democratici sono visti come il partito dell’élite, che ha perso contatto con la classe media e lavoratrice. Professionisti istruiti che si preoccupano delle minacce alla democrazia, ma non dell’inflazione, e sul piano culturale hanno abbracciato tematiche woke che li allontanano dal popolo. A ciò si è aggiunta la questione di genere. I democratici hanno scommesso sulle donne pensando di vincere grazie all’aborto, ma così hanno perso gli uomini, in particolare i giovani». Quindi gli americani non credono più al liberalismo classico? Risponde Fukuyama: «No, ma rifiutano le sue distorsioni. Tipo il neoliberismo, che spingendo la globalizzazione ha devastato la classe lavoratrice, e le politiche dell’identità, dove razza, genere e orientamento sessuale ti definiscono prima di giudicarti come persona». Sta accadendo anche in Europa? «Certo, guardate gli operai ex comunisti italiani che votano Meloni. È lo stesso fenomeno: la sinistra ha perso contatto con la classe lavoratrice. La sua agenda, ad esempio, è stata costruita intorno ai partiti verdi, spazzati via nelle ultime elezioni europee». Quindi Meloni seguirà Trump? «Assolutamente. Vedere la più grande e antica democrazia che si muove verso il populismo sarà un’enorme ispirazione per questi partiti, e un pericolo per tutti gli altri». C’era una volta la guerra fredda, quando il liberalismo era la bandiera dell’Occidente. Poi c’è stata la “fine della storia”, quando il liberalismo sembrava poter conquistare tutto il globo. Poi c’è stata l’amara disillusione, quando la crisi delle democrazie occidentali e l’ascesa della Cina sembravano indicare come vincenti modelli illiberali. Oggi, l’invasione dell’Ucraina da parte del regime di Putin ha improvvisamente rimesso all’attenzione di tutti quei valori, princìpi, istituzioni delle democrazie liberali per cui vale la pena di combattere, non solo metaforicamente. Con la capacità di identificare il nucleo teorico incandescente che fa muovere le placche tettoniche dell’attualità globale, Francis Fukuyama ha scritto il libro che spiega a tutti noi perché, nonostante i difetti e le deviazioni di percorso, il liberalismo è ancora la guida giusta per le democrazie occidentali, che devono difenderlo non solo a livello geopolitico, ma anche nel dibattito delle idee. Sono stati molti, infatti, in questi anni, gli oppositori del liberalismo. Da sinistra, si è denunciato a gran voce che non ha saputo tenere fede alle sue premesse e, in nome del primato dall’autonomia personale e della libera scelta, ha finito per creare diseguaglianze e sperequazioni economiche e un individualismo feroce, accentuando le differenze interpersonali e tra i singoli stati, dividendo il globo in cittadini di serie A e serie B. Alcuni hanno denunciato il rischio di derive fasciste negli Usa. Fukuyama fa trasparire la sua perplessità a riguardo: «Vedo un progressivo deterioramento della democrazia liberale, come Orbán in Ungheria, più che Hitler o Mussolini. Tuttavia, Trump è ossessionato dalla vendetta e potrebbe cercare di usare il sistema giudiziario per perseguitare quelli che considera nemici interni». Minaccia la libertà di espressione, lo stato di diritto, il sistema democratico in generale? «Ha detto che vuole togliere le licenze ai media critici verso di lui. Potrebbe usare mezzi come il fisco per perseguitare giornalisti, ceo, organizzazioni, ed erodere lo stato di diritto». È stato accusato di essere “fascista nell’animo”, dalla Harris. Risponde ancora il politologo: «È più probabile un continuo e progressivo deterioramento della democrazia liberale, che uni un collasso di sistema. A meno che non esageri su iniziative come le tariffe, che avrebbero un effetto devastante sull’economia, o l’epurazione dei nemici e i rastrellamenti degli immigrati, che potrebbero generare una forte reazione elettorale nel 2026». Perché i dazi sono sbagliati? «Agli americani non piace l’inflazione, ma le tariffe la scateneranno, facendo salire i prezzi. Poi dovremo aspettarci ritorsioni dai partner commerciali, come negli anni Trenta, quando le guerre commerciali avevano inasprito la Grande depressione». L’Unione Europea dovrà reagire e rispondere con misure simili? «L’Europa non vuole la guerra commerciale, ma non vedo come possa accettare dazi unilaterali americani che la danneggiano profondamente». Le tariffe non sono lo strumento principale contro Pechino? «Certo che sì». Risponde il Professore che insegna presso la Stanford University, a Palo Alto, in California. «Lo stesso Biden le ha lasciate in vigore. Ma la Cina compra molti beni da noi, come i prodotti agricoli, e se Trump lancerà un’escalation avrà il potere di scatenare rappresaglie dolorose». Difenderà Taiwan? «Non si è mai impegnato come Biden, suggerendo che Taipei non paga per la protezione. Se Pechino vuole invadere, sa che non deve aspettarsi una reazione forte da Trump, perché non ha alcuna intenzione di coinvolgere l’America nel conflitto internazionale più grande delle nostre vite. Ciò rende l’attacco più probabile». Cosa si aspetta in Ucraina? «Kiev sarà la grande perdente. È già in difficoltà per mancanza di uomini e i limiti imposti da Biden all’uso delle armi. Il vice Vance ha proposto il piano di pace di Putin. L’unica maniera di ottenere un cessate il fuoco sarebbe dare all’Ucraina le garanzie della Nato, ma Trump non lo farà mai, lasciandola vulnerabile». Trump uscirà dall’Alleanza Atlantica? «Abbandonarla formalmente richiederebbe troppo lavoro. È più facile che indichi la volontà di non onorare l’Articolo V». Quindi Putin si sentirebbe incoraggiato ad attaccare altri Paesi europei? «Certo, è interamente possibile. Sta già facendo molto per destabilizzare Moldova e Georgia. I baltici sono più protetti, ma se Trump rinnega l’Articolo V Putin sarà tentato di attaccarli». In Medio Oriente darà mano libera a Netanyahu, o cercherà di allargare gli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita? «Ci proverà, ma non credo che andrà lontano, perché i sauditi non sono interessati. Se invece darà mano libera a Netanyahu rischiamo una guerra con l’Iran, che trascinerà dentro anche gli Usa». Fukuyama risponde alle ultime domande. L’ordine globale nato dalla Seconda guerra mondiale è finito? «Temo di sì. Gli elettori americani hanno votato Trump per altre ragioni, inflazione e immigrazione, ma l’impegno per la difesa dei valori di quel sistema è indebolito». Esistono ancora “guardrail” che possono contenerlo? «Forse i tribunali, o le elezioni Midterm del 2026. Forse non tutto è perduto». Un quadro alquanto sinistro quello fornito dal Professore Francis Fukuyama… pensare che era partito dalla “fine della storia e dell’uomo” pensando che la Democrazia sarebbe stata vincitrice in ogni parte del mondo. Ma cosa è successo perché la Storia ricominciasse a correre in un’altra direzione? Il neoliberismo ha indebolito prima i legami di cittadinanza, mettendo ai margini della società la solidarietà, ha ridotto il cittadino a semplice consumatore. Oggi, i vincitori marciano sulla società senza alcun costo che vengono tutti pagati dagli sconfitti… L’elezione che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca sembra una forzatura, ma le analisi del voto descrivono chiaramente come non mai prima, una situazione politica che mette in crisi buona parte degli assunti su cui si sono basate le interpretazioni della democrazia statunitense negli ultimi decenni. Provocando altresì a cascata, l’accelerarsi della discussione sulla crisi della democrazia già in corso, da qualche anno, in tutto l’Occidente. Quando fu eletto per la prima volta, nel 2016, Trump era un outsider della politica, che era riuscito a imporsi nelle primarie del partito Repubblicano, ma non aveva ancora riplasmato il partito a propria immagine. Nel corso del suo primo mandato, questa condizione lo ha messo in conflitto con una parte dell’establishment repubblicano, che non era a proprio agio con uno stile di leadership e scelte politiche che segnavano una certa discontinuità rispetto alla tradizione del conservatorismo Usa. La sua avversaria, Hillary Clinton, era invece un’esponente di primo piano dei Democratici. Studi in università prestigiose, moglie di un ex presidente, ex senatrice di New York, e poi segretaria agli esteri nell’amministrazione Obama. Clinton era la rappresentante tipica del partito Democratico post-guerra fredda. Neoliberale in economia, interventista in politica estera. Quando si è ricandidato, Trump è stato sconfitto dall’ex vicepresidente di Obama. Biden.  Un uomo con un profilo per molti versi sovrapponibile a quello di Hillary Clinton, e anche a quello di Kamala Harris, la sua vice, che lo ha sostituito in corsa a cento giorni dal voto come candidata alla presidenza. In questi quattro anni l’ex presidente repubblicano non è stato inerte. Ha consolidato il proprio dominio sul partito, facendone qualcosa di nuovo, che assomiglia al paese che vuole rappresentare: un melting pot nel quale ci sono mega miliardari, celebrità dello spettacolo e dei social, suprematisti bianchi, ebrei ultranazionalisti, esponenti di minoranze (neri, latini, arabi e asiatici) che non si riconoscono più nell’idea di emancipazione che la Corte Warren aveva disegnato nelle sentenze del caso Brown vs. Board of Education dei primi anni Cinquanta. Agli esponenti di questa nuova coalizione la democrazia Usa piace, ma il modello che hanno in mente è la versione contemporanea di quello che le decisioni della Corte Suprema avevano smantellato: «separate but equal». Eguaglianza nella separazione, ognuno per sé e con i suoi (la famiglia, i soci in affari, i fedeli che frequentano lo stesso luogo di culto), impegnato in quella gara per emergere che è, sin dalla sua fondazione, il mito della democrazia statunitense. L’abilità di Trump (che ha che fare più con la capacità di vendere che con la politica nel senso novecentesco, e noi italiani ne sappiamo qualcosa) è stata di dare a ciascuna delle tessere di questo puzzle la speranza di avere il proprio posto nella nuova immagine del paese che si accinge a ricomporre, ora che può contare sul controllo dell’esecutivo, della Corte Suprema, e in qualche misura anche del potere legislativo attraverso il “suo” partito. Chiaro che non tutte le tessere riceveranno uguale risalto, alcune saranno centrali nel ridefinire l’immagine della democrazia americana o forse più corretto chiamarla neo democratura americana (fuor di metafora riceveranno di più in termini di risorse: potere, opportunità di arricchimento, riconoscimento sociale, influenza), ma questo nella versione aggiornata del modello «separate but equal» non sarà un problema, almeno fino a quando la speranza di essere tra coloro che ne traggono beneficio permane. Il successo elettorale di questa nuovo partito repubblicano che è di fatto al suo interno una coalizione sarebbe stato probabilmente impossibile senza il talento di venditore di Trump, più che della sua visione politica, perché l’uomo non ne ha una. Avrebbe potuto darsela, ma non ne ha avvertito il bisogno. Infatti, nel regime neoliberale, che i Democratici hanno contribuito a disegnare e hanno poi pervicacemente difeso sin dalla fine degli anni Novanta, si sono realizzate tutte le condizioni perché un demagogo spregiudicato come Donald Trump avesse successo, come già accennato: l’indebolimento progressivo dei legami di cittadinanza, l’erosione sistematica delle pratiche e dei percorsi che generano solidarietà (da quelle nei luoghi di formazione a quelle sul posto di lavoro), la riduzione del cittadino a consumatore che si realizza soprattutto in ciò che è in grado di comprare, si misura su ciò che non può pagare, e vede chiunque non sia parte della propria cerchia di legami prepolitici come un concorrente, persino un potenziale nemico, nella lotta continua per avere accesso a una quota di risorse. Una società a «somma zero» dove ciascuno prende ciò che può, in misura della propria fortuna, della propria influenza o del proprio potere (e in qualche caso, non c’è dubbio, anche delle proprie capacità). La sconfitta dei Democratici sarebbe (e forse lo sarà) più amara se si rendessero conto di essere stati in larga parte loro stessi artefici della propria rovina. Le spiegazioni sono varie, ma concorrenti. L’incapacità di sottrarsi all’egemonia economica che il modello neoliberista ha sui vertici del partito (nonostante una maggiore attenzione alle politiche sociali mostrata da Biden). L’indisponibilità a ascoltare i segnali di allarme provenienti da voci diverse, consapevoli della crescente fragilità della presa del partito sui suoi elettori tradizionali. Da ultimo la complicità in un massacro di civili (a Gaza) senza ormai più alcuna scusa o giustificazione, che alla fine ha alienato elettori potenziali appartenenti a gruppi diversi. Sicuramente oggi in America una minoranza, ma con un’idea del futuro alternativa a quella che si delinea nel populismo autoritario di Trump… che già in queste prime 24 ore passate della sua vittoria elettorale e a poco più di 60 giorni dal suo insediamento ufficiale alla Casa Bianca, fa dire a Putin che: «Il precedente ordine mondiale è finito ed è in corso la definizione quello nuovo». Dichiarandosi: «Pronto a riprendere i contatti con Trump». Immediata la risposta del tycoon: «Credo che ci parleremo presto»…

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