Qual è: Il vero “problema” del Pd…

Renzi ha sicuramente il diritto di dire la sua. Ma l’ex segretario continua a far finta di nulla, ignorando a bella posta, di essere stato battuto in almeno due voti nazionali, quello referendario del 4 dicembre 2016. E quello dello scorso 4 marzo. “Mi dimetto, ma non mollo!” E in questa frase ci sono tutte le contraddizioni di questa fase… Non solo non pensa ai problemi immediati che il Paese deve affrontare sul piano economico interno e sul piano internazionale in Europa avendo un governo nel pieno dei suoi poteri. Ma anche per ciò che riguarda il partito ormai esangue. Un vero leader sa sacrificarsi per salvaguardare l’identità, l’integrità e il ruolo politico del suo Partito. Mettendosi da parte. In questo caso, per la sua sopravvivenza personale Renzi, in questi due mesi ha fatto l’esatto contrario. “Starò in silenzio due anni e farò il semplice Senatore di Firenze e Scandicci” aveva detto. Nessuno aveva sperato tanto. Ma, sarebbe bastato anche un solo semestre sabbatico di silenzio, che avrebbe fatto bene a Lui e a quel che resta del PD. La sua sola preoccupazione invece, è stata quella di dimostrare che le sue dimissioni erano fasulle, che senza di lui il Pd (#senzadime) non poteva andare avanti e rimaneva bloccato. Il PD così vive oltre alla crisi di identità anche quella della sua classe dirigente. Mostratasi incapace di mettere in moto il più fisiologico dei sistemi con cui si selezionano le linee di comando: il ricambio. Da questo punto di vista, non si comprende lo sconcerto dei suoi avversari nelle file del Pd che continua ad essere manifestato solo con un singolare senso d’indignazione rispetto ai tempi e al modo adottati dall’ex (non ex) Segretario per far conoscere la propria opinione all’esterno del partito. Tanto da impensierire molti di coloro, che hanno fatto per tanto tempo la “ola” ogni volta che il loro (ex?) leader si esibiva tra applausi e consensi. Si trovano anch’essi ad esprimere più di una qualche perplessità… Il Pd sta affrontando la crisi istituzionale più pesante degli ultimi 25 anni mostrando tutti i suoi affanni. Con un personale politico ormai privo del senso di realtà e totalmente intorpidito dalla paura degl’insuccessi elettorali subiti e degli ulteriori possibili a breve. E’ opportuno a questo punto sottolineare ai “non renziani” vecchi e …nuovi. La loro totale mancanza di coraggio nel contrastare la deriva plebiscitaria che Renzi ha dato al partito e a se stesso, già negli anni passati come nel presente. Una deriva che solo oggi sembra alla fine allarmare veramente i suoi “oppositori” (le minoranze interne restate nel PD anche dopo la scissione di Bersani, D’Alema & C.), e indurli a una qualche “brusca” reazione. Vedremo che succederà oggi in Direzione. Comunque troppo tardi e troppo poco, come si usa dire. Tant’è che è bastata una comparsata di Renzi qualche sera fa in tv. Per “oscurare” il gruppo dirigente del PD (soprattutto il Reggente Maurizio Martina) impegnato in un nuovo tentativo di collegialità nell’ indirizzo del Partito… Renzi, ha bypassato ogni discussione collettiva nella direzione… e ha fatto archiviare definitivamente ogni qualsiasi eventualità di una qualsiasi discussione sulla possibilità di “andare a vedere le carte” di una intesa di governo… “Così, non si può andare avanti”. La sentenza dei non renziani. Ma anche oggi in direzione… il partito democratico, non aprirà una riflessione su di sé. Quando ormai manca veramente poco “ad una crisi di nervi” che faccia implodere il suo gruppo dirigente. E poco serviranno gli appelli alla coesione ed ha evitare di contarsi negli organismi. Quando nella realtà, ci si è già contati dentro e fuori dal Partito, nelle scorse settimane. Al punto che il Partito Democratico deve urgentemente dire a se stesso e a quel che resta del suo elettorato, qual è la sua ragion d’essere. Se intende proporsi ancora come un partito di Sinistra, nel solco del Socialismo europeo. Oppure invece vuole cercare di offrire un approdo all’elettorato centrista, orfano dei suoi partitini di una volta e ormai anche di quello che resta di FI dell’ex Cavaliere. La pretesa che la parola magica del “riformismo” possa ai giorni d’oggi, conciliare la liberal-democrazia e allo stesso tempo la social-democrazia appare infatti sempre più illusoria – tenuto altresì conto dei numeri non certo confortanti delle ultime elezioni ottenuti dall’uno e dall’altro dei due ex leader. Torniamo a Renzi. Il quale sembra voler stare, comunque a guardia delle macerie del PD che la sua stessa guida ha prodotto. E dall’altro lato accenna a proporsi definitivamente come il leader di una sorta di “partito della nazione” ormai in versione bonsai. E altresì in netta e definitiva contraddizione con se stesso, in quanto è pur sempre Lui il segretario che ha condotto il suo esercito (allora assai più numeroso) a schierarsi a pieno titolo sotto le bandiere del Socialismo europeo. Non c’è più alcun dubbio, che la riflessione in quel che resta del PD, deve andare più in profondità… Se Renzi nel suo essere l’uomo del neo-centrismo politico italiano, non vuole comprendere che per sua natura il ‘centro’ mal sopporta l’uomo solo al comando. E dunque c’è qualcosa di profondamente contraddittorio tra il modello di leadership baldanzosa e un po’ ‘cesarista’ che tanto gli piace e la reale possibilità, di sfondare presso ceti sociali e ambienti d’opinione a cui il retaggio democristiano (chiamiamolo così) suggerisce un approccio molto meno personalistico e assai più moderato. Se ci ragionasse su, prescindendo da se stesso: si accorgerebbe che è proprio su questi scogli che è naufragato Berlusconi. Per rendersi conto di ciò basta guardare all’ampiezza del non voto, costantemente vicino alla soglia del 45 e anche più per cento. Questi ex vecchi o nuovi elettori che siano, non amano nel loro moderatismo politico, i toni arroganti e lo stile decisionale del Capo unico. Anche per questo già pare naufragare, vent’anni dopo, all’epopea berlusconiana, quella sua di Matteo Renzi. In Italia con una legge elettorale – da lui proposta e votata dal PD ma non da tutto, con una parte del Centrodestra: FI e Lega – imposta con i voti di fiducia richiesti dal e sul governo Gentiloni. Anche per questo i Ministri PD ancora al governo seppur sottovoce, oggi, sono critici rispetto all’ex Segretario. Una legge che riporta il Paese verso una rappresentanza proporzionale in Parlamento, non offre nessuna possibilità, in prospettiva con una percentuale minoritaria di elettorato (pur sommando i resti del PD a quelli restanti di Forza Italia ma senza la Lega), di prendersi il governo del Paese. Ed ancor più illusoria se non velleitaria  appare una riproposizione di una riforma costituzionale (già respinta da 19 milioni di elettori poco meno di un anno e mezzo fa) che riproponga il semi-presidenzialismo alla francese (Macron no docet).   Insomma, pur con questi ‘resti’ di Partito Democratico ci sono ormai mille ragioni per dare sulla voce all’ex Segretario. Soprattutto all’indomani della sua ulteriore sconfitta elettorale. Ma il problema del Pd non è tanto la loquacità del suo (ex?) segretario e la sua visione politica che ha dimezzato il consenso dell’elettorato piddino, in poco più di un quadriennio. Semmai è proprio il silenzio fino ad oggi, di molti componenti il gruppo dirigente. O meglio sarebbe dire: della loro incapacità di mettere in chiaro (nello stesso gruppo dirigente e a questo punto in quel che rimane del suo elettorato) la vera questione politica che l’ha dilaniato e che ancora lo dilania. E che va ben al di l’ha delle subordinate tattiche portate avanti da Renzi & C., oltre ogni negativo risultato. Occorre sicuramente alzare i toni, e farsi sentire, ma nel merito della diversa collocazione del Partito Democratico nello schieramento politico italiano e europeo. Il vero problema del PD sta proprio nella risposta al seguente preciso quesito: E’ il PD ancora un “classico” partito di Sinistra nel solco del Socialismo europeo? O è ormai un partito centrista con una aspirazione semi-presidenzialista delle istituzioni e del governo del Paese? Nel PD (quel che ne resta) devono fare in fretta a rispondere, continuando nell’ambiguità non eviteranno un’ulteriore ‘conta’ nell’elettorato e all’interno al gruppo dirigente del partito. Continuano gli appuntamenti elettorali (amministrative del 10 giugno p.v.). E i risultati non saranno positivi per il PD… anche se probabilmente il M5s arretrerà nel consenso. Non uno dei voti non dato più al Movimento 5 stelle, tornerà al PD. Come mostrano plasticamente i risultati di domenica scorsa in Friuli Venezia Giulia (guardate all’ampiezza dell’astensione dal voto). E ormai nel gruppo dirigente PD il “nervo è scoperto”. La conta definitiva non potrà tardare all’infinito e presto arriverà. E anche prima dell’ulteriore Congresso anticipato… voluto dai renziani mantenendo le primarie per l’elezione “Vox populi vox Dei” del Segretario. Non l’eviterà certo il continuare a perdersi in una ridda di pronunciamenti un po’ cacofonici… sull’ego smisurato (macroniano) di Renzi. Lui alla fine ha ben in testa il suo obiettivo: sopravvivere politicamente, comunque a se stesso e hai suoi personali errori. I suoi avversari (dentro e fuori il Partito) ricordino quel che diceva già Lucio Anneo Seneca: “Non esiste vento favorevole per il marinaio (la nave) che non sa in dove (quale porto) andare” E’ ormai chiaro, che questo che resta è già il PD di Renzi. E non centra più niente, nemmeno con la più “pallida idea” di Sinistra in qualsiasi latitudine del Globo… Se ne facciano una ragione e decidano: “dentro o fuori” di quel che resta del PD.

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