“…volano gli stracci”: è la fine del renzismo e, forse, anche del Pd…

Non è più un’impressione …è ormai una certezza: altro che tregua estiva. Matteo Renzi chiude a pontieri e mediatori e chiudendo la Direzione Pd lancia una sorta di ultimatum a Franceschini e Orlando, i due big che hanno contestato la sua linea chiedendo una coalizione di centrosinistra. «Parliamo di contenuti, non di alleanze, non rispondo ai capicorrente».  «Ognuno vada dove vuole andare», attacca Renzi, citando una canzone di Guccini, “Quattro stracci”, in cui il cantautore racconta la rabbia di un amore finito…

Eppure: l’esito del Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016 e le elezioni amministrative dello scorso 11 e 25 giugno 2017, hanno mandato messaggi forti da parte dell’elettorato sia negl’esiti che nella quantità dei votanti al referendum e altrettanto nelle recenti amministrative.
Ho voluto aspettare un po’ e anche riflettere parecchio prima di scrivere questo post e nell’esprimere un giudizio (modestamente e per quel che può valere), che apparirà a chi leggerà… compiuto e definitivo sulla situazione elettorale italiana e le sue prospettive. Ci sarebbero da dire molte cose, io parto da un’osservazione cruda e che può anche sembrare cinica: la maggioranza silenziosa delle italiane e degli italiani non era né con Matteo Renzi né con il Partito Democratico in tutte e due le occasioni elettorali… così diverse nei contenuti del voto e alla fine anche nel numero  dei votanti che vi hanno partecipato. Provo a spiegarmi: della vittoria del no ero convinto e quasi sicuro, ma non mi sarei mai aspettato un risultato così chiaro, netto e travolgente… è stato scritto di tutto dai nostri giornali e anche da quelli stranieri… ma forse non in modo del tutto chiaro. La portata di quel risultato è notevole, poiché ha partecipato il 70% delle italiane e degli italiani. Il dato è di per sé più che positivo: dimostra che quando la popolazione è interpellata su questioni cruciali, si mobilita e vota. E questo io penso sia sempre un bene per la democrazia… Al contrario, nelle recentissime amministrative la partecipazione degli elettori, in tutte e due le domeniche in cui si è votato è stata scarsa: l’11 giugno l’affluenza definitiva si è fermata al 60,07 con una astensione dal voto di ben il 39,03% degli aventi diritto. Mentre ai ballottaggi del 25 giugno, i votanti hanno raggiunto appena il 46,03% degli aventi diritto, con un’astensione quindi che ha raggiunto ben il 53,97% di non votanti. Se questo risultato sia un bene o un male non voglio esprimermi, né voglio farlo in questi termini (alla fine sono andati al voto circa 5milioni di italiani rispetto ai 10milioni di aventi diritto al voto). Lo si vedrà comunque col tempo… e in parte forse si sta già vedendo. Ci sono però delle riflessioni che vanno fatte. Da cui non si può più prescindere. Cercherò di esporle nel modo più sintetico e chiaro di cui sono capace. La sconfitta referendaria è stata fin troppo netta e Renzi, avendo personalizzato lo scontro, sbagliandone così terribilmente l’impostazione e chiedendo di fatto un voto plebiscitario su se stesso più che non sulla riforma, ne è sicuramente il principale responsabile. Tuttavia, dopo le dimissioni da Primo Ministro con il passaggio del testimone a Gentiloni. C’è stato un ulteriore ferale errore. Renzi non si è soffermato per nulla sul/sui perché della sconfitta ed è andato avanti liquidandone il senso in modo alquanto semplicistico.  In sintesi: “Chi ha votato no… lo ha fatto perché non vuole cambiare alcun che”. Ora se la maggioranza silenziosa è andata in una direzione opposta rispetto a quello che si è creduto e detto o anche solo sperato, alla fine non si può incolpare quella maggioranza silenziosa di essere: sciocca, di non aver capito nulla, di essere incoerente o chissà cosa altro. Si dovrebbe dire modestamente e chiaramente, che non si è capita, che non si è stati capaci di comprendere e interpretare quello che il Paese chiedeva, voleva e anche gridava. Alla fine questa è la vera sconfitta: ovvero il fallimento di una visione politica, di 1000 giorni passati a non ascoltare né interpellare quella maggioranza silenziosa. L’errore di fondo sta proprio lì. E, inizia ben prima della riforma costituzionale.  Le cose sarebbero potute andare molto diversamente se si fosse creato un clima diverso, una strategia diversa con meno arroganza e più disponibilità alla cooperazione, specie con il proprio partito… D’altronde il margine con cui il No ha prevalso lascia chiaramente intuire e dire senza problemi, che la minoranza PD (che poi si è scissa) che ha espressamente detto di votare No …è stata alla fine rispetto alla dimensione dei partecipanti al voto alquanto marginale. Non è certo stata questa minoranza a determinare il risultato. Il risultato del no e l’ampiezza del numero dei votanti dicono chiaramente che si è trattato di qualche cosa di molto più ampio dell’indicazione di voto di qualche dirigente che poi ha lasciato la “ditta”. Io penso che in quel No, c’è un gran pezzo di centro-sinistra uscito definitivamente dal PD già prima del referendum e che non è più disposto a votare questo PD. Per questi elettori il PD a guida Renzi ha perso l’identità politica di sinistra e la sua anima democratica…trasformandosi in un semplice “comitato elettorale” per il suo capo Matteo Renzi. Cosa dimostra che sia veramente così? Credo proprio le recenti elezioni amministrative. Dove questi elettori non sono tornati alle urne e hanno gonfiato ulteriormente il “partito dell’astenzione”. Molti di questi ex elettori del centro sinistra, con il voto referendario per il No, avevano inteso dire chiaramente a Renzi di lasciare non solo palazzo Chigi ma anche la politica e quindi anche il partito per tornarsene a casa (come lo stesso leader aveva detto che avrebbe fatto se avesse prevalso per l’appunto il No). Invece, le dimissioni da Presidente del Consiglio dei Ministri sono state un semplice “coup de théâtre” …un fatto meramente tattico di Renzi che dopo aver “messo a cavallo” un Governo fotocopia con Gentiloni Primo Ministro al suo posto, ha cercato una sua personalissima “rivalsa”, spingendo la minoranza del partito alla scissione e inseguendo una maggioranza nell’elettorato del Paese, che al di fuori dalle “primarie di partito” ma aperte a chiunque voglia parteciparvi (anche chi non vota PD), nella reale rappresentazione politica del Paese e nella così detta “opinione pubblica” non esisteva, non esiste e con tutta probabilità non esisterà. La convocazione del Congresso in modo rapido con le regole di quello precedente e senza una reale discussione sui perché della sconfitta referendaria e tanto meno sulle ragioni di una legge elettorale l’Italicum, che come già si sapeva, ancor prima del voto del referendum, sarebbe poi stata bocciata da una sentenza senza appello dalla Consulta… per l’incostituzionalità di un impianto iper-maggioritario  e per il “vulnus” dell’esclusione dalla scelta dei candidati da parte degli elettori, indicati, invece, direttamente dai leader dei partiti. Questo non  è servito a cancellare la sconfitta referendaria. Anzi questa è stata ribadita (e ulteriormente accresciuta nel suo significato) dalla ennesima sconfitta di Renzi e del suo PD nelle elezioni amministrative dello scorso mese di giugno, dove l’astenzione è risultata il primo partito italiano raggiungendo il record del 50 e più per cento. Il commento di Renzi ai risultati delle amministrative, mi ricorda un finto proverbio arabo: “se cadi ed uno stecco ti cava un occhio, ringrazia Allah: poteva essere biforcuto!”. Renzi dice che non ha perso, perché ha preso 67 comuni contri i 59 del suo concorrente, ma quello ha preso Genova, La Spezia, Alessandria, Asti, Como, Lodi, Sesto, Monza, Piacenza, Pistoia, L’Aquila, Verona, Riccione, Asti, Gorizia, Oristano, Rieti, Frosinone, Catanzaro, Trapani e lui solo Lucca, Cuneo, Lecce, Taranto e Padova fra i capoluoghi, e poi deve accontentarsi di Lissone, Nocera inferiore, Misterbianco e cose così. “Pesando” i comuni capoluogo in base alla popolazione si ricava che la “vittoria” del centro destra supera l’80% del campione (al netto delle civiche e dei comuni M5S). Per di più c’è il caso pugliese (dove il Pd, oltre che i due capoluoghi, conquista anche grossi centri come Gravina, Bitonto, Martina Franca, Molfetta) che meriterebbe di essere trattato a parte: è l’unica regione dove i renziani non hanno vinto nel congresso ed il partito ha una coloritura diversa (D’Alema-Emiliano). Poteva andar meglio? Direi che è difficile immaginare come potesse andar peggio. C’è sempre un peggio, ma, insomma… Ma che succederà ora nel concreto? Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrà, finalmente ormai alla scadenza naturale della legislatura, decidere lo scioglimento delle camere e convocare le elezioni politiche per la primavera del 2018. Lo dovrà fare pur in mancanza di una nuova legge elettorale omogenea, che permetta di “sanare” i guasti fatti dal “Porcellum” e nonostante non sia mai stata usata, dalle “macerie” lasciate sul campo dalla sentenza della Consulta sull’Italicum (come ad esempio: lo spropositato premio di maggioranza al partito e non alla coalizione) da riconoscere dunque a chi risulterà primo alle prossime elezioni politiche – indipendentemente dalla percentuale di voti che metterà nel paniere. Un partito con un risultato del 25/26% di voti se risultasse comunque il primo “partito” riceverà un premio che porterà la sua maggioranza oltre il 51%. Nessuno degli attuali partiti da solo è in grado (anche se si introduce una soglia minima di rappresentanza …il famoso 5%) di arrivare al 40% dei voti necessari all’automatica acquisizione del previsto premio, e dovrà cercare dopo le elezioni una reale maggioranza attraverso una coalizione con altri partiti all’interno del parlamento fatto ancora da due Camere elette in modo diverso e non coordinato. Infatti se non interverrà una qualche legge o almeno un qualche provvedimento “tecnico”, che ne raccordi il comune momento elettorale, le attuali differenze d’elezione dei loro componenti creerà una situazione alquanto confusa e disomogenea… Si prospetta uno scenario da incubo. Si rischia, infatti, di non avere nessuna maggioranza chiara anche questa volta… con una conseguente ingovernabilità del Paese. Sempre più illusorie sembrano una qualche possibilità di un accordo pre-elettorale tra le forze in campo… dopo l’ennesimo “naufragio” del “Tedeschellum” o la riedizione di un “Patto del Nazzareno 2.0”. Con un M5S seppur meno “purista…” ma, che nelle accennate possibilità di “sporcarsi le mani” nella formulazione di un accordo elettorale con PD,FI e Lega, ha rischiato l’ennesima rottura interna e che comincia (come dimostrano le recenti amministrative) a perdere consenso elettorale a livello locale, pur presumibilmente confermando la possibilità di raggiungere un risultato importante nelle prossime elezioni politiche risultando il primo dei partiti… la formazione di un governo per loro, rischierà di essere pressoché impossibile. Così come per lo stesso PD senza la ricostruzione di una coalizione di centro sinistra (o quel che ne resta) e altrettanto per il centro destra senza una convergenza sulla leadership e sul programma (o quel che ancora non sappiamo cosa essere…) tra FI., la Lega e FdI. Che altro aggiungere: non sembra che ci sia, da parte del PD di Renzi e per la verità a questo punto nemmeno da parte di Pisapia & C. alcuna reale volontà e possibilità di rimboccarsi le maniche e ricomporre il campo progressista del centro-sinistra. La Direzione del partito tenutasi nei giorni scorsi e le dichiarazioni di Renzi, lo dicono chiaramente “non parlare di alleanze”. Ma poiché il 2018 è sempre più vicino, le elezioni sono alle porte e forse potrebbero (basta un qualsiasi incidente parlamentare) presentarsi anche prima della prossima primavera. Dunque??!!  Tutti dovrebbero, invece, prepararsi e essere pronti. Non c’è alcun dubbio che il PD è (…dovrebbe essere) il pilastro del centro sinistra italiano, ma dovrà capirlo prima di tutto proprio il PD stesso, se ritiene che attorno a lui si possono coalizzare quelle forze che potranno consentire al Centrosinistra di rinascere e tornare ad essere credibile e meritevole della fiducia delle elettrici e degli elettori… Altrimenti, questa prossima sfida elettorale significherà la fine del PD di Renzi e di ciò che resta della sinistra italiana… E, infatti, anche i commentatori delle varie testate giornalistiche iniziano a dire esplicitamente (chissà cosa aspettavano?) che è la fine del renzismo e che con Renzi e la caratteristica della sua leadership alquanto divisiva… il PD non vincerà più!  In realtà, Renzi ha fatto fallimento il 4 dicembre scorso, ma sono stati pochi ad avere il coraggio di dirlo e scriverlo chiaramente e, dopo, il suo “trionfo congressuale” in molti si erano spinti a parlare di rimonta in atto. Ora è tutto così evidente che nessuno si azzarda più a dire cose del genere. Il Pd, quando gli va bene, limita le perdite, ma non conquista un solo voto nuovo. La capacità attrattiva di Renzi è crollata a zero… e non potrà meno che meno, recuperare voti da chi ormai non vota più astenendosi, proprio perché lui è ancora il segretario del PD. Non solo: il Pd è ormai un partito solo e privo di alleati, e si va ripetendo sostanzialmente lo schema del referendum che alleava destra, 5 stelle e Sinistra contro il PD debolmente appoggiato dal Centro di Alfano. Nel caso delle amministrative c’è stata qualche coalizione con l’ex sinistra Pd ormai Art.1Mdp senza particolare fortuna. In compenso, è stato perso qualsiasi rapporto proprio con i centristi di Alfano, inviperiti per lo scherzo ad excludendum tentato con la clausola di sbarramento al 5% del “Tedeschellum” concordato con FI, M5Stelle e Lega. Anche la prospettiva di un nuovo governo di coalizione Pd-Fi sembra sempre più “sbiadire” e diventar difficile da tentare… Nel PD molti storcono il naso (Orlando, Finocchiaro, Cuperlo, Bindi e altri ancora). Berlusconi sembra alzare il prezzo ed è condizionato dalla Lega e dagli amici della Lega in Fi, tra l’altro non è neppure scontato che questa coalizione, al Senato, conquisti i seggi necessari. A mezza bocca, alcuni cominciano a dire che, in caso nessuno abbia i numeri è meglio un governo d’affari di ispirazione presidenziale. Francamente, io non capisco, che cosa esattamente ciò significhi?! Comunque, mi appare ormai chiaro e difficilmente confutabile che: la centralità renziana non esiste più! E’ naufragata” col ‘progetto di potere’ contenuto nel pacchetto Italicum-riforma costituzionale. Renzi non ha più nulla da dire, il re è nudo e non sembra avere alcuna reale idea che non sia un momentaneo galleggiamento… Capisco anche che Renzi non è immediatamente rimuovibile dalla sua posizione di potere: il congresso si è appena concluso ed è difficile immaginare la deposizione di un segretario che ha vinto il confronto nel Congresso anche se… su delle regole, che guardavano ad un sistema istituzionale costruito su leggi elettorali maggioritarie e su leadership personali… “l’uomo solo al comando”, che per via del risultato referendario non sono più presentabili e quindi non dovrebbero esistere più…  Ma non si tratta solo di questo…forse bisogna che si capisca (tutti quanti) che non ha più alcun significato chiedersi chi sia in grado di proporre una alternativa credibile a Renzi nel Pd? La prova appena finita qualche mese fa, dice che tutto quello che è venuto fuori dal Congresso è una fotocopia sbiadita del Renzi della prima ora, che Orlando e il capopopolo regionale Emiliano mettono assieme comunque un quasi 30% di quel che resta del PD figlio dell’Ulivo di Prodi e del Fondatore Veltroni… i quali a loro volta (sicuramente in ritardo) come quelli che se ne sono già andati con la scissione… chiedono a Renzi di fermarsi e cambiare verso il Paese reale, dal quale Renzi e il suo PD sono sempre più scissi… Che Renzi è ‘accecato’ dalla sua voglia di rivalsa nei confronti di tutto e tutti, sta trascinando quel che resta del PD, nel pantano o per meglio dire nelle “sabbie mobili” di una situazione politica dove a volare sono ormai solo  “Quattro stracci”. Quel che appare sempre più chiaro è che ora la crisi della politica sta investendo in pieno e in particolare il PD. La crisi è appena all’inizio ed è difficile capire dove andrà a parare ed entro che tempi… Certo che è molto grave l’assoluta mancanza di autocritica per una cosa enorme come la sconfitta del 4 dicembre: un partito progetta la riforma costituzionale più profonda dall’inizio della Repubblica, cerca di imporla contro tutti gli altri, straperde il referendum con un clamoroso 40 a 60 e poi fa finta che non sia successo niente. Tanto che si disinteressa praticamente disertando la campagna elettorale di sostegno ai suoi candidati in una ulteriore prova elettorale che comunque al di là della sua natura locale, vedeva circa 10 milioni di italiani chiamati a votare…e perde ancora e perde male ovunque nel Paese. Ma vi sembra realistico che si possa uscire da simili prove senza pagare alcun dazio? Per di più, questo accade mentre quasi tutti i partiti dell’internazionale “socialista” stanno incassando sconfitte a ripetizione, per cui non si capisce perché questo debba risparmiare la sua sezione italiana. Tutto questo continua ad essere semplicemente ignorato dal dibattito interno al Pd che si avvoltola su sé stesso e sul suo Segretario indicando cose infondate (complotti) o meno rilevanti come: le varie situazioni locali, le difficoltà organizzative e soprattutto l’ostilità degli altri, che non si capisce a questo punto che obbligo avrebbero di non esserlo. Bene, a questo punto bisogna dirlo: la causa della crisi di Renzi e del PD è proprio Renzi e il loro declino sarà inarrestabile… vale ricordare la parabola “berlusconiana” per comprendere quella che è e sarà la parabola “renziana”.  La differenza è solo nei tempi di queste due parabole simili. I partiti “personali” figli di una stagione “maggioritaria” sia sul piano istituzionale che della espressioni delle leadership (tutte con tratti Presidenzialisti) con una globalizzazione che “rincula” sembrano qui da noi essere finite e quelle che in giro per il mondo resistono ancora presentano forti involuzioni antidemocratiche e alcune persino autoritarie. A dirlo sono il voto referendario che ha detto no ad un voto “plebiscitario” sulla leadership di un uomo e di un partito… l’ha detto anche la corte costituzionale sull’italicum… per via del “combinato disposto” con la riforma istituzionale… lo continua a dire anche quello che è ormai da qualche tempo il primo partito italiano… quello dell’astensione… Se la politica italiana e i suoi protagonisti non terranno presente tutto ciò ci sarà poco da dire in futuro e a patirne sarà il paese reale e i cittadini e il nostro sistema democratico. Mentre qui bisognerebbe già tenere presente che c’è da fare ancora la finanziaria…

 

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