Un Governo fra 5 stelle e PD: c’è da crederci?

Difficile crederci, nonostante tutte le buone intenzioni di queste ore. Vi chiedete il Perché? Cinque anni di contrapposizione politica dura: il PD al governo e il M5s all’opposizione. Uno scontro su ogni singolo provvedimento. Facendo prevalere gli insulti più che gli argomenti. Un susseguirsi di momenti elettorali al “calore bianco.” Una visione del Mondo totalmente diversa in ogni ambito: la collocazione internazionale dell’Italia, le sue alleanze geopolitiche, la politica Europea, quella economica, la giustizia, l’istruzione e l’ordinamento scolastico, il mercato del lavoro e la sua riforma, le pensioni e il walfare,  le politiche migratorie, i diritti civili, persino sull’uso o meno dei vaccini e quindi della sanità pubblica… su tutto, ma proprio tutto. Com’è quindi possibile trovare oggi alcune convergenze programmatiche all’interno di questo scontro politico e istituzionale. Giocato tutto sull’uso di una propaganda dai toni volutamente corrosivi nei confronti dell’avversario spesso attaccato sul piano personale? L’asse è «implausibile». Questo l’aggettivo che sembrerebbe aver usato Gentiloni, per definire le difficoltà di un possibile patto tra M5s e PD. Eppure, bisognerà ben renderne conto agli italiani che hanno votato. Si vota per avere un governo, non per non averlo. Si vota per confermare o cambiare composizione di un governo nonché i contenuti dell’azione di governo. Ma si vota per avere un governo. Lo stesso o uno diverso.  E’ così?! Ma, sempre più spesso a rendere «implausibile» la possibilità di formare un governo, più che gli aspetti politici di uno scontro di idee e d’interessi, sono altri motivi e molte volte sono difficili da interpretare e capire.  E non corrispondono ai veri motivi per cui gli elettori votano. Questo «implausibile» accordo, sicuramente non lo è. Dunque quali sono i motivi… quelli veri?! Leggendo attentamente i quotidiani il principale motivo, oggi, traspare abbastanza chiaramente tra i soliti fumi di parole del classico “detto non detto”. Il principale motivo è lo scontro di leadership. Matteo Renzi non vuole questo accordo. Renzi in prima persona aveva deciso di non parlare in questi giorni. Mandando avanti i suoi sodali nel partito, compatti a dire di no. Ma qualche giorno fa, ecco lo show dell’ex premier a Firenze dopo il silenzio, Renzi riappare  e sente la piazza… e si fa dire: «Niente intesa o spariremo». Un personale sondaggio, perché nella prossima Direzione la linea renziana possa non mutare e respingere ogni possibilità d’accordo se non  addirittura di incontro coi 5 stelle. Questa uscita pubblica (ce ne saranno altre prima della Direzione) dell’ex leader, che però continua a tirare le fila del Pd, arriva in un momento molto delicato. “Nel partito, l’ala governista che vuole se non un’intesa di governo con il Movimento almeno provare a dialogare sui problemi, va via via ingrossando. “Renzi, nonostante i numeri negli organi dirigenti siano dalla sua, si rende perfettamente conto che esponenti di rilievo come Dario Franceschini e Marco Minniti, ma anche altri ministri, la Madia, la Pinotti… stanno spingendo per un esecutivo di salvaguardia del Paese.” … … “La sponda su cui questi  suoi neo-oppositori si muovono è la stessa su cui corre la road map del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la cui priorità è quella di dare un governo al Paese.  E non è sicuramente un caso che i rapporti tra Renzi e il Capo dello Stato, già freddi da mesi, siano ormai prossimi allo zero.”  Questi virgolettati, sono alcuni dei commenti di articolisti di calibro, che si leggono quotidianamente sulle due principali testate nazionali. Nei prossimi giorni non cambieranno i toni e aumenteranno i dettagli di cosa va maturando e anche le varie dietrologie ad ogni mossa dei protagonisti. Il Presidente Mattarella, senza poterlo dire esplicitamente, è sicuramente preoccupato dalla deriva populista e sovranista di un governo costruito su un’intesa Lega e M5s. Viste le posizioni anti-europeiste e i riferimenti geopolitici di Salvini e Meloni, con in oltre la sempre più ingombrante presenza di Berlusconi nella coalizione di Centro destra. E sempre senza poterlo dire, guarda invece con interesse, l’evoluzione politica (e del processo di istituzionalizzazione) assunta dal M5s. Premiato dall’elettorato è dal risultato spinto dentro la stanza dei bottoni di questa sua prima  esperienza di governo del Paese. L’obiettivo di Renzi invece, a questo punto della nostra vicenda politica… sembrerebbe non riguardare né le sorti complessive del PD, né le sorti della formazione di un possibile governo per amministrare il Paese e tentare di risolvere i  tanti problemi degli italiani. Sembrerebbe riguardare solo la sua possibilità o meno di rimanere ancora in politica. Nonostante quel “capolavoro” di disastro elettorale, che con lui alla guida ha subito il PD. Tutta colpa sua? Sicuramente no! Ci sono anche quelle di coloro che prima lo l’hanno permesso e poi se ne sono andati… Viene avanti sempre più chiaramente, fuor di metafora, senza giri di parole e senza alcuna ipocrisia che: quello della sua sopravvivenza nella politica, al di là e oltre ogni risultato, è il suo vero obiettivo (forse lo è sempre stato). Sicuramente lo è dal giorno dopo della sconfitta subita nel referendum costituzionale…  Basterebbe  chiedersi come mai, una volta “sbalzato” da Primo Ministro del suo governo, quello durato i famosi 1000 giorni. Contraddicendosi e sollevando ulteriore “irritazione” tra  molti elettori del PD. Quelli di sinistra, che poi sono finiti oggi ad ingrossare il voto dei  5 stelle arrivando fino a dar voti alla Lega, non ha lasciato come aveva promesso la politica? E poi, messo comunque alle strette all’interno del partito su quel negativo risultato… ha dato le dimissioni da Segretario, ha fatto convocare un Congresso “lampo” e con le primarie, ha reimposto a maggioranza la  sua Leadership del Partito Democratico. Nel frattempo un pezzo della Sinistra piddina se n’era già andata via. Vi ricordate quel: “Matteo non ha fatto una telefonata per evitare la scissione”.  Come ebbe a dire fuori campo Graziano Del Rio… che era stato la spalla del leader Pd. Poi  andato a sostituire il dimissionario Lupi al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nello stesso governo Renzi, ma al tempo stesso allontanandosi dal “cerchio magico.” Oggi, è il più titubante dei “trattativisti” e sollecita il voto della Direzione e fin tanto il referendum tra gli iscritti per un sì o un no al vedere almeno le carte dei 5 stelle per eventualmente costruirci un accordo o un contratto che dir si voglia.  Possiamo chiederci anche come mai il PD, con Renzi Segretario, non abbia mai aperto una discussione politica vera e trovato “una versione comune” su cosa sia successo il 4 dicembre 2016?” E non lo abbia fatto nemmeno via via che andava passando di sconfitta elettorale in sconfitta elettorale nei voti delle principali regioni e di importanti città nei 15 mesi successivi a quella data. Giungendo già largamente sconfitto alle elezioni nazionali del 4 marzo 2018. Il partito ha subito una ulteriore vera e propria Waterloo elettorale. Una sconfitta “storica”. Il peggior risultato di sempre.  Renzi si formalmente dimesso all’indomani del voto (ma nella sostanza …non sono state vere dimissioni) è rimasto di fatto un ex-segretario ma non sostituito… (tant’è che l’Assemblea nazionale  che doveva discutere delle “catastrofi” elettorali di questo ultimo anno e mezzo e decidere come procedere alla sua successione, fissata per il 21 di questo mese è stata spostata a data da definire). In compenso, si conosce già la data della prossima ‘Leopolda’ (ottobre di quest’anno) e il suo titolo/slogan: “La prova del nove”. Sicuramente e intenzionalmente significativo. D’altronde la reggenza di Martina è una semplice conseguenza statutaria… non certo di convinzione e condivisione politica. Renzi considera Maurizio Martina che era il suo Vicesegretario  e alla fine l’ha anche detto espressamente: “un dilettante”. E in queste ultime giornate la sua auto-candidatura a Segretario, viene messa fortemente in discussione. Non sarà Maurizio Martina. Il candidato dei renziani, a diventare Segretario al posto di Renzi… nonostante i suoi sforzi per tenere unito il partito. La sua reggenza: è nel mirino dei pasdaran di «Matteo» per aver portato il tema del confronto in direzione e per aver «forzato» sulla prospettiva del governo caldeggiata da Franceschini, Orlando ed Emiliano.”  «Se non l’avessero giocata tutta contro di me — ha confidato ai collaboratori Renzi — questa partita poteva anche finire in modo diverso». Così iniziano le operazioni che porteranno a stroncare ogni possibilità di Martina alla Segreteria del PD.  Renzi pur  “acciaccato” dai risultati elettorali continua a tenere il controllo totale   di quel che oggi resta del PD. La Direzione uscita dall’ultimo congresso è a maggioranza renziana. Rimane ancora Lui… l’unico in grado di decidere cosa deve fare il partito soprattutto su una alleanza di peso quale quella che viene richiesta al PD in questo momento. Questa accelerazione imposta da Mattarella con l’incarico di esplorazione a Fico (3 giorni) per sondare M5s e PD. Dopo che ne sono trascorsi ben 50 nei quali Salvini e Di Maio ben coadiuvati da Berlusconi… hanno tenuto in ostaggio il Paese, continuando in un intreccio tattico di veti tra M5s, Lega e FI. Aiutati anche dallo pseudo-silenzio del ‘convitato di pietra’, nonché dalla scelta della Direzione del PD di rinchiudersi in una sdegnata “ridotta” d’Aventiniana memoria. Sostenuta da dichiarazioni, queste si veramente «implausibili», come quella del Senatore Marcucci, che  auspicava la nascita di un governo 5 stelle e Lega nel Paese con tanti auguri agli italiani. Una campagna elettorale che non è ancora finita. Un clima e una situazione che rischia di registrare un ulteriore nulla di fatto anche nella seconda esplorazione del Presidente della Camera Fico.  Complici i tempi troppo stretti imposti dal Colle. Perché possa maturare qualcosa di positivo tra PD e M5s e Mattarella (lo ha fatto) è opportuno lasciare più tempo per far maturare almeno il confronto tra le due forze che si sono sempre contrapposte, se non si vuole vedersi chiudere velocemente e definitivamente anche questo forno… con il rischio di non poter “cuocere il pane” di un  governo che abbia un minimo di orizzonte temporale e che sia legato a qualche minimo scopo. D’altronde anche un governo del Presidente (per il momento escluso da tutti) dovrà andare in parlamento a prendersi la fiducia. Ma se non fosse votato dalla Coalizione di Centro destra e anche da una parte (pur minima del PD). Ammesso e non concesso che la maggioranza renziana in Direzione franasse, non passerebbe in Parlamento. Renzi, fino a prova contraria, mantiene una forte maggioranza nei gruppi parlamentari. Non va dimenticata la lunga notte delle liste elettorali, stese di pugno da Renzi, chiuso da solo nella sua stanza al Nazzareno. E composte dai nomi dei solo fedelissimi. Ridimensionando d’imperio, la rappresentanza congressuale delle minoranze.  Un governo del Presidente con il voto del M5s e di un solo pezzo del PD, non avrebbe i numeri per ottenere la fiducia. A quel punto resterebbe quindi la sola possibilità di un ritorno alle urne (e con questa stessa legge elettorale non cambierebbe il risultato) il prossimo ottobre. Questa la situazione vera e i punti ‘pesanti’ della attuale situazione politica italiana nel post-voto. Su cui Renzi lascia uno spiraglio. L’ex segretario dice che non si metterà di traverso di fronte alla possibilità di un incontro per aprire un confronto, ma prevede già, che fallirà la possibilità di un accordo di governo. Da giorni sostiene sempre un po’ sottovoce che: “Devono passare da me, perché solo io, posso fare, se lo decido questo confronto.” E’ ancora tattica? Per non apparire Lui l’intransigente. La base in rivolta. Una direzione che forse è in bilico non sull’accordo ma addirittura sull’iniziare o no il confronto coi 5 stelle. Un partito ormai frantumato, segnato da un lungo scontro tra correnti e oggi lo scontro diventa violentissimo al di là dell’aplomb dimostrato nelle occasioni delle consultazioni e delle interviste da Maurizio Martina sostenuto dalle minoranze di Orlando e Cuperlo, di Emiliano, di Franceschini e di altri ministri del Governo Gentiloni, da Fassino, Chiapparino, Zingaretti, e forse anche dai sempre meno renziani Richetti e Serracchiani. Tutti quanti questi dicono: “andiamo almeno a vedere le carte”. Ipotesi,  che vede contrari i big renziani, Orfini in testa con Marcucci, Anzaldi, Ascani, Faraone… nel nome e per conto di Renzi.  Renzi, sembrerebbe sicuro e non temere quel che succederebbe al PD se si dovesse ritornare a votare. In questo momento sembrerebbe proprio l’ex segretario con le sue mosse a non escludere  più questa possibilità… Ma forse è solo per esorcizzarla. D’altronde quella del ritorno alle urne è la prospettiva indicata anche da Di Maio se non si trova l’alternativa di un confronto sulle cose da fare. E Salvini da parte sua conferma: “se non andiamo al governo noi del centro destra, agli italiani non resta altro che  rivotare.”  Questa invece, resta la vera paura del Quirinale, che darà quindi altro tempo per le consultazioni interne dei partiti, nel tentativo ultimo di vedere se dialogando tra loro M5s e PD ci sia una reale possibilità di convergenza. Evitando di rimandare il Paese al voto con questa “diavolesca” legge elettorale. Appare evidente che se il PD va alla conta e i renziani vincono con un no secco al dialogo  non ci sarà incontro o  trattativa e non resterà null’altro che il voto anticipato. Ma le elezioni anticipate probabilmente sarebbero ancora una volta un disastro, per il Pd e il suo ex-segretario alla stregua di un «implausibile» accordo di governo.  Come ha dimostrato il recentissimo voto in Molise e probabilmente dimostrerà il voto di domenica prossima in Friuli- Venezia giulia e anche altrettanto probabilmente è possibile che avvenga anche nelle amministrative del  prossimo 10 giugno.  Ecco, il vero punto debole della trincea renziana. Ed è la ragione per cui l’ex leader pur “puntando i piedi” non ha ancora deciso veramente se ribaltare definitivamente il tavolo e rompere verticalmente quel che resta del PD. Cosa succederà quindi? Credo che al momento, nessuno lo sappia veramente. Lui compreso. Personalmente, non credo possibile un accordo per un governo politico e strutturato su un programma con una lunga durata per realizzarlo tra il M5s di Di Maio e questo PD di Renzi,  anche  se ancora al suo interno permane qualche frantume di Sinistra ex DS e Sinistra Democristiana (che ha una gran paura di finire all’opposizione). Tra l’altro anche un sostegno esterno da parte del PD non garantisce affatto la tenuta di un governo, che sarebbe comunque di fatto un monocolore M5s con sostegno senza “poltrone” dal solo PD. Basterebbe uno starnuto un po’ più forte e andrebbe subito a gambe all’aria. Allora? Sono trascorsi già alcuni  giorni in cui i vertici del Movimento cinque stelle e quelli del Pd hanno dovuto far fronte soprattutto ai reciproci malumori interni: militanti in rivolta, malumori tra i gruppi dirigenti, accordo sì, accordo no. A prevalere sembra essere nelle dichiarazioni di Martina e di Di Maio la possibilità almeno di iniziare a dialogare: cercando le convergenze minime che discutendo si possono trovare. A quasi due mesi di distanza dalle elezioni, fissare un minimo comune denominatore di un possibile governo (o contratto) del Paese sembrerebbe necessario.  La situazione del quadro politico descritto, inoltre suggerire, che la possibilità della permanenza di Renzi con un ruolo ancora significativo nell’agone politico italiano è possibile… Pur rimanendo legato al realizzarsi e quindi al successo anche in questa fase politica dell’esistenza ancora di quel “fil rouge” che ha preso il nome di Renzusconi. E impegnandosi in una veloce “En Marche” che lo porti ad evolvere rapidamente in un neo-partito denominabile “Renzacron.” Solo così Renzi può pensare di continuare a permanere nella politica italiana. Con un non so quanto probabile 20% o poco più di elettorato, che è la somma dei resti del PD con quelli di Forza Italia. Una volta liberatosi poi definitivamente, di ciò che resta nel PD degli ultimi “scampoli” delle Sinistre DS e Democristiana. Anche se in questa fase. Viste le tante complicanze esistenti nel Mondo, in Europa e in Italia: il poi è meglio del  prima. E Renzi, credo che rinvierà di qualche tempo la conta definitiva all’interno del Partito. Perché quel che potrebbe vincere, oggi giocandosela un’altra volta, contro la maggior parte degl’italiani, che già non lo sopportano e non lo votano e che con tutta probabilità non lo voteranno comunque più… alla fine sarebbe la classica “vittoria di Pirro.”  C’è bisogno di ancora un po’ di tempo. Perché le minoranze del PD prendano definitivamente atto, di non aver più nulla a che fare e dire in questo partito democratico, così profondamente cambiato nell’identita ideale, nella rappresentanza sociale e nel ruolo politico. E in cui non hanno alcuna vera prospettiva di riprenderne il controllo. Questo PD non ha già più nulla a che fare con le Sinistre Socialista o Democristiana che dir si voglia. E non certo solo perché la Sinistra è in difficoltà nel mondo e in Europa. E nemmeno perché non esistono più ideologie e conseguentemente non c’è più una  Destra non c’è più una Sinistra. Questa è stata e resta la più grande “operazione ideologica” messa in circolazione tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo. Ma perché oggi, prima di tutto è urgente, è necessario cancellare l’equivoco della collocazione politica di questo PD che non è nella Sinistra in italia e nemmeno in Europa. In secondo luogo Forza Italia è destinata ad essere ulteriormente “cannibalizzata” dalla Lega… a Berlusconi non resterà che lasciare in libertà verso Renzi quel che gli resterà del suo elettorato moderato, che non finirà risucchiata nel Sovranismo Leghista… lasciando in eredità a Renzi la sua formula di partito padronale. Quello che fu considerato l’uomo “nuovo” della politica italiana ed europea all’insegna della rottamazione del “vecchio” della politica… rischia, se fa ancora un altro solo errore (aggiungendolo ai già tanti  fatti) di finire  a sua volta rottamato a causa delle sue eccessive brame di potere (specchio, specchio… …chi è il più bravo e bello della Repubblica?) senza poter contare qualcosa nel governo del Paese. La sua è  una chiara collocazione politica di Centro…  di centro e null’altro di più. Si acconteti  Lui e permetta finalmente all’ottuagenario di tranquillizzarsi sul futuro delle sue aziende.  E’ poco, troppo poco? Ma no! E’ l’obiettivo vero che entrambi cercano da tempo nel mondo politico nostrano. Renzi ha già il suo Partito è questo qui. Non ce ne bisogno di fondarne un altro Questo PD è il partito di Renzi. E lo è già da tempo.  E le esigue e plurali minoranze restate attaccate al PD dopo la scissione di Bersani e D’Alema, convinte di poter cambiare linea e riscrivere in questo PD una rinnovata identità della sinistra di governo di questo Paese e in Europa. Dovranno farsene una ragione.  Altrimenti rischiano alla fine,  di essere usati solo come uno schermo per continuare a nascondere l’equivoco politico di cui più sopra. Questo PD, piaccia o meno è il PD di Renzi ed è ormai collocato in un’altro campo. Loro, quelli usciti e quelli che usciranno hanno davanti  da affrontare la questione drammatica dell’assenza di un partito socialista, riformista, laburista, liberal, democratico, chiamatelo come volete, nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Quando si fa più drammatica una doppia emergenza: quella economica, con il ceto medio-alto coinvolto negli effetti della crisi dell’ultimo decennio e quella democratica, di una rappresentanza ormai avvertita come lontanissima dai cittadini comuni. Non gli resta quindi che trasmigrare velocemente e scoperchiare definitivamente la pentola di quel che resta del PD e di quel che dentro vi si cucina. Altrimenti rischiano di diventare loro l’alibi dell’ambiguità ideologica di quel che resta del PD. Vadano in Liberi e Uguali… ma no… dai scherzavo. Vadano portandosi Liberi e Uguali con loro nel M5s. E qui non scherzo affatto. Ne aiutino la trasformazione in qualcosa che faccia apparire questo “novità politica” veramente il primo partito italiano, quello di maggioranza relativa, contribuendo a costruire una  forza di governo veramente “nuova”. Un po’ meno Naif… nei vaffa. E, con una identità politica meno adolescenziale e più adulta.  Più definita non tanto e non solo ideologicamente, ma soprattutto negli obiettivi sociali per il superamento delle diseguaglianze economiche esistenti e ulteriormente cresciute nella crisi, della povertà assoluta per sostenere la dignità delle persone permettendogli di affrontare i più comuni bisogni esistenziali. Sono problemi non solo attuali  ma soprattutto ormai  reali nella vita quotidiana di molte famiglie e persone italiane e causa del loro disagio economico e sociale. Vanno trovati interventi concreti per il bene del Paese e dei cittadini. Aiutando il M5s ad abbandonare quelle forme di  “ribellismo iconoclastico” che erano e sono ancora (lo dimostra la difficile situazione in corso) l’ostacolo vero a concreti sbocchi di governo.  Orbene, se non è possibile (e non lo è!) un vero “accordo” strutturato e programmatico… si faccia un “accordo” limitato nel tempo. Il contratto alla tedesca è una cosa che va bene per i tedeschi. Noi siamo italiani con i nostri pregi e i nostri difetti: ognuno alla fine tifa per la propria squadra di calcio, per il piatto tipico del luogo dove è nato, per il proprio campanile e il proprio parroco e così via. L’Italia è la Nazionale quella del calcio quando gioca, mettendo insieme i campioni dei principali club delle principali città… ma questa volta mi pare sia stata già eliminata dai Mondiali. Un “accordo” un “contratto” chiamiamolo come vogliamo non strutturato, temporale, ma che duri almeno un anno e qualche mese, giusto il tempo necessario per arrivare alle elezioni Europee dove l’Italia deve tornare in gioco. Che alla fine abbia ragione Maestro Eugenio Scalfari? Gentiloni Premier (o altro politico di analogo savoir faire*), Di Maio Vicepremier (in addestramento). Renzi magari temporaneamente Ministro degl’Esteri (così si può preparare a vivere all’estero, così da potersi allenare per rispondere, dopo le attese elezioni europea della primavera 2019), a svolgere un qualche ruolo di prestigio a Strasburgo e/o Bruxelles. Lasciamo Minniti agli interni e vediamo di costringere i Libici ad avere più umanità con i “disperati della terra”. Troviamo un vero Ministro dell’Istruzione… che abbia il minimo presupposto indispensabile: ovvero che sia lui/lei, dotato di grande Istruzione. Giorgetti all’Economia (ahahah! Bella idea vero? Ma dai, perché no?) Alla Sanità, lasciamoci la Lorenzin, che ha fatto esperienza e ha le idee chiare sui vaccini. Il Ministero del Lavoro e della previdenza sociale vada al M5s con gli altri Ministeri. Con obiettivi minimi e integrabili presi dai rispettivi programmi dandosi lo scopo di realizzare: le misure possibili di sostegno al reddito (potenziando il reddito di inclusione) e intervenendo così sulla povertà assoluta. Una revisione degli ammortizzatori sociali e giuste misure attive di sostegno all’occupazione giovanile (non regalando ulteriori soldi alle aziende, senza vere garanzie di occupazione stabile). E’ indispensabile la correzione del Rosatellum, prima di tornare al voto… e poi… e poi…

E’ sempre tempo di Coaching!”

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*Dizionario: savoir faire – Il complesso delle qualità che consentono ambite o brillanti affermazioni nei rapporti sociali. Classe, garbo, finezza, grazia, stile, tatto, delicatezza, riguardo, abilità, diplomazia, prudenza, accortezza. Qualità che permettono di condurre a buon fine ciò che si dice e/o cominciato a fare. Comportandosi nel modo più adeguato nelle varie circostanze.

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