
Le nostre imprese più grandi e globalizzate sono anche quelle più esposte alle conseguenze di una recessione americana. Alcuni appunti per il viaggio della premier italiana a Washington…
La probabilità di una recessione negli Stati Uniti è in forte aumento: secondo gli economisti sondati dal Wolters Kluwer Blue Chip Economic Indicators, è passata dal venticinque per cento di febbraio al quarantasette di oggi. C’è poco da illudersi, che si tratti di un semplice rallentamento o di una vera e propria discesa del Prodotto interno lordo, l’Europa e l’Italia non sarebbero immuni dal contagio,
soprattutto perché si tratterebbe di una crisi scatenata da una frenata del commercio internazionale, da cui siamo così dipendenti. Per certi versi lo siamo un po’ più noi che i nostri vicini. I settori industriali che destinano più del quindici per cento di quanto esportano proprio al mercato americano sono quattro in Italia: la farmaceutica, le strumentazioni medicali, le bevande, le imbarcazioni, mentre scendono a tre in Francia e Germania, e a uno in Spagna. La farmaceutica, poi, rappresenta anche il 15,1 per cento di tutto ciò che vendiamo negli Stati Uniti. È vero, ancora più alto è il peso del settore automobilistico tedesco e di quello aerospaziale francese nell’export complessivo oltreoceano di questi Paesi, ma in Germania e in Francia auto e aerei a loro volta dipendono meno dagli Stati Uniti di quanto facciano i nostri farmaci. Nelle economie dei nostri vicini, inoltre, sono diversi i settori protagonisti dell’export che vedono il peso della Cina, come cliente, superare quello americano; in Germania, per esempio, quello degli accessori per autoveicoli o dei motori, generatori e trasformatori, in Francia il cuoio e la pelletteria, in Italia nessuno. Il comparto italiano con la maggiore quota di vendite verso il mercato cinese non raggiunge i numeri del decimo settore per concentrazione dell’export negli Stati Uniti. Se un domani ci dovesse essere un avvicinamento commerciale tra Bruxelles e Pechino, rappresenterebbe un nostro segno di debolezza. Il dato saliente, tuttavia, è probabilmente soprattutto un altro. Riguarda sempre la vulnerabilità delle aziende, cioè quanto il loro commercio è concentrato oltre una certa soglia geograficamente, per esempio verso o dagli Stati Uniti, o merceologicamente, in pochi prodotti, e quanto incide sul fatturato, se si tratta di export, o sui costi, se parliamo di import. È, però, il fatto che a essere più vulnerabili sono le aziende che ci siamo abituati a definire più forti, più robuste, dei modelli a cui il nostro tessuto produttivo, così fondato sulla piccola e media impresa, dovrebbe guardare, ovvero le imprese esportatrici, solitamente più grandi della media, spesso multinazionali. Sempre per l’Istat, infatti, risultano vulnerabili all’export e all’import rispettivamente solo lo 0,5 e lo 0,1 per cento delle aziende, ma in esse lavorano il 2,3 e il 2,8 per cento dei lavoratori e generano il 3,5 e il 5,7 per cento del valore aggiunto. Le aziende più vulnerabili all’export hanno un valore aggiunto per addetto di quasi ottantasette mila euro, il doppio di quelle non esportatrici, la grande maggioranza, anche se per fortuna meno di quelle esportatrici, ma non vulnerabili. Nel caso della vulnerabilità all’import, invece, sono proprio quelle più produttive. Hanno un ROI, Return on Investment, molto maggiore di quello delle imprese non coinvolte dal commercio internazionale, mentre il 9,8 e il 31,8 per cento, rispettivamente nel caso di vulnerabilità all’export o all’import, sono multinazionali e hanno diciotto e 86,7 dipendenti, contro i tre e i 2,2 delle aziende non esportatrici e non importatrici. Anche volendo prendere in considerazione solo l’insieme delle aziende internazionalizzate, cioè che hanno contatti con l’estero, sono quelle con più di duecentocinquanta dipendenti a essere più fragili di fronte a una crisi del commercio internazionale: lo è il 15,9 per cento di esse, tra queste l’1,1 per cento è vulnerabile sia all’export che all’import, mentre la maggioranza solo all’import. Tra quelle che contano tra cinquanta e duecento quarantanove addette i numeri complessivi della vulnerabilità sono simili, ma sono meno quelle che soffrono entrambi i tipi di fragilità, mentre si scende al 14,7 per cento totale nelle imprese internazionalizzate con più di dieci e meno di cinquanta dipendenti e al 13,1 nelle microaziende, con meno di dieci addetti. Cosa succederebbe in caso di crisi? Cerved vaticina che nel caso peggiore, di un esacerbarsi delle tensioni politiche internazionali, di volatilità dei mercati finanziari, di forte crescita del protezionismo, il Pil italiano e dell’area euro potrebbe scendere quest’anno rispettivamente dell’1,3 e dello 0,2 per cento, con conseguenze, quindi, molto più dure per noi. I nostri consumi e gli investimenti calerebbero dell’1,2 e dell’1,1 per cento, mentre le esportazioni, che le stime standard prevedevano in aumento del 2,8 per cento, salirebbero solo dell’1,5 per cento. Non sappiamo se si verificherà lo scenario peggiore, che includerebbe tra l’altro alti prezzi delle materie prime e la ripresa dell’inflazione, a oggi in realtà meno probabile. Sicuramente anche per Cerved, però, a generare una possibile crisi sarebbero i dazi americani, che, per esempio, farebbero perdere al settore farmaceutico 752,9 milioni di fatturato, 3,5 volte in più della perdita del comparto automobilistico e più del doppio di quello della cantieristica. Anche se in tv si sente parlare quasi solo di prosecco in relazione alle mancate vendite oltreoceano, più importante di quelli del settore vinicolo sarebbero i mancati ricavi nell’ambito delle macchine per imballaggio, 138,3 milioni di euro. Tra farmaceutica, macchinari per imballaggi e cantieristica parliamo anche qui del fiore all’occhiello dell’industria italiana, che è molto più del vino e dell’agroalimentare. Sono queste imprese, quelle che esportano, quelle che, essendo più grandi e produttive della media, pagano gli stipendi più alti. Diversificare ancora di più il nostro export e scongiurare in ogni modo un’assurda guerra commerciale è ormai necessario. Perché non si tratterebbe solo dell’ennesimo cigno nero di questo secolo, ma di un colpo alla speranza di un tessuto economico diverso, più forte e avanzato, che emancipi la nostra economia dalla solita stagnazione costellata da occasionali recessioni… Tutto ciò Giorgia Meloni dovrebbe conoscerlo e comportarsi di conseguenza… È quindi alquanto strano che proprio
Tommaso Foti che pur essendo un esponente di primo piano di Fratelli d’Italia, è uno dei più moderati, considerato di fatto un mezzo democristiano lontano dai toni eccessivi di altri esponenti del partito. Oggi, Ministro per gli Affari europei, erede dell’ex democristiano Raffaele Fitto (altro moderato) per la gestione dei fondi del Pnrr. Se ne esca con certe affermazioni, alla vigilia del viaggio a Washington della preier Giorgia Meloni, suonano ancora più stonate. In un’intervista alla Repubblica, di qualche giorno fa, si è lanciato in un paragone storico da lasciare basiti: «Ottant’anni fa De Gasperi volò negli Stati Uniti mentre in Italia c’era chi diceva: cederà i nostri valori. Poi tornò con un pacchetto che servì all’Italia a uscire dal disastro della guerra». È sicuramente vero. Ma servirebbe comunque una più esatta memoria storica. Ora: è comprensibile che un colonnello, erede di una storia non proprio degasperiana, voglia elevare la sua leader a quella di un personaggio monumentale del post-fascismo e debba cospargere di zucchero e miele il tappeto rosso della Casa Bianca su cui camminerà Giorgia Meloni… molto probabilmente è anche per scongiurare il peggio. Ma peggio di così non poteva dire. Denota una scarsa conoscenza dell’abc di quello che accadde nel gennaio del 1947. De Gasperi rappresentava un Paese umiliato, povero, sconfitto, che provava a rimettersi in piedi dopo la guerra e il disastro nazifascista. Con alle spalle un governo di unità nazionale insieme a socialisti e comunisti, il mite leader Dc e presidente del Consiglio portò a casa un prestito di cento milioni di dollari dalla Export-Import Bank, un rimborso di cinquanta milioni di dollari per la collaborazione dell’Italia nella fase finale della guerra, l’acquisto di cinquanta navi da trasporto che rimise in moto la macchina commerciale italiana. Oltre all’invio di bastimenti di grano e combustibile che fece ripartire la produzione italiana e superare la crisi alimentare del nostro Paese. Era la premessa del Piano Marshall annunciato cinque mesi dopo, che gettò le basi della nuova Europa pacificata, pacifica e prospera. Al suo ritorno a Roma, De Gasperi cacciò Palmiro Togliatti e Pietro Nenni dal governo e aprì la stagione centrista, cosa che Meloni si guarderà bene dal fare, allontanando Matteo Salvini dall’esecutivo. La premier non riceverà dall’amico americano alcunché. Anzi, avrà di fronte un nemico che pretende di riavere il maltolto dall’Europa scroccona e parassita. Oggi non sono gli americani a dare qualcosa a noi, ma dobbiamo essere noi a comprare gas liquefatto e armi Made in Usa, ad aumentare le spese militari al due per cento del Pil (e anche oltre), a implorare dazi zero. Dovrà essere Meloni ad aiutare Donald Trump a levare quei limiti europei alle scorribande delle big tech e i dazi alle auto americane. La traversata transoceanica della premier servirà soprattutto a proteggere l’Italia, in un rapporto bilaterale, dalla coercizione economica che sta usando il presidente americano. Come scrive Federico Fubini nella sua newsletter Whatever it takes, «la coercizione economica è la cifra del tempo, con l’uso di mezzi finanziari, commerciali o tecnologici per piegare altri Paesi». Fubini riporta le parole di Abraham Newman della Georgetown University in una loro conversazione: «Trump vuole rivedere l’ordine internazionale liberale, non gli piacciono le regole che lo limitano. I dazi sono un attacco a quest’ordine e un tentativo di fissare nuove regole del gioco: ogni Paese, se vuole uscire dalla pressione dei dazi, dovrà negoziare singolarmente con gli Stati Uniti. Ogni governo dovrà andare a Washington e chiedere un’eccezione, un trattamento speciale. Così Trump punta a instaurare rapporti di dominazione con i vari Paesi e anche con singole aziende: dovranno pagare un tributo da cui lui può estrarre risorse, semmai da redistribuire agli alleati se lo ritiene».
Meloni dovrà inventarsi qualcosa di magico per uscire viva dallo Studio Ovale. Certo, dovremmo fare il tifo per lei perché la sua missione sia un successo per il nostro Paese e l’Europa, che riesca a rammendare la tela strappata da Trump. Sicuramente Trump riserverà una grande accoglienza alla presidente del Consiglio italiano: lei gli è politicamente più vicina, non apre alla Cina, non va a Pechino come ha fatto lo spagnolo Pedro Sánchez. Tutti i patrioti europei dovrebbero sperare in un successo della premier perché significherebbe evitare dazi, pretendere da Trump di imporre un cessate il fuoco a Vladimir Putin e armare Volodymyr Zelensky per difendersi. Temiamo che Trump abbia argomenti più subdoli e coercitivi per chiedere a Roma ubbidienza e lo scalpo dell’Europa. Presidente resista, non si accontenti di un piatto nazionale di lenticchie. Chi ha scommesso su Trump ha finora perso…
E’ sempre tempo di Coaching!
Se hai domande o riflessioni da fare ti invito a lasciare un commento a questo post: riceverai una risposta oppure prendi appuntamento per una sessione di coaching gratuita
17
APR
APR
0
